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The Mars Volta – De-Loused In The Comatorium

2003 - GLS/Universal/Strummer
rock / prog-rock

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Tracklist

1. Son Et Lumiere
2. Inertiatic ESP
3. Roulette Dares (This is the Haunt)
4. Tira Me A Las Arañas
5. Drunkship of Lanterns
6. Eriatarka
7. Cicatriz ESP
8. This Apparatus Must Be Unearthed
9. Televators
10. Take the Veil Cerpin Taxt

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In certe occasioni, non suona né blasfemo né iperbolico parlare di resurrezioni: generi, anziché contaminarsi, finiscono con l’imbastardirsi, la diffusione di sonorità prettamente elitarie genera filiazioni illegittime, se non infamanti, ed infine, dopo che il midollo è stato aspirato avidamente con una cannuccia, qualsiasi manifestazione cessa di presentarsi, lasciando una guaina inerte e dal seno materno, ormai cartaceo ed appassito, solo appena riconoscibile come passata sorgente.

Sfilano in rassegna cadaveri illustri, il goth, già di per sè poco vitale, vanta ora atmosfere prossime alla baracconata corvina (Evanescence, Linkin Park) distante emisferi dalle angosce scevre da compromesso di Bauhaus e Sisters of Mercy, insensibili al richiamo dell’estetica da fumetto; l’hip hop, immerso nell’autocompiacimento e nello sfoggio di bicipiti alla Fidia, ha appianato la funzionale suddivisione in generi e gerarchie a favore di una generica connotazione gangsta, priva di spunti di insurrezione o di autoironia.
Analogo coma ha avvolto l’Emo, chiave di volta dell’aggressività attraverso la musica, miscela di benzina pastosa vocale e di scintille strumentali lisergicamente rabbiose; l’avanguardia di Braid e Soulside stava assicurando un periodo di sostanziale protezione alla categoria. Poi le platee hanno cominciato ad ampliarsi ed a corrompersi…Da quel momento l’Emo è diventato di pubblico dominio, fino all’esaltazione generale ed alla pubblica incensazione, tanto da subordinare lo splendore cacofonico di “Burn, Piano Island, Burn” dei Blood Brothers all’ultima metamorfosi di tendenza dei nostrani Meganoidi, la cui estemporanea astuzia è stata scambiata per maturazione compositiva.

Ma un Golgota esiste solo in funzione del sepolcro: annunciata da un solidissimo EP, l’eruzione avviene senza mezzi termini, demolitiva e restauratrice al tempo stesso. Costola dei colossali At the Drive-in, firmatari dell’epico “Relationship of Command”, i Mars Volta appaiono già circondati da una certa fiducia generale, si affacciano il minimo indispensabile al mainstream coinvolgendo Michael “Flea” Balzary e John Frusciante nell’organico, ed affrontano il rischio della non-esposizione con la scelta di non riversare in un unico, riduttivo videoclip i paradigmi sonori e visivi del progetto.
Da qui nasce il fulcro ideologico e strategico della band, il sostanziale imbarazzo della catalogazione o, in altri termini, l’impossibilità di azzardare paragoni fra l’intero macchinario con precedenti fenomeni culturali, se non con i primi anarchici King Crimson.

Ma se l’effetto sorpresa, nel giro di 35 anni, scema irrimediabilmente fino al cinismo, i cardini strutturali risultano genuinamente rinnovati: “Deloused in the Comatorium” è, prima di ogni definizione, un’esequia psichedelica mascherata da concept album, l’equivalente morale del ben più leggero “Wish You Were Here” floydiano, un’intraducibile processione cubista e dolente. Al posto di Tommy, di Arthur, di S.F. Sorrow, astratti emblemi di una generica umanità in preda al revisionismo post-sixties, il fulcro narrativo si sviluppa sulla concreta presenza di Julio Venegas, poeta texano collezionista di iperboli sensoriali, e sul suo altrettanto reale tentativo di suicidio: il vocalist Cedric Bixler ed il guitar-hero Omar Rodriguez-Lopez (entrambi ex-At the Drive in) tessono attorno allo stato comatoso dell’amico, conseguenza del suo atto inefficace, il suo effettivo vagabondaggio intimo attraverso la morte, fra allegorici incontri ed episodiche scelte di percorso.

Il viaggio è inaugurato dal phaser di “Son et Lumiere”, fulminante riassunto generale, se non vera e propria ouverture tematica, fra una sestina vocale ancora sommessa ma già dissanguata in un cut-up a metà fra la chirurgia e l’esoterismo, e la messa in moto dell’intero apparato strumentale, contrappuntato dall’ipnosi tastieristica armoniosa e dalle promesse di detonazione delle percussioni; “Inertiatic ESP” è la sua imponente filiazione, un valzer distortissimo e chitarristicamente affilato, dove gli irreprensibili acuti di Bixler, di gran lunga lontani dallo stridore metal, colorano le sincopi con un’umanissima e disarmante fragilità, come solo Peter Gabriel era in grado di fare: la condizione di smarrimento logistico ed esistenziale è più volte ribadita dalle insistenti liriche squisitamente barocche (a broken arm of sewers set / past present and future tense / clipside of the pinkeye fountain), mentre il clima, quasi senza avvisaglie, cala gradualmente verso una nenia cacofonicamente distesa.

E’ il preludio a “Roulette Dares”, l’inizio del “vegetare limpido e spiroidale”, uno dei picchi drammatici dell’opus, che si articola fra transitorie soluzione ritmiche, inarrestabili ed altalenanti, fra il vigore degli Zeppelin, da una parte, e gli Yes meno nervosi (inevitabile il paragone con il masterpiece “Heart of the Sunrise”) dall’altra, evocati soprattutto nel passaggio fra le due sezioni, prossima a diventare un allucinogeno grido di battaglia (exoskeletal junction at the railroad delayed): nella traccia, vige il dualismo, la contraddizione, l’ambiguità del limbo in cui il protagonista viene a trovarsi, dove gli Iron Butterfly giocano con gli Slint a trovare il miglior senso di levitazione interiore; “Tira Me a las Arañas” è la fondamentale sospensione per riprendere fiato, un intreccio acustico-ambient necessariamente inutile, nello stesso ruolo di “Hunting Bears” dell’Amnesiac radioheadiano; “Drunkship of Lanterns” impreziosisce l’inserimento della “introduzione” e la concretizza: è, se vogliamo, l’apice dell’intero apparato, un monumentale affresco barocco e tribale, epilettico quanto basta per far presagire una coerenza globale di fondo. Che infatti non tarda ad arrivare. Durante la spietata contesa fra gli strumenti a corda, armati, a seconda del momento, di divagazioni dissonanti e di semplici, imponenti riempitivi, le bacchette di Jon Theodore (ex Golden) impongono più volte capovolgimenti ritmici repentini, culminanti nell’indecifrabile fraseggio del secondo minuto, accostabile soltanto ai più inquieti incubi zappiani del periodo synclavier.

L’ennesima conclusione in calando anticipa la tensione di “Eriatarka”, gemella non casuale di “Roulette Dares”: il tragitto è al suo “punto di non ritorno”, ed è arrivato il momento della scelta: vivere o morire, il risveglio concreto o quello astratto? Figlia tanto del Rick Wakeman più misurato, quanto della Bjork più sperimentale (la voce di Bixler qui raggiunge picchi quasi androgini), è probabilmente la traccia strutturalmente più vicina al Prog-Rock primigenio, nonostante le evidenti infiltrazioni Fugazi, rintracciabili in quel basso così incerto fra la poderosità hardcore e la raffinatezza neoclassica; “Cicatriz ESP” è una jam quasi pittorica, artefatta nel suo obbligatorio compiacimento, nonchè la traccia più insolita del disco: i primi minuti, nemmeno a dirlo, sono ripartiti secondo l’ormai notoria struttura “preliminari-deflagrazione-catarsi”, con l’intero organico lieto di cucire attorno alla trasparenza vocale un reticolo underground omogeneo. Ma l’apogeo, con una incoerenza lessicale da emicrania, è sancito dal canyon centrale, quei 6 minuti già epocali nei quali, complice una batteria quasi assenteista, si attorciglia un trittico di chitarre nella somma tradizione Space-Rock (evidentissima l’influenza dello “Space Ritual” degli Hawkwind), ognuna perfettamente a proprio agio con il proprio universo anarchico ed incontrollabile; “This Apparatus Must Be Unearthed” riunisce, pur in maniera molto libera, i colleghi Blood Brothers con i System of a Down, e nella sua brevità sancisce il momento definitivo della decisione (quella che il vero Julio non ha avuto) fra esistenza ed oblio, significativamente espressa da quella sezione in backwards, estremamente visionaria e concepibile come una seconda, essenziale nascita, che di fatto avviene, con la serena “Televators”, esibita con uno sconfinato fade-in, simbolo del riavvicinamento alla fisicità del mondo.

Le corde sono perlopiù di innocuo nylon, questa volta, immerse in una malinconia velatissima, la batteria si trasforma in semplicissimi bongos minimali: è valsa la pena di sopravvivere? La serenità è davvero una chitarra spaccata in due, negli arpeggi e nei rari squarci overdrive? Non c’è un’esperienza salvifica, una chiave di volta, secondo i Mars Volta, che infatti, all’epilogo scontato, affiancano un’idea di perdizione, questa volta definitiva (il suicidio dopo l’uscita dal coma?), “Take the Veil Cerpin Taxt”, illuminato anthem dub-punk, canzone più allucinantemente toccante di tutte le sfrontatissime melensaggini alla Elton John o alla Eric Clapton, più sincera ed universale perchè scevra dal fattore Uomo, ma integrata pienamente nel discorso Vita come miscela di emozioni contrastanti, un addio che profuma insieme di “osanna” e di “arrivederci”, alternativamente (forsaken,depraved and wrought with fear / who turned it off / the last thing I remember now / who brought me here). In attesa che la band sia in grado di risollevarsi dall’ennesima scomparsa (il tastierista Jeremy Ward è stato stroncato da overdose pochi giorni dopo la fine della registrazione dell’album) per ripresentarsi dal vivo, dopo l’indescrivibile performance milanese dello scorso novembre, ascoltare “De-loused in the Comatorium” assume più che altro il valore di un dovere artistico-morale, un’esperienza inclassificabile, per capire il valore totalmente acronico che la musica è in grado di assumere, in questa catasta di perfetti microcosmi che contribuiscono a fare dell’esordio di Bixler & Co. su lunga gittata il miglior episodio rock dello scorso anno.

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