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Opeth – Deliverance

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Chi aspettava un'ulteriore prova delle capacità tecnico-compositive della ghenga dello svedesone Mikael non può che essere contento: Deliverance è un disco perfetto. Troppo, forse. Critiche pioveranno su di me da ogni parte, ma io 'sto disco non lo apprezzo a pieno. Tanto prog, tanto bravi i musicisti, ma io ritengo anche tanto ferme le canzoni stavolta: sembra che qualcuno abbia trovato la formula della canzone perfetta e la stia usando a profusione, come aveva già fatto, peraltro, in Blackwater Park. Trovo che da Still Life i cari Opeth si siano un po' adagiati: sì, i pezzi sono sempre intricatissimi, lunghi, ostici ad un primo ascolto, ma certe volte non si capisce dove si va a parare. Ho capito che forse il senso del prog molte volte è quello, che è quello è il suo spirito, ma qua si passa la parte, si esagera, e il guardarsi allo specchio di Akerfeldt diventa barocco, prolisso. Se lo può permettere, con la band e con il seguito che si ritrova, ma stavolta, dopo il sempre più frequente scambio con i Porcupine Tree, mi aspettavo un passetto in avanti ulteriore: secondo me gli Opeth iniziano a prendere un po' di polvere, sembrano un soprammobile, elegante quanto vuoi, ma pur sempre un soprammobile. Ottima la scelta della produzione, così “vinilica”, come l'inserimento di alcune percussioni che ci stanno proprio bene. Delle canzoni non parlo: i titoli negli Opeth servono solo a tirare il fiato, ad interrompere un viaggio, comunque sempre da fare. Aspettando Damnation, dove l'influenza prog e wilsoniana dovrebbe avere lo spazio che si merita, rimetto nel lettore Morningrise, con quell'”assolo di basso che dura 50 minuti” (chissà chi l'ha detta questa, eh?) e volo via.

TRACKLIST
1 – Wreath
2 – Deliverance
3 – A Fair Judgement
4 – For Absent Friends (instrumental)
5 – Masters Apprentices
6 – By The Pain I See In Others

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