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Interviste

Intervista agli AFTERHOURS

Eccoci qua, tutti al cospetto del macchinista di questo spumeggiante treno che porta dritti al cuore dell’alternatività musicale italiana… solita storia: ciò che è fra parentesi fa parte della mia fantasia, non corrisponde a verità!

Manuel: Prendetevi delle sedie… mettetevi vicini… è che i Linea faranno un sacco di casino… per cui…
Intervistatore 1: Manuel, quindi… Solamente in questa edizione si sono alternati sul palco 50 gruppi…
Manuel: Cinquantuno!
Intervistatore 1: …51. (forse non aveva contato gli Afterhours!?! Non sono l’unico a fare figure di merda…) Contando le altre 2 edizioni, sono quasi 90… Alla fine di settembre saranno state toccate 13 città, nei diversi punti del Paese, e centinaia di migliaia di presenze…
Manuel: Non sei della DOXA tu, vero?
Intervistatore 1: No, eh eh… è importante perché i dati sono freddi (soprattutto il 5 di agosto) ma comunicano il successo o meno di una cosa… E quindi, tutti i gruppi migliori assieme agli Afterhours in questo tour… la domanda è questa: Pensi che l’attenzione dei media al festival sia proporzionale alla sua importanza?
Manuel: No… abbiamo fatto questo festival proprio per questa ragione, per questo motivo! Questo festival è diventato… nelle intenzioni doveva essere un po’ un modo di riconoscerci fra di noi e di confrontarci e di capire che avevamo tutti un pubblico molto vasto, che quindi rappresentavamo qualcosa e valeva la pena comunque creare qualcosa di… insieme, perché la sinergia fra di noi avrebbe sicuramente prodotto un risultato notevole. Però credo che in questi tre anni il festival abbia acquisito anche un altro senso: è diventato un megafono, secondo me, non solo per noi, ma anche per chi tanta popolarità mediatica non ce l’ha; è un megafono per quello che sta succedendo realmente in Italia a livello musicale. Io credo che sia il festival… e sono arrogante nel dirlo, ma credo che sia il festival più rappresentativo della musica italiana in questo momento. Ci sono altri festival, come l’Arezzo Wave che sono più grossi, anche storicamente più rappresentativi, e forse ancora più importanti… però rappresentano comunque internazionalmente la musica. Credo che la musica italiana qui sia rappresentata veramente quasi a 360°… manca la musica classica, manca l’avanguardia… non è il nostro campo, non vogliamo fare i ciarlatani e metterci delle cose che non sappiamo trattare. Manca anche il jazz, se vogliamo vederlo bene… però piano piano faremo delle cose. Per adesso c’è il rock, c’è il reggae, c’è la dance… ci sono tantissimi generi, insomma… e trovo che comunque un festival del genere stia diventando veramente, ripeto, un megafono per una situazione che esiste da anni e che non era mai stata riconosciuta dai media come nel debutto (nutro dubbi sull’ultima parola).
Intervistatrice 2: Manuel Agnelli è quindi il deus ex machina del Tora Tora… ti senti un po’ responsabile di indirizzare la scena musicale italiana nel festival?
Manuel: Io non sto indirizzando niente… sto semplicemente presentando i gruppi l’uno con l’altro… e poi tutti si presentano ad un pubblico. Ma sinceramente… credo che… lo puoi chiedere anche agli altri gruppi che l’approccio a questo festival sia uno dei più liberi che i gruppi possono trovare e quindi… qua ognuno è libero di essere se stesso, anche di stare chiuso nel proprio camerino e di non parlare con nessuno. Non c’è nessun obbligo di fare la “WE ARE THE WORLD dei poveri” o di fare jam session, che, se ci sono, sono carine, ma se non ci sono, va bene lo stesso. Per cui, in realtà, io non credo di dare un indirizzo. Penso che… di essermi reso conto che c’era già qualcosa, che esisteva già, sia a livello musicale che a livello di personalità che a livello di realtà nel territorio, cioè a livello di pubblico, di numeri. E quello che ho fatto io è mettere in piedi una macchina per dimostrarlo. Per cui questo è quello che rappresenta il Tora Tora, insomma…
Mao:Senti, gran parte del successo del Tora Tora è dovuto anche al pubblico. Ma, che cos’è il pubblico per te? Che cosa rappresenta?
Manuel: Il pubblico è il Tora Tora! Il pubblico è il Tora Tora… nel senso che è il pubblico a determinare i cambiamenti soprattutto in periodi storici come questo, dove l’industria e il mainstream non riescono ad avere il polso della situazione, non riescono a condurla dove loro vorrebbero. Anzi, stanno affondando sempre più velocemente! Per cui, in realtà qua il pubblico ha una libertà notevole di determinare certi cambiamenti, e penso che, oltre alla volontà, lo stia proprio facendo, perché… il fatto che ci sia così tanta gente a pagare un biglietto qua stasera, come nelle altre serate, dimostra che la gente ha voglia veramente di qualcos’altro! Io ho un ideale un po’ romantico, l’ho già detto… secondo me LA GENTE S’è ROTTA i COGLIONI della MERDA che gli è stata PROPINATA fino adesso! E sta reagendo!
Intervistatrice 1: Senti, tu hai detto che, in un certo senso, ti limiti a rappresentare un po’ il panorama musicale attuale. Però hai anche detto che, proprio per questo motivo, probabilmente il tuo gusto personale ha un’influenza anche secondaria, rispetto alla scelta del cartellone. Io volevo sapere che cosa ti spinge a scegliere un gruppo anziché un altro… qual è il tuo criterio di scelta?
Manuel: Sì, è un criterio abbastanza soggettivo e poco scientifico, per cui non mi illudo di avere un metodo, un sistema. Però fino adesso ho cercato di selezionare… all’inizio i gruppi che semplicemente facevano più gente, in modo da poter avere una grossa forza d’urto… nei confronti dei media, nei confronti del pubblico, e di noi stessi… il primo anno c’erano quasi esclusivamente gruppi che avevano già un seguito! E poi, piano piano, senza però rischiare di perdere le postazioni conquistate… piano piano aprire ai gruppi che, secondo me, sono qualitativamente più significativi, perché rappresentano qualcosa! Hanno un feedback già intorno a loro, hanno fatto uscire delle cose, si parla di loro in maniera molto positiva, indipendentemente dalle copie che vendono, dal pubblico che hanno. Però che rappresentano qualcosa a livello anche solo estetico, diciamo… e più avanti andremo e più rischieremo nel presentare anche gruppi che magari invece non hanno già un percorso, un feedback o una credibilità, ma che invece hanno bisogno proprio di essere presentati a qualcuno! Però voglio sempre fare… Io ho vissuto sempre mattoncino per mattoncino tutte le mie esperienze… anche questa la voglio vivere così… Il festival è migliorabile, sicuramente… è perfettibile. è un festival che ha ancora un sacco di difetti… però al terzo anno non ci possiamo lamentare dei risultati che stiamo raggiungendo e credo che stiamo dimostrando una cosa in particolare: che questa scena è concreta! Non è una scena creata dal marketing, non è una moda, perché se no saremmo già passati di moda… anzi, quest’anno siamo FELICEMENTE passati di moda, perché molti dei media che ci aiutavano negli altri anni perché eravamo una novità, e quindi facevamo gola per questo, quest’anno c’hanno un po’ tralasciato e sono molto felice del fatto che siamo cresciuti nonostante questo. Stiamo diventando veramente un megafono, indipendente nei confronti della grossa industria e del marketing, ma anche indipendente nei confronti dei tribunali morali dei giornali alternativi e del circuito alternativo in generale, che hanno sempre un po’ determinato le cose nella musica italiana e, se devo essere sincero, in questi 15 anni, che sono la mia esperienza, hanno limitato molto la mentalità dei musicisti e del pubblico.
Intervistatrice 2: Manuel, ci troviamo nelle cave di Cursi, che è un po’ un luogo alternativo alla musica che di solito… che si propone. è stata sempre questa la scelta dei luoghi del Tora Tora?
Manuel: Preferibilmente vogliamo dei luoghi che non siano già battuti da qualcuno perché è più facile in un posto speciale creare una bella atmosfera… il senso del festival è quello di tutti i festival… cioè il divertirsi! Non dico al di là della musica, però il fatto di avere un’atmosfera speciale è altrettanto importante… i festival che ci sono in Italia sono delle aziende, grosse o piccole che devono fare paganti, i gruppi si esibiscono per fare degli spot promozionali davanti a più o meno persone. Ci sono alcuni festival che esulano da questa logica e sono molto carini, come Arezzo Wave stesso, come Urbino per esempio, o come altri festival più piccoli… Noi vogliamo essere una cosa particolare e cioè un festival molto grosso che però mantiene questo spirito che invece è caratteristico di festival un pochettino più piccoli. Per cui per noi l’atmosfera è la cosa fondamentale, è la cosa principale, prima dei paganti, prima ancora della musica, diciamo… e per questo scegliamo posti che facilitano ed alimentano questa cosa…
Mao: Allora Manuel, io leggevo in un’intervista che tu affermavi che la felicità dipende anche dal riuscire a fare le cose che più ci piace fare… quindi… (attimo di imbarazzo… Manuel mi guarda storto… ma mica me la sono inventata, io, l’intervista!) a questo punto… pensi di essere felice?
Manuel: No… io forse non parlavo di felicità. Se parlavo di felicità, dicevo un’ovvietà! Penso che tutti ricerchino cose piacevoli… o per lo meno, cose che siano molto vicine alla propria sensibilità, eccetera… Io sono una persona molto fortunata perché ho della gente (noi) che mi chiede cosa penso delle cose… questo per fortuna è incredibile perché so com’è la situazione opposta, per cui… Ho cominciato molto tardi, che avevo già 31 anni, ad avere un seguito di persone, ad avere gente che mi domandava cosa ne pensavo e a vivere di quello che mi piaceva fare. Per cui so com’è non essere in questa situazione, mi ritengo veramente molto fortunato per questo. La felicità magari è un’altra cosa ancora… Sono una persona che si sta divertendo molto, questo sì… Felice, non lo so. Divertito, Sì!
Intervistatore 1: Per ovvie ragioni ascolti moltissimi dischi. Trovi ancora le band emergenti molto professionali, poco originali e molto presuntuose?
Manuel: Sì… ma credo che la presunzione l’ultimissima generazione la stia abbandonando. C’è una voglia di fare, una concretezza che nei trentenni, che per me sono la generazione intermedia, non trovavo. C’è meno arroganza, c’è più voglia veramente di dimostrare di avere qualcosa da dire. Credo che ci sia ancora un po’ di mancanza di originalità, ma è anche colpa nostra… che non siamo riusciti ad essere un’alternativa a quello che hanno propinato i media in questi anni… cioè un appiattimento comunque, oltre che culturale, anche estetico. Per cui stiamo facendo il possibile per fare il contrario adesso. C’è molta voglia… Si sta ritornando a voler essere personali, prima di tutto… prima che essere elementi di successo… prima che fare successo. Credo che ci sia stata una generazione che da noi ha tratto il peggio… cioè, i risultati che noi avevamo a livello numerico, a livello mediatico, eccetera… che poi sono comunque modesti rispetto ai grossi nomi… perché forse stanno troppo a diretto contatto con noi. Penso che la nuova generazione stia analizzando di più l’estetica in sé, e anche forse… forse sono presuntuoso io a pensarlo, però è anche un po’ il modo di vedere le cose, quindi anche un po’ la cultura che noi viviamo in un modo o nell’altro…
Mao: Senti, ti va di parlare un po’ del tuo libro? (Con uno sguardo mi incenerisce… e con l’altro mi raccoglie con la paletta e mi deposita in un’urna…) Se non ti va, non fa niente…
Manuel: Guarda, è uscito più di due anni fa… e non è più una novità per nessuno. Sono racconti molto vecchi che ho scritto a vent’anni e ho voluto lasciare così. è un libro che non scriverei nello stesso modo, ma che ho voluto lasciare così proprio per questo. Non ho necessità di scrivere altre cose per adesso, anche se le sto scrivendo, ma non ho necessità di pubblicarle. Non penso alla professione di scrittore come uno dei miei traguardi. Scrivo perché ho bisogno di farlo e se avrò bisogno di pubblicare lo farò.
Mao: Nell’ultimo disco non c’è più l’ironia… l’avete abbandonata completamente?
Manuel: No, è lei che ha abbandonato noi!
Intervistatrice 1: La Puglia è notoriamente tagliata fuori dai grandi concerti rock. Volevo sapere se hai incontrato qualche difficoltà particolare ad organizzare questa data…
Manuel: Ti dico la verità: non particolari! Organizzare il Tora Tora è molto difficile dovunque perché è ancora un’entità magmatica, è in continua trasformazione e quindi, anche per questo, è molto vitale però molto difficilmente gestibile da un certo punto di vista. In più, abbiamo cominciato ad avere dei grossi bastoni fra le ruote perché siamo un segnale di successo perché funzioniamo, per cui è difficile comunque organizzarlo dappertutto. In Puglia abbiamo avuto delle difficoltà che sono le difficoltà che abbiamo altrove. Non ti nascondo che venire qua costa di più, così come costa andare in Sicilia perché, essendo al di fuori del grosso circuito dei concerti, i gruppi fanno un grosso sforzo per arrivarci appositamente qua… però credo che la Puglia e la Sicilia, al sud, siano due realtà piuttosto illuminate, piuttosto fortunate rispetto al resto, per cui… oh, con tutto il rispetto, però se lo facessimo in Basilicata o in Molise griderei “Al miracolo!” per esempio, ma in Puglia siamo già venuti tante volte a suonare e non è una vera novità. Certo, come in altre situazioni ci son dei grossi passi avanti da fare… ma, guarda che… credo che la Puglia, per esempio, sia più fertile del Piemonte per quel che riguarda i concerti rock, anche se là le strutture hanno qualche vantaggio in più!
Mao: Senti Manuel, voi come Afterhours siete un gruppo che si autogestisce… avete abbastanza libertà… ma che cosa vedi nel futuro… cosa vedi all’orizzonte se ti sporgi dal balcone “Afterhours”?
Manuel: Se vedessi qualcosa nel futuro, mi guadagnerei i soldi facendo il mago… però in realtà quello che facciamo noi è fare le cose quando ne abbiamo bisogno! è una regola che non abbiamo mai tradito… che forse abbiamo interpretato male in alcuni momenti… e infatti abbiamo avuto dei momenti di crisi, però… non abbiamo delle scadenze. Non siamo un progetto “progettuale”, in questo senso…
Mao: …ecco, proprio in questo senso… che cosa ti bolle in testa? (ora mi risponde che se sapesse cosa gli bolle in testa, si guadagnerebbe i soldi facendo il cuoco…)
Manuel: Adesso di finire il Tora Tora, di andare in vacanza… e poi, ci siamo parlati fra di noi e credo che in questi ultimi sei mesi abbiamo raggiunto un livello di intesa che non abbiamo MAI avuto… ma proprio MAI MAI MAI! Probabilmente… stiamo suonando probabilmente meglio di qualsiasi altra formazione degli Afterhours di qualsiasi tempo. Se non altro noi, fra di noi, ci sentiamo così… quindi siamo molto galvanizzati… quindi sicuramente un prossimo disco lo faremo. Però siamo diventati molto arroganti rispetto all’esterno, cioè… siamo consci di essere molto fortunati come persone, come musicisti e VOGLIAMO usare questa fortuna per sentirci BENE… per noi è un DOVERE goderci quello che abbiamo, sentirci bene… perché sarebbe IMMORALE se non fosse così. Per cui stiamo prendendo le cose nel modo più naturale possibile…
Intervistatore 1: In questa edizione del Tora Tora, correggimi se sbaglio, avete aperto con “La Canzone di Marinella”. Com’è stato confrontarsi con un classico di tale caratura?
Manuel: Come tutti gli altri classici… Siamo degli incoscienti, non ce ne frega una cazzo cioè… alla fine ci siamo confrontati coi King Crimson, con Rino Gaetano, con Ivano Fossati e adesso con De Andrè, sempre con molta incoscienza, sempre volendo dare la nostra interpretazione… Rifare le cover “paro paro” vuol dire rifare delle schifezze che erano meglio nella versione originale. Probabilmente è COMUNQUE meglio nella versione originale, però, siccome è la NOSTRA versione, abbiamo un po’ di legittimità nel farlo, per cui non sono mai dei tributi… anche se ammiriamo sempre molto le persone delle quali facciamo le cover. Però i tributi sono una cosa molto triste e sempre inadeguata. Noi non siamo all’altezza per poter fare dei tributi, per cui facciamo delle cose nostre…
Intervistatore 1: Il prossimo disco, non so se ci stai lavorando, ma avrà la direzione, come promesso, un po’ più elettronica sul tipo di “Varanasy Baby” o no?
Manuel: Vediamo… perché, come dicevo prima, siamo un po’ magmatici… stiamo raccogliendo un sacco di materiale, stiamo ascoltando molta roba dura ultimamente… mi sto perdendo uno dei miei concerti preferiti (si riferisce ai Linea… datemi un cesso per vomitare!)… e in teoria dovrebbe uscire qualcosa di conseguente… ma non è detto. L’elettronica di un certo tipo mi HA ROTTO I COGLIONI, sinceramente… però non so quando uscirà, è troppo presto… abbiamo solo degli spunti… non siamo progettuali, cioè… siamo un gruppo che il disco lo finisce nelle ultime tre settimane.
Intervistatore 1: C’è stato un disco che t’ha trasformato da semplice ascoltatore in musicista? (bella domanda… peccato che il mio cervello è ancora dentro il freezer!)
Manuel: Ueh… Tanti tanti tanti tanti…
Intervistatore 1: Se ne dovessi dire uno…?
Manuel: I dischi di Dylan, i dischi di Cohen, i dischi di Lou Reed, i dischi dei Velvet in generale… tutti i dischi del post-punk americano… i Television, Patti Smith, anche un certo Bruce Springsteen… i Gun Club, L.A. Cats (sicuramente ho capito male…), gli Ex, i Crabs, gli Uscar du (oramai mi limito a scrivere la pronuncia… la mia ignoranza mi impone di annuire momentaneamente e successivamente pensare al suicidio), I Replacements i Pixies (oh… i miei preferiti!)… decine di cose!
Intervistatore 1: Lou Reed o Alan Vega?
Manuel: Mah… Springsteen perché forse racchiude entrambi… poi è del New Jersey, quindi glielo mette in culo a tutt’e due…

Cassetta finita. Anche l’intervista. Precisione altoatesina… quasi svizzera oserei dire! Saluti banali e di circostanza…


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