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Mondo Generator – A Drug Problem That Never Existed

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Quelli che il deserto…

E' una mera questione di costole, di anelli intrecciati con dovizia e con destrezza: certe volte vengono pisciati Wings, o delle Heads acefale, o dei New Order (nomen omen?); nei casi migliori abbiamo visto il parto equo di un Cerchio Perfetto dai contorni post-grunge, effimere repliche di folgoranti nuovi Blind Faith, congreghe di inesauribili “dilettanti” emancipati alla Mad Season o alla Matching Mole.
Ed è anche un sapersi porre in una scomoda ed invidiabile posa picassiana, una specie di autoritratto trasversale a più pennelli, sovvertire styles e gerarchie, reinventarsi filologi di se stessi scansando la maniera, come un ambiguo Lydon o un iperversatile Mike Patton. Li chiamavano supergruppi, gli ultimi obelischi diroccati di un'arte magniloquente ed efficacemente costruita, quasi progettata a tavolino e dagli esiti altalenanti: erano il delirio chimico per qualsiasi fanatico di strumentismo raffinato e di abbinamenti bizzarri, la risposta tempestiva alle preci di orfani musicali (ne sanno qualcosa i seguaci degli Audioslave o degli Zwan) e di più fortunati discepoli, esigenti solo di conoscere lati insoliti dei loro nuovi feticci sonori (Damon Albarn, per citarne uno).
Ma con l'abbattimento delle ferree frontiere delle tendenze musicali, le adunanze dei geometrici e precisi titani hanno abbandonato lo sfarzo aulico della pretenziosità per accomodarsi in una dimensione più goliardica e casuale, cooperativa ed eclettica: il Prog tecnicistico ed autocompiaciuto e le accademiche citazioni jazzistiche hanno lasciato posto ad un organismo vario ed imbastardito, più sperimentale che celebrativo.
Proprio per questa ragione “A Drug Problem That Never Existed” non sarà mai elevato allo status di “disco per tutti”. Per fortuna.
Come tutti i dischi smaccatamente “di genere”, anche questo reclama la sua legione quasi snobistica di cultori alla rovescia, avvezzi ad un'atmosfera decisamente distante da sound più fruibili e mimetizzati: quello dei Mondo Generator è un prodotto scevro da compromessi e da contorni di gomma limata.
I vampiri assetati di stoner avranno con ogni certezza sentito i loro neuroni tintinnare in una eco familiare: sì, esattamente, corrisponde al titolo dell'ultima, ottenebrata traccia di “Blues for the Red Sun”, il personale “ite missa est” dei Kyuss, l'interminabile loop che i Led Zeppelin avrebbero suonato con gli strumenti dei Type O Negative al tribute concert degli Hawkwind.
E dai Kyuss sgorgano inevitabili anche le paludi percussive di Brant Bjork e, soprattutto, la nuova leadership del “testa glabra” preferito della generazione post-punk, sua maestà Nick Oliveri: non sazio della attività fin troppo mainstream dei Queens of the Stone Age (nonostante Songs for the Deaf, vendite rispettabili a parte, sia uno dei capolavori hard di inizio secolo), l'ariete barbuto del deserto, questa volte alle corde più sottili ed alla voce solista, riesuma una sigla che sembrava essere stata brevettata per puro gusto ludico, scartando l'hermano Josh Homme (sì, il singer dei QOTSA) in favore del polistrumentista Dave Catching e della bassista Molly Maguire.
Il precedente “Cocaine Rodeo” era un esperimento notevole, ma ancora troppo con le orecchie rivolte al complesso d'origine ed ai suoi tessuti hard'n'slow: “A Drug Problem”, al contrario, imbrocca un drogato citazionismo (riconoscibilissimi gli assalti alla Black Flag ed il Detroit Style alla MC5) e, contemporaneamente, sputa la flebo del parassitismo tipico delle offshoot bands (le “costole”).
La rampa di lancio è una splendida mannequin delirante di quanto ci aspetta: si comincia con “Meth, I Hear You Callin'”, una presa per il culo tanto concisa quanto entusiasmante, un campionario dei luoghi comuni hardcore riversati nei 170 bpm più fulminei da lungo tempo a questa parte, su cui svettano vocalizzi corrosi e doppie grancasse ed un noise sottile e decorativo;
“Here We Come” è un manifesto, il degno successore di “Touch Me I'm Sick”, dei Mudhoney: altrettanto brutale, altrettanto repentino, ma priva della saccenza lirica dell'ermetismo grunge. Il testo, genuinamente becero e reiterato, ed il contrappunto di battimani pagani ne fanno un anthem glam-punk degno di un Bolan incazzoso;
“Do the Headright” si avvale della maschera di Josh Homme ed è, inequivocabilmente, il dovuto appetizer per i patiti di “Songs for the Deaf”: toms e rullante martellanti, un ritornello ruffiano che si evolve in un sofisticato intreccio chitarristico, pur privo di solismi;
l'apertura acustica avviene con “All I Can Do”, uno spiazzante (prendetela come una vox media) spleen contornato da leggerissimi cori ed accarezzato da un arrangiamento alla Lanegan (che infatti potete trovare sparso per il disco);
“Fuck You I'm Free” è una parodistica invettiva che mena fendenti travestiti da bicordo come nemmeno il più ubriaco dei fan dei Ramones;
“Detroit”, particolarmente fuori posto, è, tuttavia, una sentita dedica al padre, intrisa di pop e di delicatezza armonica come nel Pop-Folk più fruibile;
la pacchianeria di “Like You Want” è pari solo alla sua potenza ed alla sua efficacia, e, pur miscelando in un unico aggregato AC/DC ed il più dozzinale Hair Metal, è uno degli apici dell'opus, una caricatura esilarante e genialmente sopra le righe;
“Girl's like Christ”, invece, ammazza il Grindcore con lyrics malate e con la classica, involontariamente più volte ridicola, vocalità tipo SlipKnot, in poco più di un minuto e mezzo: una perla per i viveurs più stravolti;
“Jr. High Love” è purissimo College Punk un po' ovattato che non disdegna nè sezioni di tempo dimezzato nè assoli alla Radio Birdman, sempre nel segno della demenzialità: forse il picco dell'intero disco;
conclude una meravigliosa “Four Corners”, nella quale, dopo la non eccelsa “Detroit”, il ruolo di vocalist viene lasciato a Mark Lanegan. Scelta decisiva: l'intimismo soft, questa volta, è una dolcissima coltellata nei fianchi, violenta eppure materna, elementare eppure entusiasmante, una fiaccola fioca e cremisi dal fuoco sparata a parabola verso il cielo, cinque minuti e mezzo che svettano e si isolano dal resto dell'album, pur non rimanendogli estraneo.
“A Drug Problem That Never Existed” è essenzialmente un disco breve. Molto breve. Troppo breve, forse, come fosse un vinile dell'età d'oro del punk. Soli 35 minuti, alcuni dei quali, purtroppo bagnati da una certa prolissità (“Open up and Bleed for Me” e “Detroit”, in particolare), inevitabile, in fin dei conti. Come un disco degli Shellac, uno dei paragoni più immediati e validi. Al di là di queste perdonabili pecche, tipiche di un secondo tentativo, i Mondo Generator sono quanto di più indicato per chi, ipnotizzato da “Songs for the Deaf”, non è rimasto (è possibile?! sì, lo è…) interamente incenerito dalle incursioni di Homme & soci, la risposta meno ambiziosa e più ricreativa dei moderni oratori del nichilismo melodico. Fate in modo che almeno uno dei vostri arti o delle vostre appendici possa muoversi alla tribalità dei visconti del deserto.

TRACKLIST
01. Meth I Hear You Callin'
02. Here We Come
03. So High, So Low
04. Do The Headright
05. Open Up And Bleed For Me
06. All I Can Do
07. F.Y.I'm Free
08. Detroit
09. Me And You
10. Like You Want
11. Girl's Like Christ
12. Day I Die
13. Jr. High Love
14. Four Corners

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