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Robert Wyatt – Cuckooland

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TREES GROW TALL
(il disco dell'anno)

La tattilità quasi fetale della rilegatura cartonata esprime sempre la stessa idea, scevra dai pastelli e dalle porpore che la adornano: cola, come bava rovente, un'immagine timida di fragilità sabbiosa, un microcosmo deteriorabile, dalle membra di neonato. E' come accarezzare non visti la tela di un Picasso ed avere il glorioso sentore di ungersi di quelle crome, o tingere le labbra secche nell'incavo del collo della donna della tua vita, traendo lontano il viso con niente più di una sensazione in megafono: poi si cede, beffeggiando il ciclo dominazione-sottomissione che regge l'esistenza e schiudendo i lobi, tutti, mentre si stritola il piedistallo di vetro che sembra distanziarti paterno ed altezzoso. Già da questi particolari si intuisce il messaggio di fondo dell'intero lavoro: contatto diretto, un denudarsi più volte rimandato, la casa di paglia di un rapace canuto ed esausto. E negli affreschi di questa ristretta e possente dimora convivono arabescamente spettri di tanti ieri, aborti e mostri di un presente, placente morbide di un esercito di domani, copiati dal fido periscopio della sedia a rotelle o dalla lente minuziosa diretta sul mondo.
In questo personalissimo idillio senile e panoramico, Robert Wyatt stila il suo definitivo compendio, un sonoro Cnosso corale ed accorato, il più affollato, in relazione agli ospiti ed alla tracklist, della sua intera, distillata e dilatata carriera. Dopo sei anni di interminabile assenza, il rauco menestrello accigliato di Bristol, fradicio di nuova linfa in seguito alla pubblicazione di “Shleep”, uno dei dischi più significativi dello scorso decennio, e baciato da un culto semidivino (al suo album di tributo, “The Different You”, partecipano, fra gli altri, C.S.I., Marlene Kuntz, Battiato, Cristina Donà, Max Gazzè e gli ArEa), atterra come uccello nomade in un momento inatteso e necessario, nel quale Grenada, il Vietnam ed il Nicaragua si sono evolute nei più romanzati Iraq, Israele e Siria; nel quale, con la crocifissione del secolo nucleare, gli olocausti ebraici e nipponici si vestono di sudari più inquietanti ed inquieti; nel quale l'Identità del singolo necessita di polmoni negli occhi per evitare di soccombere alla voragine della Totalità, contraffatta o genuina che sia. Nel frattempo si sono amalgamati alla terra gli amici Harrison e Strummer, il (da lui) celebrato presidente Salvador Allende si è sciolto, obliato, in un simulacro inudito ed obsoleto, nella transizione bagnata dei due secoli sembrano essersi succedute intere dinastie, mentre l'Occidente si è limitato esclusivamente a cambiare cognome ed hobbies. Era improponibile l'idea di illustrare una rivoluzione intima ed allo stesso tempo globale con il solito manipolo di elucubrazioni sonore in quantità ristretta e densa, come nel masterpiece “Rock Bottom” (6 brani): proprio in questo consiste l'ultima mutazione di Wyatt, nell'aver riposto nell'ultimo “Cuckooland” il modello di specularità rispetto al sovracitato primo, ineguagliabile capolavoro, parto quasi cesareo dei suoi primi mesi da paraplegico, specchio di una svolta fondamentale sia nella carriera, sia nella pura esistenza. Wyatt ha scelto la logorrea, una soffice verbosità in falsetto, e dalle sue sussurranti orazioni non possono mancare citazioni fondamentali: Wyatt ha scelto anche le covers, rifiutando del tutto il meccanismo di coscrittura (salvo, in poche occasione, con la venerata moglie Alfie), ma affidandosi o alla totale ed intrinseca creazione o a carezze di illuminati predecessori. Il risultato è un vero e proprio mandala, prolissocompiuto, noiosoemozionante, vagodefinito, una catasta di drogati ossimori:

“Just a Bit” si avvia con uno sfondo sonoro di impatto siderale, che lì per lì lascerebbe subito spiazzati, se non entrasse subito in scena la riconoscibilissima tromba, a tracciare una slegata melodia quasi milesiana e a preludere alla sofferta voce di Wyatt, scandita solo da cori sintetici in climax discendente e da una nebulosa ritmica appena accennata. Le parole sembrano farsi sempre più risolute e meno mormorate, fino ad esplodere in una “pazzia” dissonante e gutturale;
“Old Europe” è un Tom Waits levigato, un corteo funebre dei suoi numi tutelari jazz, avvinto in un intrico di fiati e di ottoni in libero spasmo, destinato a risolversi, a metà brano, in un ammiccante arrangiamento da big band;
“Tom Hay's Fox” è un brano chiave, che pare avvertire di non lasciarci prendere troppo da questa apparente facilità d'ascolto, e che gioca molto sull'impatto quasi ambient introdotto da “Just a Bit”, niente ritmo, semplice armonia in sospeso nell'etere. Dopo 2 minuti che sembrano trascorrere in un respiro, arriva la sentenza di Wyatt, la sua ordinaria analisi sociale travestita da brachilogia ermetica;
“Forest” è il primo epicentro, la cui lunga durata finisce per essere il componente fondamentale, un ritratto del massacro zingaro durante il periodo nazista, accompagnato da una cadenza quasi soft-progressive e da un coro quasi sabbatico, sorretto dalla chitarra, un po' troppo autocelebrativa, di David Gilmour;
“Beware”, dell'artista post-bop Karen Mantler (che collabora alla reincisione), è semplicemente il “should-have-been-single”, una nervosa crepa percussiva e, allo stesso tempo, l'episodio più orecchiabile dell'album;
“Cuckoo Madame”, inciso da Wyatt in completa solitudine, è una pioggia sinistra e solenne, uno spleen mesto che descrive, quasi, la morte di “O Caroline”, e quindi il brano più vicino alla filosofia dei suoi vecchi Matching Mole;
“Raining in My Heart”, famosissimo traditional di Bryant & Bryant, è una linea di demarcazione fra le due parti del disco, una specie di intermezzo, reso da Wyatt un dolcissimo strumentale pianistico, durante il quale è impossibile trattenere un accennato sorriso accondiscendente ed ingenuo;
“Lullaby for Hamza”, assurdamente, finisce per assomigliare a “Meglio Stasera”, di Henry Mancini (da “The Pink Panther”), ma dietro a questa fittizia semplicità si nasconde il primo disgusto nei confronti della Seconda Guerra del Golfo, una filastrocca tachicardica e lapidaria;
“Trickle down” è un piccolo veglione ossessivo, contrappuntato da un contrabbasso instancabile e trascinante, un bacio d'addio a Charlie Parker e l'ennesima ragazzata con il complice Phil Manzanera (ex Roxy Music), intrappolato nelle ultime strofe ed in un breve loop distorto che sembra subliminale;
“Insensatez” è un caldissimo tributo all'emisfero meridionale, una cover di Jobim resa come solo Wyatt può (e lo sanno bene anche Neil Diamond, Elvis Costello e molti altri), oltre al seguito morale della “Te Recuerdo Amanda” di Victor Jara, vittima dell'inumano regime cileno di Augusto Pinochet;
“Mister E”, di nuovo con la Mantler, è un brano che pone ancora la tromba ed un'inedita armonica in primo piano, sorrette da un piano marziale e da uno splendido duetto vocale (uno dei rari duets concreti di Wyatt) dall'incedere noir;
con “Lullaloop” Wyatt recupera l'amico Paul Weller (ex Jam e Style Council) e si affida completamente ad Alfie, lasciandole campo libero anche in materia compositiva: quello che ne risulta è il pezzo più rock dell'album, nel quale la chitarra dominatrix di Paul assume una funzione portante, e non esclusivamente esornativa come quella di Gilmour;
“Life Is Sheep”, ultimo recupero della Mantler, si ricollega, invece, alla vecchia “Animals' Film”, colonna sonora che Wyatt scrisse per un documentario antivivisezione, e, tinta di allegorie sottili come nel miglior spirito british, viaggia cadenzata e quasi puerpera, sotto un complesso opaco e maestoso (eppure sono solo in due..);
“Foreign Accents”, altro rimando antibellico, riporta addirittura a Stockhausen e solo dopo diversi ascolti ci si rende conto della sua evidente identità scarna, intrisa com'è di soluzioni sonore effettistiche di estrema riuscita;
“Brian the Fox” è l'ultimo orgasmo degli ottoni, come se Wyatt avesse deciso di smettere per sempre di esprimersi tramite il semplice fiato, una flebile e delicatissima elegia che suona quasi tronca e mozza;
“La Ahada Yalam”, per concludere, è la bocca del cobra, pronta ad inghiottire nuovamente tutto quanto, la quadratura del cerchio, il paradiso islamico e la conclusione della trilogia anti-militaristica del disco, ed uno splendido tributo, oltre a Nizar Zreik (l'autore), alla cantante palestinese Amal Murkus, affidandole, senza esitazioni, la carica di pacificatrice morale del conflitto mediorientale: il pezzo, saggiamente inciso senza linee vocali, è una firma struggente e mirabile, l'ideale fine di ogni cosa.
Ed in questa ultima esecuzione, Wyatt ripone, probabilmente, l'intero significato di “Cuckooland”: nel libretto viene riportato il testo, anzi, la sua traduzione del testo, come per dire che senza di esso non si potrebbe capire e carpire nulla, tranne una suggestione fine a se stessa.
Il nulla, l'assenza. Sono sempre stati il gioco preferito di Wyatt: inutile per noi cercarlo, insensato stringerlo, questo pettirosso invisibile e dimesso.
Le ultime orme sono qui, in questi 16 brani, in questa enciclopedia singola. E sono ancora fresche.

Tracklist:
1. Just A Bit
2. Old Europe
3. Tom Hay's Fox
4. Forest
5. Beware
6. Cuckoo Madame
7. Raining In My Heart
8. Lullaby For Hamza
9. Trickle Down
10. Insensatez
11. Mister E
12. Lullaloop
13. Life is Sheep
14. Foreign Accents
15. Brian The Fox
16. La Ahada Yalam

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