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13-10-03 Alcatraz, MILANO – JANE’S ADDICTION in concerto – di WhisperingNoises

Odiare Milano, il presupposto ideale per intensificare i propri sensi di almeno 10 volte.
Odiare Milano, la manifestazione inevitabile di fronte al punto nevralgico dell’ex Esperia, all’inspiegabile epicentro, labirintico ed inospitale.
Odiare Milano, il sentimento più immediato dopo aver visto il più pacioso e flemmatico degli autisti ingoiare lo spirito di un Caronte al cardiopalmo.
E soprattutto, detestare Milano, affinchè questa naturale avversione possa giocare come componente fondamentale e risolutiva per un giudizio di qualsiasi tipo.


Milano, 13 ottobre 2003, ore 19:30 circa:
l’Alcatraz, nella sua veste simil-cantiere, si erige in un solo baleno autunnale ai miei occhi troppo torpidi di periferia mundi: è un ciclope in tinta grigiastra, uno zio sotto la trentina d’anni che ti cede il palmo e funge da protettivo kindergarten. Ed è semideserto. Per ora. Marsupiali barbuti e ruminanti resi doppiamente goffi da spettrali outfit color pece si raccontano aneddoti di livello musicale pre-universitario, mentre i primi mercanti, sudati fino all’inverosimile, attenti nell’evitare di incappare in qualche Gesù, espongono le loro merci ed i loro panni. Difficile resistere. -15 euro, per l’unica felpa che indosserò mai.

ore 19:50 circa:
un caffè ristoratore ripaga delle ore trascorse masochisticamente in tangenziale e prelude al largo consumo di energie e di liquidi vari che avverra nel corso della serata: le prime magliette ricordo abbigliate con i loro scalmanati proprietari cominciano a sfarfallare ed a mostrare i loro passaporti. Io, dal canto mio, mi mostro con una maglietta blu scuro con su scritto Massive Attack ed altri dettagli organizzativi, memento di Verona 2003 e di un’Arena di Verona schiavizzata dalla tecnologia benevola di 3d & compagni. Mi affaccio al territorio degli spacciatori di souvenirs e prenoto per la calura post-equinoziale una maglietta quasi identica alla felpa prima acquistata. -11 euro (1 per il caffè).

ore 19:55:
l’Alcatraz, soddisfacendo i miei sospetti, è una vagina ruvida e carnosa, tanto muta dall’esterno, quanto estatica una volta che ci si ritrova all’interno: il reparto anziani, con tanto di tavolini plastificati, giace sopraelevato alla mia destra, mentre i primi bar si materializzano nel settore occidentale; il centro del locale, una grande pista lastrificata e ben poco asettica, circonda un’equipe di tecnici del suono e delle luci pari solo alla squadra di Emergency in Somalia, zingari come cavallette distratte intente alla scalata di quel complesso ferroso e luminescente; il palco è essenziale, ma ricolmo di amplificatori preparati al peggio. Che ci sarà. Nel frattempo, arrivano i primi bicchieri di plastica colmi di sangue di Bacco sofisticato. -5 euro, poi dopo 5 minuti altri 5.

ore 20:15:
sono in prima fila da almeno 10 minuti, a stretto contatto con le transenne: al mio fianco giacciono trentenni stempiati con la maglietta dei Manowar, rastamanni già inebetiti dalle prime once di fumo ed una coppia di ventenni neo-laureate che paiono capitate lì per caso. E lo sono davvero. Aiuto.

ore 20:30 circa:
si affaccia il gruppo di supporto, gli Star Spangles, i classici fighetti post-factory della Grande Mela, un comico connubio fra Stooges, Strokes e Velvet Underground: è pazzesco notare che la qualità esecutiva e compositiva di un complesso è inversamente proporzionale alla loro autoesaltazione ed all’impatto sul pubblico. Come se già non bastassero davvero gli Strokes…La performance culmina con il singolo “Stay Away from Me”, attualmente in giro attraverso le più ruffiane emittenti musicali. Nel momento del loro congedo, mi si piazza a pochi metri di distanza un partenopeo tarchiato ed infervorato. Indossa una maglietta dei Tool e sotto, a metà fra le due esibizioni, c’è “When You Sleep”, dei My Bloody Valentine. Deo gratias. -5 euro, il secondo Long Island Ice Tea.

ore 21:00:
si spengono le luci. “Come, solo in tre?”. Poi capisco. Prima linea scarna di basso di Chris Chaney e nient’altro. “Up the Beach”. Ecco perchè. Stephen Perkins affonda le bacchette nei piatti, sempre più velocemente, sempre più spietato. E Navarro, impassibile, esegue. Nel momento della conciliazione dei tre strumenti, i primi riflettori accecanti fanno la loro comparsa. Eccoli. Eccoci. Era logico che iniziassero così.

ore 21:05:
ACCORDI DI SETTIMA/NONA ECCEDENTE?! Di già? Ma sul palco sono ancora in tre! Dal fondo del palco, con una falcata improponibile, Perry Farrell raggiunge le casse, in bilico sul limite del palco. “Here we go!”, il complesso è riunito, finalmente, in un crossover spigoloso.”Here we go!”, la frase chiave di qualsiasi loro album, come i fans sanno. Le prime file scalpitano. Al cenno vocale di Perry il pogo è inevitabile. Le due bimbe si rifugiano dallo staffman di turno. Si sono scelte il più palestrato. Prevedibile.
Non prevedibile quanto la resa di “Stop!”, primo brano di “Ritual de lo Habitual”, uno dei dischi fondamentali di fine secolo: Farrell ha scoperto altre corde vocali, sembrano di titanio. Forse è solo una dose minore di eroina. Perkins sorride. “Lo capisco”. Navarro è sempre più irremovibile. “Lui invece no”. Il brano si conclude. Bentornati, californiani. Farrell è inquietantemente simile nel vestiario al Frank’n’Furter del “Rocky Horror”, ed anche i suoi modi non sono da meno: indossa giarrettiera, pailettes e pantaloni di pelle nera, l’ideale per esporsi di persona allo sciame di pretendenti a lui sottostanti.
Effetti sonori psichedelici ed un riff improvvisato preconizzano un’esecuzione ancora avvinta nel mistero. “Cos’è, una cover?”. Meglio, è “Ain’t No Right”.
Perry ci lascia le prime due parole, dopodichè, con il suo falsetto tanto stridente quanto esclusivo, si lascia avvinghiare dal basso martellante di Chaney. E balla. Tanto.
Due minuti appena, ma sono di quelli concentrati. Dopodichè, si prende cura della nostra salute, si scusa, quasi, per i 13 anni di assenza, dal loro scioglimento ad oggi, unica data italiana. “We need each other”, dice, a mo’ di slogan, almeno un paio di volte. Perkins ha capito…e parte una batteria marziale ed ammiccante.
“Here we go!”. Di nuovo?! Solo un millisecondo a disposizione per capire che è giunto il momento di mostrare il loro terzo volto. Parte “True Nature”, secondo singolo da “Strays” e brano di apertura del disco. Si urla, convulsamente, con lui, per lui, anzi, per loro. Chaney ha preso confidenza con l’Italia: beato lui. Invece Navarro è sempre più immobile. E sempre più sorprendente. Il pezzo finisce. Comincio, stoltamente, a richiedere a gran voce “Three Days”, la suite, forse il loro capolavoro. Ancora niente. Sono sfiduciato.
La batteria rotola per qualche secondo, indipendente. Dopodichè, arrivano i colpi di campanaccio, e capisco. E temo. Poi riprendono. E temo molto meno.
E’ “Been Caught Stealing”, il loro brano più famoso, e pertanto il più brutto. Incredibile: lo sto cantando, lo sto ballando. Come c’è riuscito? Potenza dell’arrangiamento.
Più veloce, meno scontato, più suonato. Sicuramente più diretto. E sono appena 3 minuti e mezzo.
Al termine, Perry si affaccia, quasi accucciato, con pose alla Marlene Dietrich: ci chiama i suoi “piccoli coniglietti” e non so se sentirmi divertito o lusingato. Ci prende in giro sulle nostre abitudini boccacesche: ora si che mi sento di nuovo estromesso. Ma è una sensazione brevissima.
“Three Days”, tanto invocata, tanto desiderata, tanto lunga. Mai troppo. Che cosa pensare? Perfetto, Andrea, questi saranno i 12 minuti più belli da un po’ di tempo. Il tempo varia, come in ogni scheletro suite, si viaggia a movimenti, in un climax emotivo impressionante, durante il quale vengono evocati “matrimoni fra luci ed ombre”, “popoli con le ali” e “Gesù erotici”. Navarro, nel frattempo, imita Page, e ci riesce più che bene, mentre Farrell ha il proprio momento divistico. Se l’è guadagnato. Riesco persino a stringergli la mano da sotto al palco.
Pausa di riflessione, dopo il sisma intimo: ci si distende con una parentesi acustica, nella quale il complesso abbassa le proprie ambizioni, soprattutto esecutive.
Prima è il turno di “Everybody’s Friend”, piccola ballata sempre tratta da “Strays”, resa fedelmente e l’ineluttabile traino di accendini.
Poi, la sorpresa. Come ben si è visto, tutti i primi singoli estratti dai loro albums sono al di sotto della loro nomea: prima l’orribile “Jane Says”, poi la ruffianissima “Been Caught Stealing” e la non riuscitissima “Just Because”. Come rimediare? Semplice. Facciamola acustica.
Inutile dire che le potenzialità melodiche del pezzo si siano moltiplicate almeno per 10. C’è pure il piano. Sensazionale.
Si prosegue con la presentazione di “Strays”, e canzoni come “Price I Pay” e “The Riches”, già forti di un’ottima resa in studio, sono totalmente rinvigoriti.
La band continua con un’esecuzione impeccabile ed inappuntabile, con la prima donna Farrell a fare da padrone e, sorprendentemente, con un Perkins che ruba la scena al poco appariscente Navarro. Le chiacchiere del vocalist sono di estremo divertimento, perse nel loro allucinato senso di paternale e nel loro calore.
Bene, ora basta “Strays”, ottimo disco, ma comunque di poco inferiore allo splendido affresco di “Ritual de lo Habitual” e almeno alla pari col precursore “Nothing’s Shocking”: ora si torna indietro, con il primo bis.
Un riff di chitarra acustica discendente? Già capito. Ci prepariamo tutti con il nostro “Three, Five”, o qualcosa di simile (nessuno ha mai capito cosa fosse): Perry ci frega, lo vuole tutto per sè. Ci impone un divertito silenzio, dopodichè reclama il suo diritto di avvio: urla con un falsetto inumano ed avvia “Ocean Size”, una delle canzoni più adrenaliniche dello scorso secolo, per di più leggermente rallentata. Estasi. E non è finita qui.
Può mancare “Mountain Song”? Assolutamente no, specie ora che è stata tributata da un EP dei Sepultura. Perry è un po’ stanco, si vede. Proseguono gli assoli mentre i decibel aumentano…o forse è solo una sensazione.
Tutto perfetto, no? NO.
Un neo è inesorabile, un neo dal nome di donna: “Jane Says”, allontanata con macumbe e con altarini a S.Rocco, appartiene al pubblico. Ecco allora partire una goffa batteria elettronica, mentre Perkins, privato della sua carica, con sorriso ebete si piazza dietro ad una specie di percussione in stile hawaiano; Navarro, per fortuna, almeno qui, non ci degna di un’espressione, e Farrell ci lascia la maggior parte dei versi. Ma non a me. Mi sono sempre rifiutato di impararli a memoria. Le due donzelle neo-laureate capitate lì per caso, finalmente a loro agio, si ripresentano con la classica espressione della liceale eccitata, esaltate dal motivetto orecchiabile che, forse, qualche pollo le ha dedicato. Bah. Peccato.
Sarebbe stato una data esemplare, se non fossero decaduti così nel finale. Restano comunque 100 minuti (un po’ pochi, dite? Dovevate esserci) di catarsi pura, un appuntamento che, fino a pochi anni fa, sarebbe stato impensabile ed astratto. Un concerto sublime, reso ancora più indimenticabile dalla regola numero uno, dal minimo scotto da pagare per acuire le proprie sensazioni: odiare Milano.

WhisperingNoises

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Recensione di “STRAYS”, ultimo album dei JANE’S ADDICTION

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