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Cat Power – You Are Free

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Leadership & femminilità. Mai parlare di femminismo, o almeno, mai farlo in circostanze che occultamente simboleggiano l'esatto contrario.
Mai pronunciarsi sul carattere dominante vaginale senza calcolarne le distorsioni, quegli emblemi cartonati dalla plastica irruenza, provocatoria come uno sfregio sanguinolento tracciato col pennarello. E via con gli emblemi, quelli classici come uno stencil, da riproporre di decade in decade, sempre costante e rancido, dai '70 di Deborah Harry (alias Blondie), al naif-“punk” '80s di Cindy Lauper, dai '90 del Girl Power al nuovo secolo di Missy Elliott e di altre virago da copertina.
Militanza o astuzia? Solo uterino mutismo di base.
Andrej Tarkovskij faceva dire al suo Stalker che “la debolezza è potenza, e la forza è niente” e che “debolezza e flessibilità esprimono la freschezza dell'esistenza”: e questa è la sola ragione per cui i capezzoli di Janet Jackson, l'isteria di Courtney Love, le metamorfosi di Pink rimarranno solo risibili aneddoti dal fiato cortissimo.
Parallelamente, si sono sviluppati veri prototipi socio-artistici, che spaziano dalla instabile vulnerabilità di Joan Jett alla tragica labilità spigolosa di Diamanda Galas, per culminare con l'intensità neo-beat di Ani DiFranco e con l'ossessività schizofrenica di Liz Phair. Da questa intrinseca fragilità nasce il più viscerale impeto muliebre, quell'aggressività irrequieta in cui punti di forza e fianchi scoperti spesso si equivalgono e si corrispondono.
Sono le stesse ferite, gli stessi fori fecondanti che appartengono a Chan Marshall, introversa apostolo del sadcore dallo pseudonimo di Cat Power, insanabile malata depressiva (come i Low, Smog ed i Red House Painters) tessitrice di reticoli salvifico-dolorosi per stuoli di simili semi-costanti demoralizzati: e la lezione morale, alla fine, risulta soltanto una, e cioè quella di abbinare allo spirito sudista della Georgia (patria del Soul) il minimalismo sofisticato della scena europea.
Dopo l'exploit di “Moon Pix”, album della maturazione e punto d'arrivo dell'indie di fine decennio, Cat Power indaga le frontiere della malinconia con un gusto quasi popolare, vicinissimo alla crudezza della Nico più asciutta ed al kammerspiel: “I Don't Blame You”, scarnissimo esordio del calvario, è una provocatoria ninnananna persa nell'estremismo della propria inevitabile ripetizione, dove i cori non sono seconde voci, ma vere e proprie bocche periferiche dalle quali scaturisce un'angoscia piu esplicita, circondata dal solo martellante piano; “Free” ha l'immediata presa di un anthem in potenza, dove le grida distorte dell'overdrive si convertono nell'assillante sequenza perennemente identica delle tre chitarre acustiche in sequenza: possiede la stessa forza di una “Touch Me I'm Sick”, o di una “Smells like Teen Spirit”, ma con la propria esplicita, spassosa autocritica (le liriche sono piena autoironia del “canone ribelle”) al posto della boria vanagloriosa di un certo grunge; in “Good Woman” gioca alla piccola Dolly Parton, con un gusto nostalgico che ricorda i Cowboy Junkies più dissonanti: tappeti disturbati di classiche si intrecciano con violini monotematici sotto un lirico profondo sud; “Speak for Me”, probabilmente l'apice, è un brano che si può estrapolare da un qualsiasi prodotto dei primi Pearl Jam o dalle gravidanze di Cobain e lasciarlo in mano ad una Patti Smith in vena di rivalsa: l'esasperata ripetitività qui suona perfettamente funzionale, anche perchè l'arrangiamento è, a modo suo, minimamente vario; “Werewolf”, classico bluegrass di Michael Hurley, è un mesto divertissement da camera ardente, una rassegna d'archi in tremolo ben distanti dalla tradizione southern;
“Fool” si articola su una doppia, armoniosa sequenza di voci quasi soffiate, praticamente nella medesima struttura di “I Don't Blame You”, ma con la chitarra al posto del piano; “He War” sembra hardcore filtrato attraverso un bicchiere, una violenza contrastata dalla solita fievolezza vocale. La restante metà del disco completa il discorso con svisate semi-country e coltellate semi-silenziose (esemplare “Maybe Not”, che sembra uscita dalle sessions di Desertshore), fino all'epilogo di “Evolution”, dove il nervoso ticchettio al pedale del piano (per stessa ammissione di Chan, un “orologio ineluttabile”) segna la morte della melodia, nonostante una voce maschile quasi fuori luogo: è la fine dell'opus, la fine di tutto, un mantra irripetibile. L'unico difetto sostanziale e globale dell'idea è la stesura dei testi, tutti così anonimamente (in)sofferenti e mediocri, privi sia dello scazzo alla PJ Harvey, sia della poesia di Hope Sandoval: non c'è una sola lirica, o quasi, infatti, che si sollevi dallo standard della quotidiana, infinita tristezza del singolo evento, dall'amore fallito al dilemma dell'emancipazione, fino all'immancabile fiducia tradita. Ma, a suo indiscutibile favore, “You Are Free” non è una raccolta di canzoni, non è una sequenzialità episodica logica: “You Are Free” è un unicum in cui la divisione fra brano e brano è solo un vincolo discografico, dove nessuna traccia ha senso senza la successiva, e dove infatti l'ultimo pezzo lascia spiazzati appunto perchè ci si aspetta che tutto ricominci da capo, senza dover fare niente. Il solo modo è quello di attivare immediatamente la modalità “repeat” e riaffacciarsi su quello che è sicuramente il prodotto statunitense femminile (e forse cantautoriale) più inebriante e significativo dell'anno scorso.

Tracklist

1. I Don't Blame You
2. Free
3. Good Woman
4. Speak for Me
5. Werewolf
6. Fool
7. He War
8. Shaking Paper
9. Baby Doll
10. Maybe Not
11. Names
12. Half of You
13. Keep on Runnin'
14. Evolution

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