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Bibliophobia

Intervista a DRAZAN GUNJACA

Dopo aver letto Roulette Balcanica mi è venuta l’irresistibile voglia di ritornare a scrivere. Una sensazione di questo tipo me l’avevano data finora solo Miller o quella beat generation che amavo leggere fino a qualche anno fa. Questo mi ha portato a intervistare Drazan Gunjaca, lo scrittore croato che nel suo dramma mette in luce il lato oscuro della guerra: quello umano.
Rocco

L’autore parla ottimamente italiano, ma credendo che un’intervista sia importante quanto un libro ha preferito farsi correggere dal prof. Srdja Orbanic, suo amico e traduttore.

Si può parlare di una guerra in diversi modi: si può creare una storia nella quale i protagonisti sono gli uomini di stato, chi decide di fare la guerra, e si può creare una storia in cui protagonista è la gente comune, chi la guerra la fa. Perché hai scelto come personaggi di Roulette Balcanica unicamente persone semplici?
Io scrivo sempre di gente comune, delle turbe dei semplici, come direbbe Eco, e dei loro destini. Non mi interessano statisti, uomini di potere, portaborse o esecutori, se non nel contesto del male che infliggono alle persone semplici. E poi, perche’ dovrei scrivere di loro? Ognuno, intanto, nel corso della sua vita scrive almeno due versioni di proprie memorie, dal momento che tutti abbiamo sempre problemi con la “verità”… Non sopporto gli uomini che sacrificano l’altrui presente a favore di un passato completamente indefinito promettendo al contempo un futuro migliore a quelli che hanno sacrificato. Le vittime non hanno futuro e i sacri detentori della verita’ questo lo sanno. Io scrivo di quello che ho vissuto oppure visto, di cose di cui in un qualche modo sono stato testimone.

Quali sono i tuoi maestri, i tuoi punti di riferimento nel passato della letteratura? Quali sono gli autori contemporanei che preferisci?
Molti libri mi sono cari, ma ho poco tempo da dedicare alla lettura. Una volta invece non avevo i soldi per comprarli, ma avevo molto tempo a disposizione. Adesso la situazione è opposta. E’ semplice, siamo travolti da questo ritmo pazzesco della vita, nella quale ci sono sempre meno cose belle. Per quanto riguarda le mie letture giovanili, preferivo Remarque, Uris, Hemingway. Quando si vive in un paese così tribolato come la Croazia, con imprevedibili sconvolgimenti quotidiani, si e’ propensi o inclini a un certo tipo di letteratura, anche se, ad esempio, Camus e Proust restano sempre un buen retiro nei momenti di malumore. In quanto ai contemporanei, seguo attentamente in che direzione stiano andando le cosiddette belle lettere nei Balcani. E’ terribile che dopo cinque anni di guerra, di devastazioni e di morte ci siano così poche opere di denuncia delle atrocita’ che abbiamo compiuto o a cui abbiamo assistito in silenzio. Anche questa la dice lunga sul nostro stato di (in)coscienza, vero?

Secondo te la letteratura è una forma di lotta? Può influire sullo svolgersi di una guerra, può portare ad un cambiamento o è solo una memoria obiettiva dei fatti e dei sentimenti umani?
La letteratura è soprattutto una forma di lotta, di opposizione etica e morale, altrimenti non ci sarebbero tante vittime tra coloro che scrivevano o scrivono tutt’oggi. Certo, mi riferisco alla letteratura cosiddetta “militante”, nel senso positivo del termine. Scendere in campo a favore dell’umanità in condizioni di un’inumanita’ imperante presenta senz’altro una lotta sofferta con esito (in)certo. A proposito della mia attivita’ letteraria, se un’organizzazione terroristica ti annovera in una “lista della morte”, cioe’ se decide che devi morire perche’ inquini il desiderato clima morale della nuova societa’ croata, come a suo tempo è successo a me, allora molto presto ti rendi conto che certe cose sono andate molto al di la’ di quella che si puo’ definire una soglia minima del vivere civile. E’ invece tutt’altra cosa quando si può influire sulle circostanze. Pero’, nel mio paese, dove i prezzi di qualsiasi libro sono troppo alti, dove i professori in pensione non hanno i soldi nemmeno per pagarsi la quota annuale per poter usufruire dei libri della biblioteca civica… un’illusione. Io non sono propenso alle illusioni. Finora le ho pagate fin troppo care. Ma se scrivendo posso indurre almeno qualcuno a riesaminare la propria sostanza umana, ciò ha comunque un senso. In questo senso, le migliaia di lettere che ho ricevuto da tutto il mondo parlano per se stesse.

Quali sono i pericoli nei quali può incorrere uno scrittore Jugoslavo che decida di scrivere contro la guerra e contro lo stato? Anche tu ne hai subiti?
Non esistono più scrittori jugoslavi. Ci sono quelli croati, quelli serbi ed cosi’ via. Ormai non esistono più molte cose. Ivo Andric, il nostro unico premio Nobel, era croato, pero’ scriveva in lingua serba, e scriveva della Bosnia… Un jugoslavo dichiarato. Ma nessuno vuole a che fare con i morti, con le cose il cui tempo e’ definitivamente passato. I pericoli? Ho menzionato poco fa la farneticante (ma non percio’ meno pericolosa) “lista della morte”, della quale avevano parlato anche i media. Non ricordo più in quale opera ho scritto che in questo paese vale di più l’opinione del leader politico attuale che tutte le costituzioni e le leggi messe assieme. Insomma, giudicate voi. Che cosa vi dice il fatto che nel mio paese, dopo tutti i premi ricevuti, nessuno ha scritto una recensione del mio dramma Roulette balcanica (tranne la rivista letteraria della minoranza italiana). Stranoto: di chi non si parla, non esiste (una delle condanne più terribili nell’antica Grecia era la condanna all’oblio… chi ha detto che dalla storia non si impara mai niente?… Eccome si impara, pero’ e’ un altro paio di maniche che cosa si impara…). Comunque, ho deciso di restare in questo bel paese, che io amo più di tutti quei signori piu’ o meno ignoranti che inquinano le vite di noi cittadini croati comuni, nella speranza di vedere cambiare le cose già nel corso della mia vita. Forse ho aperto la strada a un certo tipo di scrittori in erba che stanno per arrivare.

Credi che prima o poi le differenze etniche verranno accettate o sei più fatalista?
Hm, gli slavi si’ che sono fatalisti, non è vero? E’ questo più o meno il cliche’. Sinceramente, spero che le differenze etniche vengano accettate. Tutte le mie opere sono rivolte a questo perche’ è l’unico modo, a prescindere dalle differenze, di garantirci un futuro. Oggigiorno, nell’era nucleare, quando solo cielo sa chi non possiede le bombe nucleari o armi del genere (pero’ povero Saddam non le aveva, questo ora e’ sicuro), accettare le differenze etniche, razziali, religiose è conditio sine qua non per la sopravvivenza dell’umanità. Altrimenti le guerre tra civilta’ teorizzate da “maestri del pensiero” tipo Huntington finoscono per essere occupazioni militari di altrui pozzi petroliferi. D’altro canto, la realtà di giorno in giorno annulla, vanifica queste mie speranze… Devo ammettere che sono già abbastanza disilluso. Comunque, nessuno mai riuscira’ a distruggere il nucleo duro dei miei ideali di vita.

Quando fu chiesto a Beckett, in occasione della prima americana di Aspettando Godot, chi o cosa rappresentasse Godot, rispose: “Se lo sapessi, l’avrei detto nel dramma”. Cosa rappresenta Godot nel tuo dramma? Perché lo hai inserito come prefazione? L’arrivo di Godot ha risolto qualcosa o lo ha complicato?
Uno scrittore geniale, cosi’ come il dramma. E’ difficile rispondere alla domanda che lui stesso ha evitato di spiegare, lasciando il mondo in un’ossessionata attesa di Godot. Che cosa rappresenta Godot per qualsiasi due poveretti qualsiasi? Che cosa rappresenta per me? A dire il vero, non sono sicuro cosa rappresenti per me, però penso di sapere cosa significhi per Petar. L’incontro, lo scontro con il destino che lui rifiuta, ma dal quale e’ stato rifiutato, condannato. L’arrivo di Godot non risolve nulla, soltanto apre il vaso di Pandora pieno di incognite e di assurdità che fino a ieri non esistevano e che oggi ti condannano… Per questo Godot è meglio aspettarlo che dargli il benvenuto.

Perché hai ritenuto importante pubblicare il tuo libro in Italia?
Perche’ penso che non esistano guerre altrui, queste oggi sono tutte diventate nostre, le condividiamo (che brutta realta’ in cui l’umanita’ condivide le guerre) ovunque esse si svolgano. Prendiamo l’Iraq… o Madrid. Quanto manca oggi per vedere una bomba trasferirsi dalla TV nel nostro comodo soggiorno ed esplodere? Fino a quando il nostro mondo riuscira’ ancora a reggersi su queste gambe di vetro? Le vittime non hanno nazionalita’, percio’ sono la coscienza di tutta l’umanità. Perciò ho scritto saggi sia sulle vittime dell’11 settembre che dell’11 marzo…

Di solito quando intervistiamo i musicisti a questo punto li salutiamo e diamo loro la possibilità di scrivere ciò che vogliono senza limiti. Premesso che non ti pagheremo per ciò che scriverai, cosa hai da dire?
Volevo citare qualche riga del mio nuovo romanzo I SOGNI NON HANNO PREZZO, ma poi ho visto le ultime notizie sul nuovo inasprirsi del conflitto etnico in Serbia e nel Kosovo, sulle moschee e sulle chiese messe al rogo, sui morti e sui feriti… Prima mi avevi chiesto come superare le differenze etniche. In un saggio, intitolato TUTTI GLI UOMINI SONO FRATELLI (premiato di recente), tra l’altro ho scritto:

“Tutti gli uomini sono fratelli e le eccezioni lo confermano. Ancora una cosa, per me molto importante. Che ci credano o no, tutti quei protagonisti delle sacrosante verità (e sono talmente tante che anche queste verità fanno sempre più fatica a sopportare un tale peso), le eccezzioni sono sempre più numerose. Forse non sono abbastanza da diventare una regola, ma bussano pericolosamente alle porte blindate delle stanze in cui si custodiscono le arche dell’alleanza delle suddette verità.”

Rocco

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