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Radiohead – The Bends

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Cosa sarebbe il rock di oggi senza The Bends? Ci sarebbero i Coldplay, gli Starsailor, non ditemi i Muse per favore che non c'entrano nulla? Domande scontate, sicuramente, ma più che legittime. Sissignori, perché qui ci troviamo senza dubbio davanti a una delle opere più belle di tutti i '90 (di tutta la “musical history”, per dirla alla Morrissey?), una raccolta di capolavori che a mio giudizio è addirittura più riuscita di quel fortino intoccabile che è Ok Computer. The Bends è un enorme passo in avanti rispetto a un debutto non eccezionale (Pablo Honey, sì, quello di Creep), un passo in avanti gigantesco. Dodici canzoni che mandano in quel posto l'ala cazzeggiatrice di un certo rock britannico (vedi Oasis) per rifugiarsi in un sano intimismo a volte sussurrato, altre volte urlato, però sempre incredibilmente attuale. Ma testi a parte, la differenza qui la fanno semplicemente le canzoni. Basterebbe citare due titoli e chi aveva comprato Pablo Honey per via di quel singolone di Creep potrebbe comprare a scatola chiusa anche The Bends: i titoli in questione sono Fake Plastic Trees e Street Spirit. Qui siamo nel campo dell'emozione pura, dell'Arte, inutile parlare o tentare di descrivere il tutto. Ma The Bends è un disco magnifico dall'inizio alla fine: il rock della title-track o di Bones spezza le gambe in un attimo a qualsiasi ubriacone mancuniano (ogni riferimento ai Gallagher è puramente casuale) e a qualsiasi brettanderson; High and Dry, una delle più note al grande pubblico, incisa sul disco quasi contro voglia e solo grazie alla parola decisiva del produttore John Leckie, diventa anch'essa uno dei punti di forza del disco; il primo singolo Just cattura l'orecchio (e l'occhio, visto il bellissimo video che l'accompagna) e invoglia giustamente all'acquisto; My Iron Lung è un incredibile sfogo (anche dal punto di vista musicale, nel noise del ritornello) nei confronti di tutto quello che girava attorno ai Radiohead (anche nei confronti di Creep che li aveva fatti passare per una one-hit-wonder); Nice Dream sembra una ninna nanna, e il tema del sonno, anzi del sogno, è un pretesto per parlare della diversità e dell'alienazione di Yorke (“Mi amano come se fossi un fratello”); Bullet Proof… I Wish I Was è un dialogo tra Yorke e il magma che si porta dentro, in cui fragilità e debolezza (anche fisica) sono i temi portanti; Black Star è un piccolo gioiello di quelli che non vengono quasi mai citati perché schiacciati da canzoni più monumentali, per così dire. E come non può venire in mente, parlando di monumenti, il capolavoro (a mio parere insuperabile) di Street Spirit? Per descriverla (anche se descriverla sarebbe impossibile), citerei le parole di chi l'ha scritta (anche se sulla nascita della canzone è proprio l'autore a metterci seri dubbi), Thom Yorke: “Non l'ho scritta io, si è scritta da sola. E' un tunnel oscuro senza una luce alla fine. Per cantarla distacco il mio radar emozionale dal pezzo, altrimenti non potrei suonarla, mi accascerei sul palco. Street Spirit parla del guardare il diavolo dritto negli occhi, sapendo che, qualunque cosa tu faccia, sarà lui l'ultimo a ridere”.
Non occorre dire altro.

Tracklist
1. Planet Telex
2. The Bends
3. High and Dry
4. Fake Plastic Trees
5. Bones
6. [Nice Dream]
7. Just
8. My Iron Lung
9. Bullet Proof… I Wish I Was
10. Black Star
11. Sulk
12. Street Spirit (Fade Out)

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