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Interviste

Intervista a PAOLO BENVEGNU’

Questa intervista è stata realizzata basandosi sul tema che la rivista Miele propone questo mese: Fragile. Quindi immaginatevi Rocco, Zappo e Mao168 nell’impresa folle di fare 15 domande sullo stesso tema. E immaginatevi l’infinita pazienza di Paolo Benvegnù nel rispondere a tutte.
(Nota: l’intervista è stata fatta via mail)

Il tema di questo numero di Miele è “Fragile”. Un tema ostico, perché, per quanto possa richiamare concetti profondi comuni a tutti i grandi poeti della musica italiana, poi ti chiedi: chi cazzo intervistiamo, adesso?
Dunque la scelta è caduta su di te. Perché? Forse per il semplice e banale motivo di quel “fragilissimi” in “Piccoli Fragilissimi Film”, ma d’altra parte penso che non possa esserci scelta migliore, dato che molte delle tue canzoni sembrano davvero fragili. Il problema vero è: cosa cazzo ti chiedo adesso? Possiamo partire con il cd stesso. Perché hai scelto il titolo “Piccoli Fragilissimi Film” per descrivere questo album?
Paolo: Perchè più mi addentro nelle cose e più le cose prendono il sopravvento,perchè non riesco a concentrarmi su niente,perchè sono in disequilibrio e perchè,dopo aver visto Playtime di Jacques Tati,mi sento imprigionato in una serie di piccoli cortometraggi giornalieri.

La fragilità dei tuoi testi è qualcosa di voluto o dipende dalla tua personalità?
Paolo: Dipende dal fatto di accettare le proprie debolezze,assumerle al cento per cento per poterle cambiare, lasciare che le cose passino e ci sfiorino.
Cogliere un fiore o strappare un fiore?

Probabilmente le interviste che finora hai “subito” sono tappezzate dalla parola ipersensibilismo, quindi se provassi a chiederti qualcosa tipo “Paolo Benvegnù è noto nel panorama musicale italiano come il fondatore dell’ipersensibilismo. Che significa questa parola?” tu probabilmente tireresti fuori il piccolo mitra che nascondi sotto la camicia (tipo cartoon) e cominceresti a far fuori tutta la gente che ti sta attorno. Quindi conviene nascondere la stessa domanda sotto qualcosa di diverso. Tipo: il poeta dell’ipersensibilismo, trovandosi nell’imbarazzante situazione (in quanto lo rende diverso dalla massa) di essere attratto dai particolari è più fragile degli altri?
Paolo: Probabilmente un ipersensibile è permeato di fragilità e di sensibilità “altra”.
Per questo i particolari diventano così opprimenti.
Poi,un ipersensibile è più attento agli altri che a se stesso,ed è subito malattia.
L’ipersensibile,soprattutto,è bugiardo e se ne vanta.

Una cosa che mi ha colpito è il sentire dire in giro che questo tuo primo album da solista fa parte di una trilogia che tu hai chiamato “trilogia del tessuto”. Su cosa si basa questo progetto e perché è una trilogia? Non trovi che il pensare ai tuoi successivi album come ad un unico progetto possa essere pericoloso? E se non pericoloso, quanto meno che possa imporre dei limiti a quanto scriverai in seguito?
Paolo: Non c’è nulla di veramente pericoloso in tutto questo. in primis perchè sono bugiardo,lo so,e perciò posso contraddirmi quando voglio.
Poi,penso che il ciclo del tessuto sia metaforicamente vicino al tipo di vita che vorrei avere.
Costruzione,consolidamento,dismissione.
Aspetto con ansia il terzo capitolo.
La rovinosa decadenza,un allegro perdersi.

L’ultimo periodo è stato caratterizzato da guerra, attentati, rapimenti e tutto ciò che la tv trasmette e che ci fa sentire partecipi, ma al sicuro: lontani. Qual è la tua opinione su tutto questo? Esiste un pensiero “un po’
più che di merda”
(per citare i cccp) del semplice dire “No alla guerra”. Secondo te il no, il semplice ritirare le truppe metterebbe le cose apposto?
Come si pone l’uomo davanti a questa imprevedibilità della vita?

Paolo: Queste cose si capiscono solo scendendo nelle strade, aprendosi, confrontandosi.
Viviamo un periodo orribile in cui c’è una guerra tra ricchi e poveri e la necrofilia la fa da padrona.
Ed esiste anche la sindrome del lebbroso,non ci sono aperture.
Sparano a uomini in ciabatte dicendo che sono dei terribili criminali.
Le cose vanno a posto solo con il tempo che passa e,passami il francesismo,non rompendo i coglioni a chi cerca di mettere insieme un pasto caldo al giorno.
Che terribile mancanza di rispetto,cercare a tutti i costi nuovi mercati.
Una domanda la pongo anche io:in questa guerra tra ricchi e poveri,che ne è
di Marinba Occhiena?

Qual’è la tua concezione della morte? E’ utile credere in qualcosa per combattere l’ignoto e l’imprevedibile?
Paolo: Noi fuggiamo da queste cose.
Qualcuno in retroguardia si ferma,le affronta,ci rimette le penne.
Se questo qualcuno ha un buon biografo diventa un’esperienza importante per altri.
La morte non la temo.
Ho dei problemi con il dolore.E’ davvero insopportabile.

Gli Scisma costruivano muri di chitarre per tentare di opporsi alla paura
di scoprirsi fragili. nel tuo ultimo album sembra quasi impotenza, come se non ci fosse alcuna reazione, una specie di sottomissione al destino, almeno per quanto riguarda la vocalità. Con il tuo nuovo progetto solista, senti di aver intrapreso una strada del tutto nuova, o senti di percorrere qualcosa giù tracciato in precedenza?

Paolo: E’ sempre la stessa cosa,solo che sono diventato un po’ meno furbo.
Allora cerco di scrivere delle canzoni che hanno la sola ambizioni di essere delle canzoni.
Come l’acqua che è acqua.
Senza sovrastrutture.
Io cerco di non sottomettermi al destino. Cerco di affrontarlo momento per momento,senza pre-occuparmi.

A cosa connetti la parola “fragile” nel campo della musica? A quale
artista o a quale canzone in particolare?

Paolo: Penso ai polsi di una pianista, alla voce di Carina Round,a “La guarigione”, canzone di Marco Parente.

E in letteratura? Quale scrittore, quale libro?
Paolo: Il Mare Verticale,di Giorgio Saviane,la potenza dell’accettarsi.

Nell’arte? Quale quadro, quale scultura, quale artista?
Paolo: Jacques Tati,tutta la filmografia.

Fragile…fragile come una foglia contro il vento…fragile come un uomo che soffre per amore…fragile come…fragile come la scritta sugli scatoloni che mi provoca sempre terrore e tachicardia. Succede anche a te?
Paolo: Non mi succede sempre.
Ho il corpo di un muratore bergamasco che ogni tanto mi trattiene dalle svenevolezze.
E poi troppe cose da fare,troppe chiavi in tasca.
Ogni chiave,una porta,una responsabilità,Ogni chiave,una porta,una responsabilità,Ogni chiave,una porta,una responsabilità,Ogni chiave,una porta,una responsabilità

Anagrammando FRAGILE mi esce fuori la parola FREGALI… e se dovessi estrapolare un concetto da queste 2 parole direi che “Il fragile li frega”… secondo te ho fatto bene a scappare dalla comunità?
Paolo: NO. Rientriamoci insieme.

Per Fabrizio De Andrè è stata coniata l’espressione “amico fragile”.
Cosa ha rappresentato per te la figura di De Andrè e cosa rappresenta tutt’ora?

Paolo: Era un uomo.
Lo è tutt’ora.
Sono felice di averlo conosciuto,anche se per pochi istanti.
Ed era un uomo,si emozionava,aveva paura e coraggio.

Per quest’ultima domanda ti lasciamo un po’ di respiro dalla parola “fragile” e tutto il resto. Puoi dire la prima cosa che ti passa per la testa.
Paolo: Sono in ritardo.
Ciao

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