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Ghost – Hypnotic Underworld

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Mad(e) in Japan

Introduzione
Da un lato i tossici spettri di Cambridge, dall'altro i monaci contriti di Kuniyoshi, tutti ad intrecciare psicosi collettive e cosmopolite, rètro quanto basta per evocare, confuse da una bizzarra corrispondenza, impressioni cosmiche di acerba fantascienza ed i tramonti armonici degli shogun, coi loro idillii. Una clessidra incrinata galleggia sulla spiaggia con i vetri rivolti alle sabbie inerti, opacizzati quel tanto che basta per dare l'idea che ogni granello della distesa adiacente sia una indistinguibile porzione di un indiscutibile Tutto omogeneo: è un'esclusiva gabbia di personale Storia, in cui passato e futuro risultano separati ed uniti al tempo stesso solo da uno strettissimo canale; e le infiltrazioni sono centellinate, garantite soltanto da occasionali moti ondosi, subito integrate sommariamente nell'inarrestabile flusso verticale.
Ora è sufficiente rifocillare quella comune di neuroni che abbiamo deciso di crescere a pane lisergico con questa immagine: basta immaginare le pareti della clessidra disertare l'Atlantico e riflettersi, dopo un tragitto subacqueo, sulla superficie del Pacifico, alle prese con nuovi litorali da cui attingere lentamente.
La psichedelia parte proprio da qui, dal connubio di nozioni divergenti e composite, da culture che assalgono indiscriminatamente la sci-fi più ambiziosa, bagliori di divertito medioevo e l'istinto ritmico del primitivo. E in questo minimale naufragio, indefinibile è la sorpresa successiva alla vista di panorami mai sfiorati nè intuiti.
Da un lato tradizioni esotiche e costanti, dall'altro il mosaico appassito della psichedelia. Bouzouki & Overdrive. Utamaro & Barrett. Amplessi astratti fuori da tempo e logica.
Attraverso pavide riverenze manieristiche o unioni stilistiche che hanno portato a disparità sempre maggiori, la rielaborazione della visionarietà dei tardi sixties ha provocato un avvizzimento graduale del genere, con la sola sopravvivenza di alcuni epidermici clichè: il pantano di Woodstock, il caleidoscopio delle mise e stordimenti vari più ostentati che vissuti si sono imposti sugli aspetti più autoironici e sul nucleo anarcoide, spiccatamente faceto. Si è quindi assistito al progressivo deperimento di organismi inattaccabili come i Pink Floyd, che, dall'irrefrenabile estro burlesco di “Piper at the Gates of Dawn”, hanno finito per implodere nella turbinosa afflizione autoindulgente di “The Wall”, passando per i patemi pseudo-esistenziali di “Dark Side”; alla genesi di essenze imbarazzanti ed indifendibili come Lenny Kravitz e Ben Harper, ai quali sono bastati un mazzo di rasta, qualche sottomarca della Fender amplificata e canovacci al profumo di marijuana per essere considerati le naturali filiazioni dell'Hendrix di “Bold as Love” (tutto sommato, quindi, nemmeno del miglior prodotto dell'alchimista di Seattle…) ; infine alla boria del movimento brit-pop, che, dopo un iniziale assenza di pretese, ha ravvisato nel proprio lifestyle pretestuose analogie con le loro divinità alla mescalina, autoeleggendosi erede fondamentale di bands mainstream come Beatles e Traffic, non a caso gli esponenti più approssimativi del genere psych, considerando il periodo (Hawkwind, Kaleidoscope, Spirit, Grateful Dead, solo per citarne alcuni…).
Ed il miracolo dello shoegaze, successiva e dissacrante variazione sul tema, attraversò apice e decadenza nel giro di pochi anni, durante il decisivo passaggio dagli ultimi anni '80 alla deflagrazione del grunge, con la sua dissacrante orgia di pop, psych-rock ed indie, immortalata da falene basilari come My Bloody Valentine, Swervedriver e Spacemen 3. E' così, quindi, che si giunge agli ultimi rantoli del Verbo Allucinogeno, perlomeno presso le platee più consistenti.

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Ma mentre l'Occidente assiste al coma più penoso della storia del Rock, un prodigio dagli zigomi asiatici sembra presentare impensabili attinenze con lo stile degente, miscelando con abilità sottili contaminazioni, fedeltà ai (labili) canoni ed eclettismo: probabilmente è davvero in questa piccolissima realtà nipponica (sebbene giunta al sesto album ufficiale, quest'anno) che lo spirito psichedelico è trasmigrato, senza esibizionismi o nepotismi, ma solo per un inspiegabile umorismo del Caso
Così i Ghost si introducono, con il clamore più evanescente, nella fioca contesa per la resurrezione di un genere, distanti anni luce dall'inconsistenza degli avversari laconici e confusi della zona ovest. Sono trascorsi 5 anni dallo j'accuse acustico di “Tune in. Turn on. Free Tibet”, e dalla sterminata suite neoclassica omonima (la durata oltrepassa la mezz'ora): non era facile pensare che il sestetto giapponese guidato dal vocalist Masaki Batoh avesse ancora qualcosa da comunicare, specie dopo una mezza dozzina di album nel corso dei quali la vena sostanzialmente folk aveva finito per affievolirsi. Ma la quasi estemporanea rivelazione psych non è riuscita soltanto a rinvigorire un gruppo che pareva esaurito ed afono, ma ha contribuito in misura cospicua alla produzione del loro evidente capolavoro: “Hypnotic Underworld”, nonostante sia stato prodotto dalla solita Drag City (con sede a Chicago e mecenate degli statunitensi Royal Trux e Smog), è il loro risultato relativamente più accessibile e quello più pubblicizzato e concupito dalla stampa extra-asiatica. Ma la lontananza dalla asprezza degli esordi non significa affatto che il complesso si sia conformato a standard più innocui: l'opus, quasi a farlo apposta, si apre con una schizofrenica suite da 23 minuti, suddivisa in 4 inconciliabili e titanici movimenti. Ma la straordinarietà dell'opera, in special modo nella prima, monumentale traccia, è che ciascun segmento in cui è divisa sembra riassumere, nel giro di 6-7 minuti mediamente, un intero sforzo creativo di Waters & Gilmour.
“God Took a Picture of His Illness on This Ground”, infatti, sembra riassumere in tredici gestuali e spettrali minuti l'impressionismo aritmico di Ummagumma, il risultato più alto mai toccato dalla band londinese orfana di Barrett: languori di sassofoni violati, come fievoli lamenti in falsetto, l'incedere semilogico di un basso perenne e sotterraneo, percussioni che vibrano convulse, come se colpite dalla sola aria, insomma, un baccanale silenziosamente lancinante di strumenti che cercano disperatamente di attribuire un senso alla casualità dei suoni, provocando il trionfo di un rumorismo che, più che provenire dalle casse di uno stereo, sembra farsi strada attraverso i neuroni ed i pori di chi ascolta, come una impassibile ed istintuale soundtrack del caos;
“Escaped and Lost down in Medina” inizia l'opera di stabilizzazione, se così può essere lapidariamente e necessariamente definita. Le percussioni, questa volta, impongono una ritmica stabile e costante, ma con un reiterato loop in 35/8, nel corso del quale, una volta individuata la logica della progressione della batteria, uno spietato climax noise che, in questa occasione, reinterpreta i compromessi di “Meddle” con una progressione strumentale che dà l'impressione di invocare l'eutanasia dei cimbali. Meraviglioso;
“Aramaic Barbarous Dawn” è, di fatto, una delle pochissime “canzoni” dell'album, un geometrico cammeo di appena tre minuti nei quali si riuniscono, divertiti, il vigore pacchiano di “Dark Side”, cori sintetici alla Flaming Lips ed un vocalist semi-impassibile che si contrappone al netto barocchismo dell'insieme, culminante in una progressione martellante di grancasse;
“Leave the World!”, ultimo segmento della suite, è la nettissima dimostrazione di come l'esperimento della formazione travalichi la solennità composta per rileggere tutto in chiave satirica: appena 20 secondi, 4 battute in totale, di una fulminante e velocissima batteria death-metal in 3/8. Poi il silenzio. Niente da aggiungere.
“Hazy Paradise” conferma l'intento revival: è una deliziosa rivisitazione di una vecchia ballad psych dei misconosciuti Earth and Fire, languida quanto basta da non apparire svenevole, nobilitata da una chitarra ad alto tasso di Gilmour e da un bizzarro clavicembalo, a tessere, con la cosmica voce di Batoh, atmosfere space tanto anacronistiche quanto immortali;
“Kiseichukan Nite” è una specie di reading esotico, in linguamadre, una “Planet Caravan” pacifica e forestiera, evocatrice di nature inaccessibili e di vario animismo, con il tradizionale flauto shakuhachi ad esprimere nervosamente ciò che la voce di Batoh non può nemmeno suggerire. Una doverosa sospensione surreale, più leggera e d'ambiente, ma non per questo trascurabile. Affatto;
“Piper”, dal canovaccio del primo minuto, sembra riproporre lo stereotipo tradizionalista della precedente, ma è tutto una divertita strategia per sviare l'ascoltatore: dopo i primi sessanta secondi, dalla pagoda più desolata possibile ci si trasferisce improvvisamente nei sobborghi londinesi (in stile Lock & Stock), con i loro bobbies e la Tube. Il fortissimo dualismo del pezzo si ripropone alla fine di ogni verso, trasformando il gruppo in una variante enciclopedica degli Ocean Colour Scene;
“Ganagmanag”, uno degli apici, è un tappeto alla Ten Years After, una dilatata jam in 9/8 che al vigore del crunch chitarristico sostituisce un inserto flautistico a metà fra i Jethro Tull e le colonne sonore dei film di kung fu: l'archetipo generale è una estesa cover di “Glad” dei Traffic, ma con un afflato complessivo di certo non inferiore a Winwood & soci;
“Feed” è forse il momento meno memorabile dell'insieme, ma ciò non toglie che sia un brano all'altezza dello standard space-rock, con la sua classica impostazione da primi Genesis che lentamente si evolve in una mastodontica variazione multitastieristica, con i cimbali di Junzo Tateiwa a frangersi come fossero di vetro;
“Holy High” è semplicemente uno ska imbastardito, di una potenza ritmica impressionante, nonostante l'assenza dei rullanti, la classica canzone da pogo mancata, con una specie di effetto di tapping chitarristico a ripetersi immutato per tutti i sei minuti, coperto dall'immancabile shakuhachi e da un duello vorticoso fra bouzouki e chitarra acustica, sorprendente;
a confermare l'impeccabilità dell'insieme è infine “Dominoes – Celebration for the Gray Days”, un'irriconoscibile metacover di una composizione del Barrett solista, personalizzata quanto basta per essere camuffata all'interno di una coda strumentale totalmente improvvisata ed incompatibile: l'eterna fanciullezza di Barrett qui si sofistica, nell'unico brano smaccatamente serioso dell'opera, in cui l'epilogo organistico, le campane tubolari e gli strumenti in progressione non possono far altro che riportare alla mente l'Oldfield più compiuto. La batteria, come in tutti gli altri 64 minuti, batte finalmente progressive, lontana da quelle contaminazioni metal che hanno sempre voluto spacciare come filiazione di King Crimson & compagnia.
“Hypnotic Underworld” si candida, già a metà stagione, come uno dei possibili favoriti al titolo di miglior creazione rock dell'anno. E, con il suo splendido valore seminale e con la sua aura da cult immediato, non impiegherà molto ad imporsi come punto di arrivo dell'avanguardia pop, scavalcando a buon diritto nomi per i quali, ormai, si dà già tutto per tremendo scontato.

WhisperingNoises (ex BlackWolf, ex Raskolnikov, ex human)

Tracklist
1.Hypnotic Underworld, Pt.I: God Took a Picture of His Illness on This Ground – 13:31
2.Hypnotic Underworld, Pt.II: Escaped and Lost down in Medina – 7:09
3.Hypnotic Underworld, Pt.III: Aramaic Barbarous down 2:54
4.Hypnotic Underworld, Pt.IV: Leave the World! – 0:22
5.Hazy Paradise – 4:52
6.Kiseichukan Nite – 5:03
7.Piper – 6:41
8.Ganagmanag – 10:04
9.Feed – 7:06
10.Holy High – 6:09
11.Dominoes — Celebration for the Gray Days – 6:43

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