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The Smiths – The Queen Is Dead

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Può un chitarrista influenzare una generazione intera di “colleghi” senza suonare in tutta la sua carriera nemmeno un assolo di chitarra? Può un gruppo che sceglie come nome di battaglia il cognome più diffuso (e quindi banale) d'Inghilterra diventare punto di riferimento per tantissime band come i Radiohead degli esordi, giusto per fare il nome più eccellente? La risposta non soffia nel vento, ma è racchiusa nelle dieci tracce di questo album, “The Queen is Dead”, lavoro sicuramente più riuscito degli Smiths. Siamo nel 1986: la band, che ruota intorno al cantante e autore di testi Morrissey e al chitarrista Johnny Marr (ma mi sembra giusto ricordare anche il bassista Andy Rourke e il batterista Mike Joyce), è al suo quarto album, o terzo, se non si considera la raccolta “Hatful of Hollow” che contiene, oltre a pezzi del primo album, diverse b-sides e composizioni varie tra le quali alcune session col mitico John Peel. E' dunque naturale che, dopo gli ottimi esordi, ci si aspetti il grande botto, l'opera definitiva sia dalla chitarra di Marr che dai testi (da sempre punto di forza della band) di Morrissey. Il brano omonimo apre il disco, e l'album parte con un potente attacco a quella che per Morrissey era la sintesi del perbenismo e dell'ipocrisia inglese: la famiglia reale. E in un gioco di ironia e sberleffi, oltre che a veri e propri “fulmini” verso la Regina e chi le sta incontro, Morrissey sfoga tutte le proprie ansie, regalandoci un brano che si conclude con una verità purtroppo inopinabile: “La vita è molto lunga quando si è soli”. Da qui in poi è tutta una parata di grandissimi capolavori: “Frankly, Mr. Shankly” è un brano in cui, su una melodia e un arrangiamento di puro e nobile pop, Morrissey parla di un argomento non certo nuovo alle rockstar, il successo, e lo fa con il classico strumento dell'ironia, coltello infuocato che colpisce più di certe lamentele banalotte di chi si lagna di essere famoso (“Comunque preferisco essere famoso piuttosto che giusto o santo”). La classica ballata “I Know It's Over”, struggente e poetica, ci fa pregustare i giochetti chitarristici di Marr, che cominciano a farsi più vivi nelle successive “Never Had No One Ever”, pezzo forse minore dell'intero album ma comunque molto struggente, e “Cemetery Gates”, che incornicia un incontro tra due persone ai cancelli di un cimitero, tra le tombe dei poeti inglesi che hanno influenzato maggiormente Morrissey (tra i quali Wilde, Keats e Yeats), e che è un pretesto per parlare di un argomento importante come l'originalità dei propri versi e dunque l'importanza di essere se stessi nello scrivere. La bellissima e arcinota “Bigmouth Strikes Again” ci mostra un Marr al massimo dello splendore, e un Morrissey che ci fa sapere di “non avere il diritto di prendere posto nella razza umana”, mentre il primo singolo “The Boy With the Thorn in His Side” e l'altro inno all'ironia di “Vicar in a Tutu” ci portano direttamente al capolavoro assoluto, quella “There is a Light That Never Goes Out” che a mio parere può entrare di diritto tra le canzoni d'amore più belle di ogni tempo, con quel ritornello che tocca livelli poetici altissimi (“E se un autobus a due piani si schiantasse contro di noi, morire al tuo fianco sarebbe un sublime modo di morire”) e con uno straordinario tappeto orchestrale che la rende ancora più bella. Dopo tale meraviglia, il congedo è affidato ad un brano che esalta gli arpeggi di Marr, “Some Girls are Bigger than Others”. “The Queen is Dead” è un disco poetico, lontano dal pop artefatto di quegli anni (ricordiamo ancora che risale al 1986), fatto da un gruppo lontano dai gruppi artefatti di quegli anni tutti lacca, muscoli e sessodrogaerocknroll. E' un disco che vale la pena avere, e non per “capire la musica che verrà dopo”, o almeno non solo: è un disco che si dovrebbe avere semplicemente per quello che dona. E se qualche coglione (scusate la volgarità) ha recentemente detto che gli Smiths sono un “gruppo per depressi”, beh, allora alzi la mano chi, dopo aver ascoltato queste canzoni, non vuole sentirsi di diritto un depresso.

Tracklist
1. The Queen is Dead
2. Frankly, Mr. Shankly
3. I Know It's Over
4. Never Had No One Ever
5. Cemetery Gates
6. Bigmouth Strikes Again
7. The Boy With the Thorn in His Side
8. Vicar in a Tutu
9. There is a Light That Never Goes Out
10. Some Girls are Bigger Than Others

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