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Interviste

Incontro con MAX GAZZE’ – parte 1

Quest’incontro s’è svolto a Siena, nel ventoso giardino verde della biblioteca di Lettere. C’erano circa una 40ina di studenti e in questa folla ignara c’ero io. Con il mio registratore. A carpire ogni sillaba di Max sulla sua musica, su quella degli altri, sulle vicende politiche e non che circondano i nostri spazi un tempo forse più liberi…
Alla guida delle argomentazioni troviamo Paolo Russo, giornalista de La Repubblica, e seduti sugli scalini grigi ed umidi introduce il nostro illustre ospite:

Mao168 e Zappo

per le menti meno acute:

PR = Paolo Russo
MG = Max Gazzè

PR.: …bene, l’intenzione sarebbe quella di trasformare quest’incontro in una conversazione a più voci. Max Gazzè è qui e terrà stasera un concerto a Monteroni D’arbia (SI); ha appena licenziato il suo nuovo disco che si chiama “Un giorno”… e io andrei subito alle cose da chiederti per avviare la conversazione. Anche in questo disco, che pure segna da un punto di vista sonoro e musicale un ritorno ad atmosfere più rock, che sono quelle poi delle sue origini musicali…

M.G.: …punk!

P.R.: …decisamente punk, ci tiene a sottolinearlo! Come sempre i testi hanno un’importanza fondamentale. Testi spesso non facili che nascono dalla testa di Max e da quella di suo fratello Francesco, che ha pubblicato di recente un libro di poesie, giusto?

MG: Racconti…

PR: Ah, racconti… Testi che sfidano la banalità imperante, la mancanza di responsabilità nei confronti delle parole, e che cercano nel linguaggio un veicolo di comunicazione, ma non per questo si buttano sull’effetto speciale della parola come effetto di stupore, nè banalizzano la complessità del pensiero di chi scrive. E siccome questa piccola osservazione mi sembra che introduca uno degli aspetti caratterizzanti del lavoro di Gazzè, volevo partire proprio da questo, perchè è a portata di tutti oggi la verifica di questo problema non secondario, cioè l’utilizzo improprio o irresponsabile del linguaggio per cui si usano poche parole, si usano male, si usano metafore fuori luogo, poche persone si sentono responsabili di quello che dicono e di come lo dicono. Avere a disposizione una persona come Max che nel corso della sua carriera ha puntualmente ribadito questo aspetto con grande responsabilità, sfidando a volte anche la comprensione di chi ascolta, perchè i suoi non sono testi facili, mi sembra importante… D’altronde siamo a Lettere, quindi in qualche misura questo argomento, ho la presunzione di crederlo, penso vi possa riguardare…

MG: …grazie Paolo. Innanzitutto buona sera, ed è un piacere stare qui, in questo giardino. Mi aspettavo un incontro in qualche aula, come mi è capitato negli altri incontri con gli studenti universitari e avevo un po’ paura anche perchè io non ho mai avuto la pretesa di insegnare, per cui stare qui mi fa veramente molto piacere. Appena ho visto questa splendida pianta di marijuana (riferendosi a una grossa pianta che si ergeva rigogliosa alla sua sinistra che nell’aspetto ricordava la sopracitata erba dai mille sapori, NdG)…

(risata generale)

MG: …ma comunque, adesso stiamo un po’ qui con Paolo a cercare di “stabilire un contatto”, trovare un argomento, per cui se qualcuno vuole intervenire, ben venga! Parliamo tranquillamente… A me questi incontri fanno molto piacere proprio perchè sono io stesso ad imparare molte cose. A parte quelle che sono le mie esperienze che posso raccontare, quelle musicali, quelle che posso vivere direttamente facendo musica e stando dentro il contesto della musica, però tante volte vedere come delle persone che vivono la musica in maniera diversa possono recepire certi messaggi, o comunicarne degli altri, mi fa molto piacere e riesco ad imparare anche da questo. Nell’ultimo tour che ho fatto ho avuto spesso degli incontri con degli studenti e mi è servito veramente tanto. Ogni tanto ci ripenso a delle risposte, a delle domande, a delle considerazioni che hanno fatto e che mi son servite moltissimo anche per modificare un certo linguaggio, o per ispirarmi, darmi la motivazione ad un altro tipo di linguaggio ancora… Per cui se avete delle cose da domandarmi, ben vengano tutte le domande, tutte le cose che volete chiedermi. Adesso il discorso era proprio sul “tipo di linguaggio”… Io sono musicista e rimango musicista ROCK, mi piace la musica ROCK, anche se non disprezzo affatto gli altri generi musicali, compresa quella sinfonica. Non mi piace molto la lirica, ma la sinfonica l’apprezzo molto; ma in generale mi piace fare molto rumore, per cui mi piace la musica rock, mi piace suonare forte, poichè ho già perso il 40% dell’udito di destra. Adesso spetta all’altro 40% di sinistra, così… “arrivederci”! Però, nel frattempo, mentre si fa musica, mentre si comunica con un linguaggio musicale, fatto di armonie, di incastri ritmici ed armonici che creano degli interessi emotivi… istintivi… a livello neurale, sono anche molto alla ricerca di certi incastri come generatori di condizioni di stati d’animo. Tante volte accade così: quando si mischiano certe cose, automaticamente, come se fosse un piccolo interruttore, scatta; per cui sono alla ricerca sempre di questo tipo di aspetto della musica, ma allo stesso tempo il linguaggio, se incastrato bene… già considero il linguaggio, quindi il testo di una canzone, come d’altronde il testo della poesia, che non è necessariamente quello della canzone… come diceva Mallarmé “La poesia è già musica al momento in cui contiene una ritmica, in cui contiene le rime, le assonanze”. La metrica ma anche le rime interne, bellissime nella poetica dello stesso Mallarmé, di Montale, di Zanzotto per esempio. C’è uno che si chiama Vincenzo Crapi, non so se lo conoscete… è un autore giovane meraviglioso. Un giorno voglio conoscerlo e stringergli la mano. Per cui esistono degli incastri che avvengono nella dialettica, quindi nel modo di scrivere i testi e poesie che possono andare in contrapposizione con quello che è il significato emotivo della musica; per cui a volte il testo l’ho fatto per didascalizzare il significato della musica o per andarci completamente contro. Quando va contro è più difficile da comprendere. Non da capire, ma da comprendere, da mettere insieme i significati. Però è una ricerca, che soprattutto con mio fratello che, forse più che me, ha una maggiore proprietà di linguaggio anche sulla scrittura poetica… tutto ciò che è poetico nelle mie canzoni deriva da lui, tutto ciò che è cafone deriva da me… Comunque, c’è questo studio che abbiamo cominciato anni fa e abbiamo portato avanti e a tutt’oggi è molto bello vedere nei testi che lui scrive e nei racconti poi… Vi racconto brevemente come per esempio ha fatto quest’ultimo disco, proprio per una ricerca di stimolo: non so se avete presente quello che erano gli “happening” degli anni ’70, della pop-art, quando ci si riunisce e si crea un qualche cosa, un evento, un accadere; per cui ci siamo riuniti con i ragazzi con cui suono, che si chiamano i PENG, e abbiamo detto “perchè non cominciamo un progetto a partire da…”. All’inizio erano mie canzoni, erano delle cose che volevo arrangiare con loro; poi era talmente bella la situazione che ho deciso di lasciar perdere le canzoni che avevo scritto a casa e di cominciare un progetto a partire da lì, da quel momento, da quel luogo, con quegli strumenti. Per cui ci siamo messi in circolo in questa stanza con gli amplificatori e abbiamo cominciato a suonare, a roteare, a far roteare i suoni, utilizzando strumenti che già di per sè hanno un calore musicale più forte. Parlando tecnicamente un amplificatore degli anni ’60, il cartone del cono dell’amplificatore ha un suono, insieme a un Fender magari del ’64, ha una ricchezza di armoniche maggiori rispetto a degli strumenti nuovi. Per cui ci siamo messi lì, abbiamo cominciato a suonare ed avevo anche il libro dei testi, in cui ci sono testi scritti da me, poesie scritte da mio fratello, racconti scritti da mio fratello Francesco e mentre suonavamo c’erano dei momenti musicali e in questi momenti musicali io ero lì che giravo pagine indeciso sui testi e cominciavo a canticchiare delle melodie, a canticchiare quello che accadeva lì per lì e dare un significato a quello che accadeva musicalmente anche con quello che leggevo e spesso coincideva. Spesso no, ma molto più spesso coincideva perchè ero proprio alla ricerca di quello. Poi, ricordando questi testi, ricordando queste cose, ho cominciato a fare un lavoro anche di collage fra queste cose, a mischiare dei ritornelli, prendendo una parola, una frase, un concetto… non comporre una parola, perchè non mi piace comporre una melodia e poi dalla melodia creare un testo sulla melodia… viene sempre un qualche cosa di troppo meccanico, un po’ come Nek… Con tutto il rispetto per Filippo, è un grande! Però ci sono delle dinamiche che poi chi fa musica riconosce… tutte queste parole col finale un po’ all’inglese “Vabbè” “Tiè” “stai con me”, tutte queste parole mozze… “Gazzè”… Invece la sfida maggiore, a parte il significato a incastro contestuale o a distruzione stessa del linguaggio avviene anche nella sfida del cantare delle parole magari incantabili in quello che può essere magari un’eventuale melodia… Non so, “termosifone”! Come fai a cantare “termosifone”… devi trovare un modo per dargli un senso a questa parola se è all’interno di una canzone. Per cui la sfida era proprio quella: di riuscire a rendere delle parole incantabili, decontestualizzandole dal loro significato, e dare vita a “una sedia”, a un termosifone, cantandoli, dedicandogli un qualche cosa e facendo sì che quel termosifone e quella sedia diventassero quasi il soggetto della canzone. Questa è una ricerca che fa parte dell’aspetto poetico della scrittura anche dei testi. Poi c’è gente come Mogol, che è contrario all’utilizzo della poesia più tradizionale all’interno della canzone. Lui dice “la poesia è una cosa, la canzone è un’altra”…

PR: Dylan potrebbe non essere d’accordo, ma anche Paolo Conte…

MG: Eh infatti… Poi c’è modo e modo… Lo stesso Battisti quando ha lavorato con Mogol… e Mogol ha scritto delle cose straordinarie, eccezionali… e anche quando scriveva con Pasquale Panella… a me piace moltissimo “Hegel” ad esempio… ci sono delle cose che hanno anticipato quel tipo di discorso della composizione. Però fa parte della creatività riuscire a mischiare questi contesti e far sì che il tutto abbia una direzione e un senso… Per quanto riguarda la musica, il senso era quello di creare un qualche cosa che potesse anche distaccarsi… Molte musiche ormai sono fatte… Lo standard non è più il nastro a bobine magnetico, ma si lavora con i software, il Protools, i vari software per fare la musica, per tagliarla e per aggiungere altri strumenti… Invece il limite che ci siamo posti con i ragazzi era proprio quello di registrare delle cose avendo a disposizione gli strumenti che c’erano lì in quella stanza… e non aggiungere altro! Ovvero, non ci sono sovraincisioni in questo disco, proprio perchè ai tempi anche dei Beatles… ma anche tanta altra gente… Lenny Kravitz secondo me non le fa le sovraincisioni… però il dover per forza fare una musica che abbia tutte le frequenze precise in modo che ci sia l’aspetto radiofonico, che risulti più orecchiabile… per noi invece è importante fare musica senza la parrucca, senza queste cose. Per cui è un disco che ha questi limiti apposta: abbiamo registrato senza fare lavoro di taglia-cuci-incolla, senza aggiungere altri strumenti che potessero completare la gamma delle frequenze necessarie per mantenere l’aspetto radiofonico della musica, quindi seguendo una rotta, un percorso e facendo in modo di mantenere la volontà di remare più forte nel caso la corrente fosse contraria e di adagiarci a prendere il sole nel caso la corrente fosse favorevole, mantenendo sempre la stessa rotta. Per questo credo che nell’arte oggi come oggi è importante dare un senso alle cose e il senso di questo disco e di quel lavoro che io stesso voglio fare coi ragazzi è quello di dare una direzione ben precisa, rispettarla, seguirla. Così come quando si comincia un quadro, si aggiungono dei colori e si può decidere che questo quadro è finito perchè per me ha senso…

continua

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