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Monografie

Julian Cope

Dall’esperienza con i Teardrop Explodes si ripresenta in una strabiliante veste solista, pronto a stupirci sotto tutti gli aspetti. La musica, la cultura e lo spettacolo dell’eco-Cope allucinanto.

Mi toccherà ora proseguire nella sterminata carriera discografica di quel Cope in veste solista, una volta terminata, come detto, l’esperienze formativa nei Teardrop Explodes. Bisogna premettere, senza alcun dubbio l’anno 1983, passato a riordinare le idee, studiare i vari progetti che passavano velocemente e a flusso continuo nella sua mente, adeguarli a un tappeto sonico innovativo e poi metterli definitivamente in qualcosa di concreto. Non possiamo quindi considerare il 1983 come un anno di pausa per il Cope reduce dall’esperienza “Teardropiana”, ma come un ciclo ricco di evoluzioni artistiche, cercando di ripercorrere le strade degli sciamani poetici visionari e mistici, imponendosi come il nuovo Morrison o il nuovo Barrett. Si avvicina sempre più alla sperimentazione sonora, appassionandosi alla scena teutonica chiamata krautrock, scrivendo anche un libro “Krautrocksamplers”, ed infine acculturandosi sulla tradizione celtica e mitologica della Gran Bretagna: il libro “The Modern Antiquarian” ne è la dimostrazione. 1984, pronti ai posti di partenza? Un’onda sonora esce dagli schemi e prende corpo in Julian Cope. Escono in rapida successione due dei dischi più importanti e rivoluzionari della new wave e in chiare lettere del suono degli anni ’80, “World Shut Your Mouth” e “Fried”. Due autentiche bombe che abbattono le fondamenta della musica passata sostituendole con un nuovo modo di ragionare la musica. Ascoltando questi dischi viene subito alla mente la classica melodia barrettiana, di “Love You” o le tenebre di “No Man’s Land”, con quella psichedelia smorzata da toni ritmati, quell’eccentricità visionaria e stralunata, perché in fondo al primo ascolto viene naturale accostare Cope a Syd. Provate a immaginare Barrett che canta sopra una base post punk o nella freddezza metallica della new wave, con un sitar, il suono del vento e un organo in accompagnamento; non è semplice, vero, ma in questo caso potete ascoltare “World Shut Your Mouth” e avrete un’idea precisa di quanto detto. Sembra quasi un continuo storico di “Kilimanjaro”. Probabilmente anche le sostanze psicotrope si mettono a fare la loro cospicua parte e la rivoluzione inizia da una concezione aggressiva della psichedelia britannica, ascoltando “Reynard the Fox”, in “Fried”, si trova risposta a questo, ricchissima di distorsioni. Proprio “Fried” è l’album maggiormente riuscito a Cope, ma paragonarlo con i suoi lavori futuri, che presto vedremo, risulta compito improponibile viste le diversità che intercorrono. La bellezza di questi due album, proprio come accadde con i Velvet Underground, non trovò assolutamente un riscontro commerciale adeguato e per quel Cope alla ricerca della fama fu un colpo assai duro da digerire. I fiaschi dei due singoli successivi, Competition e Sunspots, sommati agli abusi di droga e ai problemi con la casa discografica portarono Julian sull’orlo dell’abbandono della scena, che in effetti durò per quasi due anni in un ritiro a vita privata. Dobbiamo aspettare il 1986 per vedere nuova linfa vitale e musicale scorrere nelle vene di Cope. In questo anno prenderà corpo una tournee mondiale con il chitarrista Donald Skinner e la firma sul contratto della Island. L’anno seguente uscirà il terzo album, “Saint Julian”, che non sarà altro che una rivisitazione dei dischi precedenti, rendendoli più accessibili semplificandoli. Con questo disco il Nostro raggiungerà il successo commerciale tanto atteso, ma l’album a mio modesto parere non è poi nulla di così eccezionale. Un lavoro buono, con la sola “Trampolene” a tenere alta la bandiera delle eccezioni. Il resto è un susseguirsi di coretti semplici e adatti a far colpo sul grande pubblico, dimostrazione fatta con “Placet Ride”. Anche quella “World Shut Your Mouth”, irriconoscibile e ridotta allo scheletro inconcludente non sembra rispecchiare per nulla i capolavori di tre anni prima. “Saint Julian” rimane tuttavia un discreto disco pop con qualche buona nuova qua e là, quali “Pulsar”, “Screaming Secrets” e la conclusiva “A Crack in the Clouds”. Questo rimarrà comunque una breve parentesi all’interno della discografia “copeiana”, tanto che l’anno successivo, 1988, si andrà verso a un preambolo di sperimentazione sonora con l’uscita dell’eccentrico “My Nation Underground”. Il disco sarà anticipato dall’uscita di tre singoli, poi racchiusi nello stesso, la romantica “China Doll”, “Charlotte Anne” e la cover dei Vogues “5 O’Clock World”. “My Nation Underground” suona come un crogiuolo di suoni senza apparente filo logico, allestiti con una parodia di percussioni e l’ampio uso del sintetizzatore, organo e armonica, con il vibrato wha wha che entra in campo, lasciandoci sconcertati per il primo, plausibile, avvicinamento all’elettronica. Come solito sono persistenti dei coretti contagiosi e la voce istrionica di Cope riesce a percorrere in modo perfetto tutto il disco. Una bella boccata di ossigeno dopo “Saint Julian”. Abbiamo iniziato la mini-scheda sui Teardrop Explodes dicendo che la carriera solista di Cope fu una continua evoluzione musicale, mai un disco eguale ad un altro e così, dopo aver tracciato la strada della sperimentazione sonora, ecco che esce nel 1990 “Skellington”, con l’etichetta propria CopeCo. Questo è un disco improntato unicamente sull’acustica, con la triade batteria–basso–chitarra sempre in primo piano. Si abbandona quindi per il momento la sperimentazione sonica e ci si addentra in un rock oscuro, vicino a un folk eclettico, con il corno che da fiato ogni tanto. Sembra quasi un disco riflessivo e intimo, una versione completamente nuova per Julian Cope che riesce ad interpretarla alla grande, l’animale da palco. Canzoni come “Robert Mitchum”, “Doomed”, “Out of My Mind on Dope and Speed” e perchè no “Comin’ Soon” riportano nuovamente a un ricordo di Barrett, con la sua voce profonda e ipnotica, caposaldo della psichedelia britannica. Le tracce non superano mai i tre minuti, così come nel secondo disco, sempre dello stesso anno, “Droolian”, con Cope alla chitarra e voce per una pseudoraccolta di bozzetti sonori. Non mancano certo le eccentricità e i tocchi di estro ego, le ambientazioni mistiche di “Look after your leathers”, la scanzonata e ironica “Unisex cathedral”, l’incomprensibile “Commin’ down…”, sono solo parte di quanto potrete trovare su “Droolian” che abbandona quella melodia folk per addentrarsi in piccoli esperimenti, come prova generale per il futuro e l’emulazione della scena kraut tedesca. Prima di questo però arriva uno dei suoi dischi più belli, il doppio “Peggy Suicide”(1991). Allestendo un’intera “orchestra” per la sua realizzazione, “Peggy Suicide”, è il primo capitolo di una trilogia dedicata all’ambiente e alle sue problematiche, dell’eco-Cope. Oltre a questo il disco è uno dei migliori dello stesso Cope, una sorta di “Fried” raffinato e dedito alle religioni pagane, che scivola via sopra le note, anche in momenti intensi come “Safesurfer”, una lunga riflessione sul mondo dell’Aids e sulle conseguenze nell’animo umano. Altri momenti intensi sono l’iniziale “Pristeen”, “Promise Land”, mentre pezzi come “You” e “Soldier Blue” si divincolano dagli schemi restando in totale libertà espressiva. Rimane sempre in voga la melodia, il pop criptico di “Beautiful Love” o “Hanging Out and Hung Up on the Line”. E’ un periodo di grosso fermento compositivo e le attività di Cope si fanno frenetiche. Tutto porta a lavori particolari e di altissima qualità, così come il secondo episodio della trilogia ecologista, “Jehovakill”. Il disco, come il suo stesso titolo, è inquietante e oscuro mentre Julian si esprime in uno stato catatonico dopo la schizofrenia umana scagliatasi sull’ambiente e sulla nostra società. La sua voce si fa cupa e apocalittica, con suoni freddi e lenti, dapprima, in un vortice che porta verso la catastrofe umana. Si apre con “Soul Desert”, in un continuo crescendo di ritmo. Da sottolineare “Wards at 45°”, uno dei pezzi più intensi creato attorno a un rock sperimentale, la funerea “Gimme Back My Flag”, che si tramanda per riti orientali tra profumi di incenso e ambientazioni mistiche ed infine come non poter mettere in rilievo “The Subtle Energies Commission” che mette assieme “Hallogallo” dei Neu! con gli Stooges, creando una canzone fine a se stessa, tra continui cambiamenti di ritmo. Inizia proprio qui, da questa traccia rivisitata dei Neu!, il momento di massimo avvicinamento alla scena krautrock sperimentatrice; dopo i problemi con l’etichetta Island che lo taglia fuori dalla scena, che grazie alla casa Ma-Gog riesce a produrre due album di pura improvvisazione psichedelica/elettronica, “Rite”(1993) e “Queen Elizabeth”(1994). Questi si articolano su lunghe jam ispirate alla musica cosmica, come “In Search Of Ancient Astronomies”; una sorta di emulazione krautiana in chiave new wave. Sempre nel 1993 esce “The Skellington Chronicles”, fusione tra “Skellington1” e “Skellington2”, che prosegue la serie dei bozzetti sonori del 1990. In ottobre scende in piazza “Floored Genius”, una raccolta per la BBC dei venti migliori pezzi realizzati tra il 1979 e il 1991. L’attaccamento alla Germania è momentaneamente messo in disparte e il nuovo contratto con la Echo lo porta a concludere quella trilogia ambientale con “Autogeddon” (1994). Il disco sembra ricollegarsi a “Peggy Suicide” che in precedenza si era persa, mentre gli attacchi si fanno sempre più duri e ci si divincola in un misto di blues (“Madamax”), folk acido (“Paranormal in the west country”) e space rock (“Ain’t but the one way” o la conclusiva “Starcar”, probabilmente la più rappresentativa del disco). Nel 1995 esce “20 Mothers”, con venti donne in copertina, un album sotto tono rispetto ai canoni standard di Julian Cope, ma tutto sommato discreto, senza alcun picco memorabile. E’ il classico disco pop, synth pop con influenze psichedeliche, nel quale “Try Try try” raggiunge un buon successo commerciale. Le cose cambiano sostanzialmente l’anno seguente con “Interpreter”. Un disco meno accessibile rispetto al precedente, un disco legato alle tematiche spaziali e cosmiche ad iniziare dalla copertina, proseguendo con la prima traccia nella quale Cope afferma di essere un marziano, (non l’avessimo mai messo in dubbio) “I come from another planet, baby”. Con l’aiuto di Thighpaulsandra, Tim Lewis, polistrumentista dedito alla sperimentazione sonora, riesce a raggiungere dei sublimi livelli, addentrandosi dentro lo space rock, dapprima in una parodia scherzosa dei Cosmick Jokers con “Planetary sit-in”, per poi dedicargli un’intera traccia tutta eccentrica: “Spacerock with me”, assolutamente da sentire, con una voce lirica femminile che si divincola da un suono cosmico. Uno dei suoi dischi migliori che da una nuova giovinezza al Nostro. Da qui in poi il suo eclettismo spaziale prenderà maggior spessore all’interno della sua carriera musicale e i suoi lavori, azzardati, come la continuazione di “Queen Elizabeth”, ossia “QE – Elizabeth Vagina”, assieme al disco dello stesso anno (1997) “Rite2”, daranno nuovamente sfogo alla sua interminabile voglia di scovare nuovi suoni, assemblarli, farli rendere al massimo. Ancor più particolare rimane “Odin” del 1999, non sarei mai capace di descriverlo ma potrei benissimo accostarlo a quell’”Aumgn” presente in “Tago Mago” dei Can, con una durata di settantatre minuti. Un disco messianico abbastanza indecifrabile, probabilmente l’estrema esagerazione dell’ambient, dato che in fatto di esagerazioni Cope non fu mai secondo a nessuno. La sua ultima esperienza (per ora) sarà quella con i Brian Donor, ma questa è altra storia.

Alessandro Bianchi

da FREAKOUTMUSIC

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