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Marillion – Marbles

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I Marillion sono un gruppo da apprezzare. Hanno sempre tirato dritto per la loro strada e non hanno mai perso la voglia di sperimentare. E' risaputo che l'ambiente discografico non è mai andato troppo a genio al quintetto inglese: stanchi di dover ogni volta accontentare le richieste di qualche importante major, i Marillion sono arrivati al punto di autoprodursi i dischi, contando sull'appoggio di uno zoccolo duro di fans e di una regolare attività live.

“Marbles” è il risultato di due anni di intenso lavoro. Un album maturo, suonato e prodotto benissimo, sicuramente non immediato (e per me questo non è un difetto, anzi), caratterizzato da una generale atmosferica malinconica e da sprazzi “pinkfloydiani”, soprattutto nel lungo brano iniziale, “The Invisible Man”. Non aspettatevi qualcosa di simile al precedente (ed ottimo) “Anoraknophobia”. I Marillion sono cambiati di nuovo. E' dato più spazio alla dinamica, al crescendo dei pezzi; non c'è traccia di chitarra distorta o di ritmi serrati, è tutto molto soffuso, quasi psichedelico. Ci sono naturalmente delle eccezioni, come il singolo “You're Gone” (che ricorda vagamente gli U2) e la pop-oriented “Don't Hurt Yourself”, gradevole, ma forse l'episodio più debole e meno interessante di “Marbles”. Di ben altro spessore è l'accattivante “Drilling Holes”, accostabile a “Cathedral Wall” (pubblicata sul transitorio “Radiation”), soprattutto per le parti vocali sofferte e recitate di Hogarth. In “Fantastic Place” e “Neverland” a farla da padrone è la melodia e ancora una volta non posso fare a meno di scorgere qualche traccia del buon vecchio sound dei Pink Floyd, così come in “Angelina”, dove Rothery si diletta in un assolo tipicamente “gilmouriano”.

I testi di Steve Hogarth sono come al solito eccellenti e si integrano perfettamente con la musica. Ian Mosley in gran parte dei pezzi sembra più un percussionista che un batterista, mentre lo stile di Steve Rothery è sempre meno “virtuosistico” e maggiormente meditato, anche se non penso che dispiacerebbe a qualcuno ascoltarlo, di tanto in tanto, impegnato in un nuovo, ispirato assolone come quello della stupenda “Easter”.

In conclusione, i Marillion sono cambiati di nuovo e penso che lo faranno ancora per molto. “Marbles” è un disco indirizzato a chi non si pone barriere nell'ascoltare musica e, in particolar modo, a quelli che hanno sempre amato il periodo post-Fish della band.

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