Menu

Interviste

Incontro con MAX GAZZE’ – parte 2

Seconda parte dell’incontro con MAX GAZZé svoltosi nella biblioteca di Lettere all’università di Siena.

Mao168 e Zappo

P.R. : In questo disco compare un gruppo, vero e proprio, che poi è anche il tuo gruppo in tour. Se non mi ricordo male non è mai esistito un gruppo, a parte i tuoi gruppi giovanili, tra virgolette, visto che hai cominciato a suonare così presto, che fosse parte integrante in questi termini del tuo fare musica. E allora come sono venuti fuori i PENG?
Anche perchè, piccolissimo inciso, la storia del rock è fatta di queste storie…ma la storia della musica, anche un po’ tutta, se si vuole allargare il termine del discorso…

M.G.: Ho già rovinato un paio di pantaloni così…

P.R.:L’aspetto industriale è diventato prevalente in un secondo momento, ma un tempo c’era gente che entrava e usciva dai Beatles senza sapere bene perchè…e si è ritrovato a fare il fornaio, Tony Sheridan per l’appunto si è mangiato le mani fino al gomito, ma non c’è una ragione precisa…era la vita e il rock’n’roll la rappresentava anche nelle sue modalità…fattura proprio di esistenza stessa. Quindi mi interessava questo ulteriore racconto da parte di Max proprio perchè il rock, l’anima del rock è esattamente questa, cioè il modo in cui nascono le cose…

M.G.:In realtà i PENG sono un gruppo con cui ho lavorato anche in passato, magari non come PENG…il batterista è Piero Montelisi che suona per me…adesso lui è anche il batterista dei Tiromancino, di Silvestri…siamo un po’ un misto di persone, anch’io ero bassista di Silvestri nel ’97…e adesso loro hanno formato questo gruppo, fanno il loro progetto, fanno le loro canzoni…però l’idea era quella di fare qualche cosa che rispettando…che essendo coscienti dell’alchimia che c’è tra di noi…ci conosciamo da tanti anni, sappiamo che tipo di suono esce quando sappiamo musica insieme…..io con il mio basso e il batterista con le sue ritmiche ci capiamo senza guardarci……io a volte gli faccio una cosa, sai quelle cose mistiche?, suono e lui risponde esattamente a quella cosa senza che io gli dica niente…son quelle cose che dopo 10 anni di affiatamento escono fuori.
E quindi..perchè non sfruttare questo aspetto e fare un disco basando il progetto su questa cosa qua? Cosa che non può essere fatta al computer, che non può essere fatta in post-produzione o in pre-produzione. Per cui penso che, come tu dicevi, l’anima di questo disco è proprio il fatto di concentrare il potenziale energetico, di intesa, di affiatamento…concentrarlo in un progetto che porti a quella direzione là.
Ripeto, con questi limiti, magari sarà anche più difficile…questo credo, a prescindere se possano piacere o no le canzoni, credo che chi è in grado di percepire un senso nelle cose, nell’arte, nella bellezza…o anche nel contrario della bellezza…c’è anche la poesia, quella del vomito, l’emetismo, io scrivo cose digustose perchè quello comunica disgusto, lo stesso vale….non è che faccio un disco schifoso…la cosa importante è dare la direzione. In questo caso c’è, perchè c’è questa forma, c’è questa alchimia energetica che si è combinata ed è presente nella fase di realizzazione di questo “disco barra happening”, è proprio lì, nasce in questo modo. E credo che chi fa musica, chi la fa veramente..ci sono tanti artisti che amano la musica….quando collaboro con altri artisti, persone che vivono per le stesse cose…adesso ho collaborato con Daniele Silvestri, ho fatto una canzone che si chiama “Pallida”…ci siamo divertiti molto e l’abbiamo fatta sempre lì tutti insieme e c’era anche Daniele con cui spulciavamo…ci siamo ricordati la frase di un nostro ex-manager che diceva sempre in ogni situazione…a prescindere se mancava l’acqua minerale o se non c’era il palco in un posto…: “Ragazzi la vedo pallida!” (risate)…per cui da lì è nata “Pallida”…siamo un po’ due sfigati, io e Daniele, che andiamo a una festa e c’è questa ragazza che è stata appena lasciata dal suo ragazzo e ci chiede a turno, a distanza di 10 minuti, prima che vuole sposare me poi che vuole scopare con lui…da lì nasce tutta la pantomima…non è una canzone maschilista…siamo comunque due cretini là – (ancora risate) – e questo vale anche con le collaborazioni che ho fatto in passato, con personaggi più o meno…che voi conoscete oppure no, sempre…

P.R. : Sinigaglia…

M.G.: si beh, Riccardo..ma tutti anche con la Banda Bardò, con Manielli, Ginevra Di Marco, con Carmen Consoli, con Paola Turci, con Niccolò Fabi…son tutte cose nate perchè in quel momento accadeva quello…”Vento D’Estate” (con Niccolò Fabi n.d.r.), ve lo ricordate?, quello era un provino, era una canzone che avevo dato a Niccolò…”senti…io ho fatto questa canzone qui…la voglio mettere su un disco” dicendo “è un po’ troppo leggerina”…poi alla fine oggi rimane una delle mie preferite, anche a suonarla…è una canzone che nel termine di un concerto crea un’atmosfera un po’ magica, perchè ha quella tendenza…per cui era nata questa canzone in cui avevo cantato io..e Riccardo Sinigaglia, che era in quel caso il produttore prese questa canzone e addirittura lasciammo il provino…Niccolò canto le strofe lì e quella rimase un provino, per cui rispetto al resto del disco era tutto un po’ scuro…nel mastering abbiamo dovuto correggere i livelli, però quella cosa lì aveva la sua magia proprio perchè era così….e questo vale anche per le persone con cui ho collaborato e con cui tutt’oggi collaboro….Sono sempre alla costante ricerca dei momenti che danno un senso reale a quel che accade…lotto contro la parrucca e vivo di emozioni naturali che si creano quando si fa musica…altrimenti farei un altro mestiere..

P.R. : Hai appena rimesso l’accento su un aspetto…a differenza di altri paesi, mi viene in mente il Brasile, dove per esempio la collaborazione tra musicisti e la proprietà del repertorio è universale in Italia non è…non era almeno fino a pochi anni fa…un atteggiamento molto diffuso. Mi sembra di poter dire che tu storicamente sei uno di quelli che si è portato dietro questa cosa, evidentemente personale, per cui la collaborazione è un pezzo importante del motore che poi produce la musica. Mi sembrava opportuno sottolinearlo perchè poi in realtà, il mondo dello spettacolo, della canzone…ma anche il resto…è più spesso fatto di gelosie….di mancanza di concorso a una causa comune…che invece nel caso di Max, tutti i suoi dischi – forse soltanto quello che porta il tuo nome, quello col cammello in copertina, è più figlio tuo – ma negli altri ci sono una quantità di personaggi che ognuno può ritrovare seguendo il loro percorso…

M.G.: …sono testimoni di quello che vivo realmente nel momento in cui faccio quel disco…in quel momento ho fatto quelle cose che stanno sul disco…

P.R.: …che è di nuovo una dimostrazione di appartenenza alla cultura rock, perchè, ripeto, il rock è veramente questo nella sua storia. Il rock si avvia ormai verso i 60 anni…non è poi troppo distante se gli vogliamo dare un’età…ed è già diviso visibilmente in periodi e in fasi con una presenza più o meno importante dell’industria che ha più o meno modificato il suo assetto originario, ma il suo assetto originario era esattamente questo, perchè i gruppi storici del rock nascono esattamente in questa maniera…è un fatto di condivisione, nient’altro che questo.
Un’altra cosa che mi sembrava interessante è che Max ha delle competenze tecniche molto elevate e che ha messo mano ai vari ruoli che compongono il percorso di un disco, come per esempio la produzione, oltre ovviamente al fatto di suonare, di cantare e di comporre i brani…quindi una presenza molto versatile…La tecnica, le tecnologie, oggi più che mai possono rischiare di diventare una soluzione a dei problemi che non si sanno risolvere diversamente. Che cosa te ne fai della tua ampia conoscenza di strumentista, di scrittore e anche di conoscitore delle macchine che stanno in uno studio, perchè questo è un aspetto del quale spesso non si parla e che invece a me interessa molto.

M.G. : il fatto dell’aspetto tecnico è più un hobbie, in qualche modo, nel senso che ho cominciato a fare musica, a parte suonando – ecco il discorso delle collaborazioni, perchè nel momento in cui canto, canto insieme ad altri artisti -… ho cominciato a fare musica negli anni ’80 facendo jazz…perciò le mie prime esperienze sono state tournèè quando abitavo in Belgio…tournèè con jazzisti in Germania, Olanda…

P.R. : una scena molto vivace, tra l’altro…

M.G. : soprattutto in Belgio c’era una grandissima tradizione jazz, però nel frattempo, avendo sempre avuto degli apparecchi per memorizzare e sofisticare le idee, a casa…ho sempre avuto degli apparecchi per registrare…e poi sono sempre stato alla ricerca di quello che aveva il suono migliore…per cui mi occupo durante la fase di lavoro al disco della scelta dei materiali…voglio usare un compressore Telefunken perchè magari c’ha quel suono lì…oppure voglio usare il Noymann…non in questo disco, in quello precedente…sai il microfono di Hitlerr – (mima Hitler al microfono) – quei microfononi….il suono faceva schifo…ma in un contesto ben preciso con un bel compressore a valvola ti dava quella sporcizia, quella saturazione necessaria a creare un certo contesto.
Percui la conoscenza di questi apparecchi non fa altro che facilitare la creatività…se voglio fare una cosa in un certo modo so come realizzarla…e infatti mi sono anche dedicato in passato a produzioni, prima di tornare in Italia facevo la produzione di un gruppo americano con una cantante canadese che si chiamava Tiziana Cutic, poi altre produzioni quando stavo in Francia…abbiam parlato prima del maestrale della Costa Azzurra…per cui è importante anche l’aspetto tecnico, seguire direttamente un missaggio e sapere esattamente quello che accade fa parte della creatività

P.R.: é una maniera per rimanere proprietari, ma non in senso del possesso commerciale di quello che si fa…nel senso che se tu sai quello che vuoi, sai come ottenerlo..nessuno può venire a dirti come si fa o come si potrebbe fare…

M.G.: però nel caso di questo disco è stato bellissimo anche il lavoro dei ragazzi con cui ho lavorato perchè…mantenendo una rotta e un percorso…loro mi conoscono bene e sanno dove voglio arrivare…è stato un lavoro in cui anzichè usare un cervello ne abbiamo usati cinque, tutti tendenti verso quella direzione. Però tante volte, in delle scelte estreme, mi son sentito dire: “Max…che cazzo stai facendo? stai attento..”….”no, io lo voglio fare…lo voglio fare”…e in realtà faceva schifo veramente (risate)

P.R.: mi riferivo di più alla figura del produttore che costa tot milioni al minuto…non all’aspetto collettivo del vostro lavoro…cioè…se tu sai cosa vuoi ottenere, quand’anche ti trovi di fronte un produttore gradito ai dirigenti della casa discografica o in una qualsiasi situazione del genere hai la possibilità di espirmerti e di difendere le tue idee perchè sai anche effettivamente come realizzarle…

M.G.: infatti…nel momento in cui era deciso di fare un lavoro del genere avevo addirittura chiesto a Steve Albini, non so se qualcuno conosce, Steve Albini è un produttore che vive a Chicago che ha lavorato con i Nirvana…tutti questi gruppi del grunge…però non era per il contesto musicale, ma proprio per la tecnica di lavoro che utilizzava, per esempio..per regolare quelli che erano i suoni degli strumenti, anzichè mettere più alto o più basso dal mixer, l’abbiamo fatto direttamente dagli amplificatori e abbiamo fatto in modo che alla fine del lavoro, quando tutto era registrato tutti i livelli del mixer fossero a zero, e tutto suonasse già quasi mixato…e quindi il lavoro era alla fonte…
Per cui sapendo questo dici, “adesso mi piacerebbe lavorare con quel produttore perchè so che lavora in quel modo”…ovviamente lui non c’era e alla fine abbiamo mixato con i ragazzi con cui lui ha lavorato e la direzione è stata mantenuta anche nel mixaggio.
Le conoscenze tecniche aiutano a lavorare meglio su un percorso.

continua…

1^ Parte
3^ Parte
4^ parte
5^ Parte

Piaciuto l'articolo? Diffondi il verbo!

Articoli correlati

Close