Menu

Recensioni

Queen – A night at the opera

1975 - Elektra
rock

Ascolta

Acquista

Tracklist


Web

Sito Ufficiale
Facebook

“A night at the opera” è sicuramente il disco più ambizioso dell’intera discografia del gruppo inglese, guidato dalla potente voce di Freddie Mercury, insostituibile punto di riferimento per la band inglese, uno degli ultimi grandi frontman della musica rock. I Queen arrivano a registrare questo disco nel 1975 dopo la più che brillante precedente uscita discografica, quel troppo sottovalutato “Sheer heart attack” del 1974. Sono queste comunque due opere profondamente diverse e questa loro diversità evidenzia l’allargamento di vedute da parte dei Queen a scenari nuovi, a lande a loro inesplorate dove la voce di Freddie Mercury potesse dare la maggiore dimostrazione del suo straordinario potenziale, il rock vicino all’opera. Ed ecco che le menti di Mercury, May, Deacon e Taylor, partoriscono un lavoro compatto, da molti considerato il loro capolavoro assoluto. Il tentativo di commistione di musica classica, opera e rock non era a ben vedere una novità assoluta nel mondo della musica popolare: i Beach Boys avevano ad esempio inserito arrangiamenti orchestrali nel loro “Pet sounds” datato 1966, e gli Who con i loro “Tommy”, avevano realizzato una rock opera già nel 1969.
Ciò che rende comunque diverso “A night at the opera”, anche se non svincolato del tutto dai suoi illustri precedenti, è la presenza di due elementi: una forte ironia e capacità di parodia da parte di Mercury & co. e uno stile barocco, pomposo, alcune volte magari sin troppo, ma che connota in maniera decisiva e originale la musica dei Queen. Il disco è l’omaggio del gruppo inglese all’opera.
Si parte con “Death on two legs” in cui il signor Bulsara mette nel testo tutta il suo sarcasmo “Succhi il mio sangue come una sanguisuga, infrangi la legge e ne violi le regole, mi torci il cervello finché fa male”, il tutto condito in salsa hard-rock. E’ il tempo poi della allegra composizione “Lazing on the Sunday afternoon”, con una musica retro, che introduce “I’m in love with my car”, legata senza interruzioni alla precedente canzone. “I’m in love with my car” è cantata dal batterista Roger Taylor, grande appassionato di motori. Il rombo di motori con cui si chiude la canzone la lega alla seguente “You’re my best friend” che poggia su un accattivante giro di basso, ripetuto lungo tutta la canzone. C’è anche il tempo per del country: la voce di Brian May con il solo accompagnamento di una chitarra acustica e di alcuni cori aggiunti intona “1939”, grazioso episodio all’interno dell’opera. La pianistica “Seaside rendez-vous” ci fa ritornare alle gradevoli atmosfere già presenti in “Lazing on the Sunday afternoon”. L’hard rock torna a ruggire nella successiva “Sweet lady”, in cui May ci delizia ancora con il suo virtuosismo chitarristico proponendo potenti riff distorti cesellati dalla maestria vocale di Mercury. E’ il momento di “The prophet’s song”, monumento al prog dei Queen. Otto minuti intensi tra chitarre acustiche, elettriche, vocalizzo e sovrapposizioni vocali molto suggestivi e vicini alla musica medievale. “Love of my life” si collega senza interruzioni alla precedente, e c’è un netto cambio di atmosfera: viene a galla il Freddie Mercury più romantico, che accompagna una struggente melodia: un mix vincente che renderà “Love of my life” la ballad più famosa dell’intera discografia delle Regine. Ancora variazione di toni e siamo catapultati in “Good company”, brano eseguito con l’ukulele e cantato dalla voce di Brian May. Finita “Good company” senza rimpianti , incomincia con un coro a capella quello che è considerato giustamente il capolavoro dei Queen: “Bohemian Rhapsody”. La genialità dei Queen è espressa in un’operetta che si articola in tre cambi di tempo per un totale di sei minuti. Nonostante il singolo non fosse propriamente radiofonico ottenne subito un successo notevolissimo in Inghilterra dove arrivò alla numero uno. L’esperimento di una canzone con tre cambi di tempo era stato già provato dai Beatles in “Happiness is a warm gun”, dove arrivarono ad unire tre diverse canzoni. La “Bo rap” inizia con un accompagnamento di pianoforte che si collega alla parte corale tramite un sottile ricamo di chitarra di Brian May. La parte corale, la più interessante, fu registrata in sette giorni, e durante in concerti, quando veniva eseguita la canzone, non era cantata “live”. Le voci dei quattro Queen si intrecciano, si sovrappongono a creare notevoli effetti polifonici. L’ultimo cambio di tempo è costituito dalla parte finale, dove c’è un’esplosione hard rock. La voce di Mercury arriva di diritto nell’Olimpo, la chitarra di May spara suoni hard rock devastanti, e poi improvvisamente, da questa tempesta sonora, la quiete, resta solo la voce di Freddie e il suo fedele piano “Nothing really matters / anyone can see / nothing really matters / nothing really matters to me / Anyway the wind blows.” Il gong finale chiude una cavalcata di rara bellezza. Il finale è in pompa magna. La chitarra di May si concede il lusso di suonare l’inno inglese “God save the Queen” in chiave parodistica, imitando così Jimi Hendrix che a Woodstock aveva scolpito l’inno americano tra distorsioni e dissonanze nella storia del rock.
Anche i Queen con questo disco sono entrati nella storia del rock.

TRACKLIST

1. Death on two legs
2. Lazing on the Sunday afternoon
3. I’m in love with my car
4. You’re my best friend
5. 1939
6. Seaside rendez-vous
7. Sweet Lady
8. The prophet’s song
9. Love of my life
10. Good company
11. Bohemian Rhapsody
12. God save the Queen

Piaciuto l'articolo? Diffondi il verbo!

Altre Recensioni

Close