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Sonic Youth – Daydream nation

1988 - Enigma/Blast First
Alt. Rock

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Tracklist

1. Teen Age Riot
2. Silver Rocket
3. The Sprawl
4. \'Cross The Breeze
5. Eric\'s Trip
6. Total Trash
7. Hey Toni
8. Providence
9. Candle
10. Rain King
11. Kissability
12. Trilogy:
- The Wonder
- Hyperstation
- Eliminator Jr.

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“Daydream nation” uscì nel 1988. Gli States sono all’ultimo anno del mandato presidenziale di Ronald Reagan e hanno ripiegato verso posizioni definite storicamente “neoconservatrici”. Il sogno americano viene rimpiazzato dalla disillusione. I Sonic Youth propongono ironicamente un modello di nazione del sogno ad occhi aperti, una nazione della delusione, dove l’unica ambizione e possibilità è saggiare la “reale dimensione dell’inferno”.
I Sonic Youth arrivano al disco della maturità, offrendo un capolavoro, un disco di rottura, un indiscutibile punto di partenza e di ispirazione per molte band, a cominciare dagli italici Marlene Kuntz per passare al movimento grunge. La forza di questo disco risiede anche nella formazione del quartetto originario di New York: Thurston Moore alla chitarra elettrica, graffiante e perennemente distorta; Lee Ranaldo all’altra chitarra, un geniale stregone dello strumento a sei corde; Kim Gordon, incalzante e onnipresente al basso; Steve Shelley martellante e fantasioso alla batteria.
Ed entriamo in questa nazione dal sogno ad occhi aperti: ci accoglie una rivolta, una rivolta giovanile, la voce di Kim Gordon sibila versi gelida, glaciale. Una sequenza rapida di accordi introduce uno dei tanti capolavori dell’album “Teen age riot”. Niente è banale in questa che probabilmente è la canzone meno sperimentale all’interno dell’opera. Si avverte lo spirito punk dei quattro. Un punk alla Sonic Youth. Quasi sette minuti di distorsioni, cambi di tempo e impennate chitarristiche. Il delirio rivoltoso lascia il posto ad un’altra fiammata “Silver rocket”: sembra di viaggiare a velocità supersoniche su quelle corde, graffiate col plettro, maltrattate, fatte continuamente gemere da i due geni, Ranaldo e Moore. “The Sprawl” vede alla voce Kim Gordon, sensuale e al contempo dotata di un distacco artico nel timbro vocale. Il sogno americano non è che un viaggio per “conoscere l’esatta dimensione dell’inferno”, quanto può essere profondo e invivibile. Sarcastica, la bassista sussurra suadente “Come on down to the store, you can buy some more and more and more”. “’Cross the breeze” è la discesa agli inferi in cui non c’è “bisogno di essere spaventati”. La canzone si apre con una sequenza di accordi lievemente distorti per poi trasformarsi in una tempesta di noise e distorsioni. Il grunge prima del grunge. Quiete e tempesta. C’è anche spazio per il cantato di Lee Ranaldo in “Eric’s trip” e il chitarrista si diverte a fare il Lou Reed della situazione. Le chitarre sono sempre più folli, devastanti e devastate. I nostri cervelli sono come piume in balia di venti implacabili e squassanti. “Total trash” e “Hey Joni” corrono lungo la stessa lunghezza d’onda. Altro momento notevole è l’eclettica “Providence”, angosciante dialogo disturbato da rumori che lo rendono ancora più insopportabile e opprimente. “Candle” inizia con un arpeggio di chitarra acustico interrotto dall’incedere di una batteria e di un basso ossessivamente ipnotici. Le chitarre creano insieme alla base ritmica un’atmosfera completamente straniata. “Rain king” e “Kissability” vedono alla voce rispettivamente Thurston e Kim e contribuiscono a conferire al disco quella atmosfera di granitica unitarietà mai ripetitiva. Il capolavoro nel capolavoro va individuato in “Trilogy”, apoteosi del rumore, una monumentale enciclopedia del noise rock: quattordici, dico quattordici, minuti di piroette chitarristiche, rumori, effetti, chitarre martoriate, esplosioni adrenaliniche e spericolati ardimenti strumentali. Il genere è inclassificabile: l’opera strutturata in tre parti e tre tempi la farebbe ascrivere alla tradizione progressive, ma la carica di adrenalina e di energia che vengono fuori da questo colossale pezzo sono proprie del punk. Questa è la “Sister ray” dei Sonic Youth, il baccanale apocalittico che vale una carriera. A chi non sono venuti in mente, ascoltando questa canzone, i Velvet Underground di “Heroin” o di “Sister ray“? Forse proprio i Sonic Youth hanno portato a compimento le idee e le intuizioni di Cale e Reed. “Trilogy” parte con il rumore delle corde strisciate, il canto allucinato di Moore è sarcastico e doloroso, “la tua città è una bellissima città”. Primo spannung: chitarre che si impennano, inarrestabili e maestose, folli e disperate. Sembrano compiere una corsa schizofrenica verso quegli abissi infernali di cui i nostri volevano conoscere la dimensione reale. Il rumore sembra provenire direttamente dalle gole dei dannati, sembra essere la chiave che dischiude la porta dell’inferno. Ormai la forma della canzone è distrutta, abbattuta da questa “riot” condotta dai quattro musicisti. Non resta da questa distruzione che un ossessivo beat di batteria, leggeri ed inquietanti arpeggi di chitarra e in sottofondo metalliche chitarre distorte. La voce aliena di Moore si staglia su queste macerie musicali. Sempre lo stesso beat per oltre sei minuti, stessi arpeggi e chitarre che deflagrano sullo sfondo. E poi un improvviso silenzio cala. Spannung. Altrettanto improvvisamente parte la parte hardcore che straccia e distrugge ogni residuo di certezza con riff ossessivi, pochi accordi in pieno stile punk, un beat di batteria più penetrante di un martello pneumatico e la voce di Kim Gordon che sembra davvero provenire da uno zombie. Altri rapidi accordi distorti. Ed improvvisamente cala il sipario del silenzio. La “nazione del sogno ad occhi aperti” è desta. Ma siamo sicuri si sia trattato di sogno e non di incubo?

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