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THE CURE – Napoli, 20/06/04

“…Robert Smith sembrava uno sciamano truccato da Pierrot dei nostri giorni, attraverso la sua voce e la sua faccia si riflettevano le emozioni contrastanti trasmesse dalle sue liriche, accompagnate da sonorità molto dark e inframmezzate da momenti di noise micidiale…”
muntzer


Potrei cominciare col dire che questo concerto comincia da dove i Cure erano rimasti circa 15 anni fa a Cava dè Tirreni, ultima loro esibizione a sud di Roma. Nello stupendo scenario dell’arenile di Bagnoli, di fronte all’isolotto di Coroglio, una serata magica, irripetibile, fra le fabbriche abbandonate e i binari ferroviari desolati.. Si comincia con i due gruppi spalla, i Suneatshours e i Marla Singer, alquanto deludenti (ma poi cosa c’entravano con i Cure?). Poi, 40 minuti d’attesa e alle 22.10 ecco Robert Smith sul palco, che comincia con i pezzi nuovi dell’album (uscirà il 25 giugno nei negozi), fin quando non comincia con Fascination Street. E da là…sembrava di veder suonare i Cure dell’inizio degli anni 90, di Wish. Praticamente hanno suonato tutto Disintegration e buona parte di Pornography, il primo momento di totale sintonia con un pubblico eterogeneo (dal dark anni 80 al ragazzino che conosce solo bloodflowers passando per gli aficionados dei loro concerti) si raggiunge su Lullaby, che grazie a un gioco di luci intenso e a una muraglia sonora avvolgente, riesce a ipnotizzare il pubblico.
Dicevo ipnotizzare: è la parola giusta per questo live. Robert Smith sembrava uno sciamano truccato da Pierrot dei nostri giorni, attraverso la sua voce e la sua faccia si riflettevano le emozioni contrastanti trasmesse dalle sue liriche, accompagnate da sonorità molto dark e inframmezzate da momenti di noise micidiale (come su One hundred years). Un palco semplice, senza bisogno delle grandi pacchianate a cui parecchi gruppi ci hanno abituato, solo loro, i Cure, e un impianto luci magnifico, abile a sottolineare attraverso i colori tutte le canzoni, come se si curassero le paure attraverso mille colori (citando kevlar dei 24 grana, il Di Bella era lì). Il viola su Lullaby, il blu su Boys don’t Cry (troppi anni che non la suonavano), il verde su A forest, un coinvolgimento emozionale intenso e forte. Quanti si sono commossi su Lovesong, su Just like heaven! Ed era bello perdersi in questo incantesimo, di fronte a un gruppo di grandi comprimari, con il Pierrot che la faceva da anima e trascinatore timido e triste, un gruppo tornato ben 3 volte sul palco, con i grandi classici per omaggiare un pubblico che da anni purtroppo non li vedeva.
See you next year, ha detto Smith in conclusione. Noi lo speriamo, perchè ne vale davvero la pena, non è semplicemente pop music (Smith dixit), MA è molto di più, sono le inquietudini letterarie dell’età contemporanea trasposte in musica e immaginazioni.

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