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TERNI IN JAZZ FEST #4 – 23-27 giugno

Terni in Jazz Fest, giunto alla sua quarta edizione, continua a crescere e ad assumere una propria identità di proposta artistica, sempre migliore.”

Lorenzo Alunni

23\27 giugno 2004

Le terre d’Umbria sono abituate a trasmettere ed amplificare le vibrazioni sonore del grande jazz, ma non c’è più bisogno di aspettare le esaltanti (e troppo costose) giornate perugine di Umbria Jazz per esserne smossi, nel corpo e nell’animo. Terni in Jazz Fest, giunto alla sua quarta edizione, continua a crescere e ad assumere una propria identità di proposta artistica, sempre migliore.
Dopo la commovente produzione originale dell’anno scorso (“U:Ulisse”, con Marco Paolini, Giorgio Gaslini, Uri Caine e lo scenario di Arnaldo Pomodoro), quest’anno l’evento principale è stata l’esibizione del sassofonista Archie Sheep alla Cascata delle Marmore. Colonna portante dell’impeto sovversivo del Black Power americano anni ‘60, Sheep, con il suo concerto, ha preceduto un suggestivo spettacolo di luci sulla scrosciante acqua della cascata.
La serata successiva ha visto salire sul palco dell’anfiteatro Fausto la cantante portoghese Maria Joao, accompagnata da Mario Laginha al piano: strepitosi. La Joao ha regalato al pubblico un’ora e più di interpretazioni ricercate ma sempre estremamente godibili e venate d’una sincera ironia. Si è agevolmente districata fra tutte le possibilità espressive della voce umana, lo ha fatto con un’eleganza ed un funzionale virtuosismo rari da incontrare. Ha spesso ricordato l’approccio vocale di Bobby McFerrin, mantenendosi però sempre ben ancorata alla sua terra e ad una sua preziosa rielaborazione personale.
A seguire, Egberto Gismonti in solo, che ha messo in campo la sua incredibile padronanza di chitarra e pianoforte. La poetica di Gismonti è quella di un generoso offrire tutto il proprio sentire al pubblico, in una performance che trova sempre come smuovere il sentimento dell’ascoltatore.
Rimane il rammarico di una serata non troppo di grazia per Gismonti, che, rispetto al suo standard, è stato poco comunicativo pur nell’ineccepibile qualità della sua esibizione.
Il sabato (26 giugno) è stata la volta di uno scialbo tributo a Billie Holiday di Rossana Casale e di quello, altrettanto poco degno di nota, a Tito Puente da parte di Ray Mantilla, il cui concerto è stato uno di quelli da seguire, come minimo, con un cocktail con ombrellino in mano.
La terza ed ultima serata è stata quella dedicata al jazz più di ricerca, con il quartetto di Karl Berger e quello di Louis Sclavis. La prima parta della serata, con Louis Sclavis ha invece presentato un progetto molto interessante, con un gruppo composto da violino, violoncello (manipolato da effetti) e batteria.
Brani fatti di strutture complesse, temi e scritture spigolose e ampi spazi solistici liberi da qualsiasi legame armonico e ritmico. Quando certe sperimentazioni sono condotte con questa cognizione di causa, allora è bello quantomeno esserne incuriositi.
Parallelamente al festival si è svolto il primo (riuscito) Meeting del jazz italiano, dove etichette, scuole, festivals hanno potuto esporre per tre giorni la propria attività, insieme a convegni, showcases, mostre, workshops. Era ora.
Pur nei suoi difetti, il Terni In Jazz fest s’è mostrato nella sua capacità di contribuire in maniera forte alla definizione, tutt’ora in corso, di quelli che sono i caratteri peculiari della fruizione italiana di una forma di approccio culturale, il jazz, che appartiene al mondo intero.
Praticamente neanche un americano nel cartellone del festival. Riflettiamoci.

Lorenzo Alunni

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