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The Cure – The Cure

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E' difficile capire i motivi che abbiano indotto i Cure, a 4 anni di distanza dall'ultimo controverso Bloodflowers, a scegliere come titolo del nuovo attesissimo album THE CURE. Di solito si aprono le carriere con un titolo omonimo, o si chiudono? Ha un significato reale questa scelta?
La prima sensazione poteva essere quella di un ritorno al passato, magari per autocelebrare il 25esimo anniversario dell'ormai lontano esordio di “Three Imaginary Boys”, d'altro canto però la nomina di Ross Robinson, noto per le collaborazioni con gruppi quali i Korn, i Limp Bizkit e addirittura gli Slipknot, come produttore fa pensare ad una svolta.
Il risultato? Nessun ritorno al passato e comunque nessuna svolta.
Certamente qualcosa di nuovo la si intuisce. Il sound è, come si poteva prevedere, molto aggressivo. Con una base ritmica tuonante, sempre il preciso Jason Cooper alla batteria e il deciso quanto appariscente Simon Gallup al basso, unita alla chitarra concreta di Perry Bamonte mai come in questo episodio immersa in sonorità più aspre e graffianti. Niente Nu-Metal, c'è da stare tranquilli. Sparisce quasi completamente la caratteristica chitarra acustica a dodici corde, anche le tastiere del compassato Roger O'Donnell sono meno presenti, ma la voce di Robert Smith (il protagonista è sempre lui), resta eccome. La produzione di Robinson, che è riuscito a rendere ascoltabili cantanti di discutibilissimo livello quali Jonathan Davis o Fred Durst, esalta le doti viceversa indiscutibili di uno degli artisti più significativi della scena inglese dell'ultimo ventennio. Come avere 45 anni e non dimostrarli. E non dimostrarli, tra l'altro, neanche nei recenti live, con esibizioni mai sottotono.
Entrando più direttamente nell'album, i due brani meglio riusciti sono due.
“LOST”, oppressiva e rabbiosa tanto da sembrar scritta da Trent Reznor dei Nine Inch Nails con il suo crescendo ipnotico e le urla strozzate di chi è alla disperata ricerca d'aiuto. “THE PROMISE”, lunga cavalcata anch'essa in crescendo, con un finale pirotecnico, wah-wah selvaggio guidato da una batteria fulminante e caotici feedback. Sono anche i due brani che, non a caso, stanno rispettivamente aprendo e chiudendo i primi spettacoli del tour europeo.
Non c'è solo del (mal)sano dark, c'è anche spazio per la melodia. Lo spensierato singolo “THE END OF THE WORLD” e la ballata “TAKING OFF” , dove le tastiere spadroneggiano come ai tempi di Disintegration. Un rock quasi da stadio in “US OR THEM” e “ALT.END” con ritornelli ammiccanti ed efficaci a metà strada tra Placebo e A Perfect Circle (e ce ne vuole per trovare punti di contatto del genere). Sono un'inaspettata piacevole novità il brit-pop in salsa gotica della dolce “BEFORE THREE”, l'orchestrale “NEVER” che sembra uscita da Mellon Collie degli Smashing Pumpkins, senza tralasciare l'impronta stranamente U2 di “LABYRINTH”. Nessun plagio, è solo un modo per dimostrare quanto un gruppo storico possa avvicinarsi ai nomi più attuali senza dare l'idea del signore di mezza età che non vuole invecchiare e cerca goffamente di rendersi giovanile adeguandosi in maniera ridicola alle nuove tendenze.
Niente di sconvolgente quindi, sia chiaro, ma certamente uno degli album che più racchiude le diverse anime di Robert Smith e compagni (ecco la spiegazione del titolo!). Va bene per tutti. Buono per chi li segue fin dagli esordi. Ottimo per chi li ha conosciuti nei primi anni novanta. Utile anche per chi è arrivato in ritardo (troppo!) e ha scoperto i Cure solo ora, magari grazie al nuovo simpatico video che gira su Mtv con una frequenza vicina a quella dei tempi di Lullaby.
The Cure scorre liscio senza troppi intoppi. Godibile ma ragionato. Ben suonato e non privo di intuizioni. E poi si parla dei Cure, non di un gruppo qualsiasi.
Lunga vita a Robert!

Tracklist

1. Lost
2. Labyrinth
3. Before Three
4. The End of the World
5. Anniversary
6. Us or Them
7. Alt.End
8. (I dont' know what's going) on
9. Taking Off
10. Never
11. The Promise

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