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Afterhours e Otis Taylor: Nuvolari Last Week Atto I

Il festival cuneese più lungo d’Italia chiude i battenti, ma le sorprese non sono finite.

di viter

Cuneo, sabato 17 luglio 2004 – Il Nuvolari Libera Tribù chiude questa sera i battenti, serata conclusiva (come spesso accade gratuita) con Hormonauts e Skiantos. Ma siccome 1) il Marcovaldo propone stasera ai forti di Vinadio una serata con gruppi di taranta salentina; 2) rimpiango amaramente, durante il mio soggiorno pugliese nell’estate 2003, di essermi perso la notte della taranta di Copertino; 3) per Mr Freak Antoni, ho già dato in gioventù e negli anni passati; sommando dunque 1), 2) e 3), per me il NLT si è chiuso ieri sera con il concerto dei Verdena.
Un’ultima settimana altrettanto ricca di appuntamenti “ghiotti”, come lo è stato, quest’anno tutto il calendario: purtroppo non ho potuto assistere alla serata dedicata alla nuova ondata di musica cuneese di mercoledì con La Culla, la cui performance di quest’inverno al Plaid mi era piaciuta molto, il Gruppo Spontaneo di Musica Moderna, molto apprezzati sul territorio, ma che non ho ancora avuto la fortuna di ascoltare, e i più conosciuti Endura (ho compensato il dispiacere comunque con il concerto dei Blonde Redhead al Baraonda Summer Point di Chieri). Non ho saputo resistere invece a Afterhours, mi incuriosiva Otis Taylor anche se non sono un grande amante del blues, mi hanno trascinato a sentire The Moon Invaders (molto bravi quest nel loro genere ska-reggae, ma sui quali non mi dilungherò), intendevo chiudere invece la settimana con i Verdena.
Ma seguiamo cronologicamente quanto accaduto.
Iniziamo la nuova settimana là dove l’avevamo conclusa, pronti per tuffarci nel concerto degli Afterhours.
Sulla scaletta e la cronaca dettagliata del concerto, ne ha data testimonianza qualche settimana fa Francesco “Daesdein” Erre. E in linea di massima il concerto è stato quello, con qualche novità però rispetto al live di Roma. Agnelli sale sul palco e si parte con un pezzo in inglese che non conosco… non so… e poi 1.9.9.6, una versione tiratissima di Dea, Le verità che ricordavo, e poi Lasciami leccare l’adrenalina (altro pezzo tiratissimo e molto coinvolgente), e brani più recenti come Quello che non c’è, Varanasy Baby e Non sono immaginario. Le “cover”. Gli Afterhours ripetono come nella scorsa stagione (in questa occasione però a metà concerto) la Canzone di Marinella, e poi attaccano con il pezzo degli Area suonato anche a Roma. Ma la chicca è quella successiva, un altro pezzo in inglese… un’altra cover, ci chiediamo io e Marino? Agnelli smentisce tutti, ci frega e ci illumina: “quello che avete sentito è un pezzo dell’ultimo album”… la mente inizia a “volare”… In apertura un pezzo in inglese che non conoscevo, ora questo brano del nuovo album in inglese… non è che Agnelli e compagni stanno preparando una piccola sorpresina, tutta in inglese come nei primissimi tempi..?! Tra l’altro la canzone in questione è davvero molto bella, ricca di sonorità hendrixiane, e di una parte cantata molto originale, quasi una session per la durata e gli spunti di semi-improvvisazione; in più Agnelli si supera, amoreggia, colpisce, dilania, scopa la propria chitarra urlante.
Il concerto scivola veloce tra un pezzo più recente e qualcuno più vecchio (alcuni dei quali già citati), vedi Mio fratello è figlio unico. I bis con le tre uscite fanno girare un po’ le scatole, ma uno accetta senza stare troppo a sindacare.
Il concerto è stato bello, intenso. Se non ci fosse stata però la chicca del brano (o brani, se includiamo quello iniziale) inedito non so se ne sarei rimasto altrettanto soddisfatto. Per quanti, come il sottoscritto, li avevano già visti nel tour invernale del 2002-2003 o al Nuvolari la scorsa estate, poche sono state le novità.
Sicuramente il gruppo stupisce sempre, il suono è sempre molto bello, un loro concerto è veramente difficile che deluda; e questo fa onore alla compagine capitanata da Agnelli. Capisco chi possa aver pensato “mah… con l’album in uscita in autunno, forse avrei potuto attendere la tournée invernale per vederli”. Nonostante tutta la stima e l’ammirazione che posso nutrire per questa band, non so se tornerei a rivedrei un tour estivo per due volte come in quest’occasione. Anche perché la cosa particolare è che avevo notato molte più differenze tra le due performance del gruppo viste nel 2003, ma forse quello dipendeva anche dalla scarsa attitudine musicale del palazzetto dello sport di Boves o proprio dalla differenza di impostazione che può avere un concerto al chiuso ed uno all’aperto.
La cosa che invece mi è piaciuta particolarmente nell’esecuzione dei brani è stata la presenza della batteria, per l’occasione (almeno, la cosa potrebbe benissimo farlo presupporre) messa in posizione avanzata, in linea con quella di Agnelli, sul palco. L’altra metà degli Afterhours ha dato prova di essere un ottimo batterista. L’impressione era che i brani siano stati arrangiati per mettere in risalto tutta la base ritmica della batteria, che in questa occasione ha avuto un’importanza maggiore rispetto al solito.
E dopo un concerto così ricco di spunti, in attesa di due altri “concertoni” come quelli di mercoledì con i Blonde Redhead e di venerdì con i Verdena, potete immaginare con quale spirito potessi affacciarmi martedì ad ascoltare Otis Taylor, esponente molto apprezzato del blues americano (genere che per altro a volte trovo un po’ ripetitivo e noioso, quando si trasforma in un puro esercizio/gioco di stile). Ma il Nuvolari, come ogni anno, dedica sempre una serata al “blues d’autore” e – come sostiene Marino, che non si è perso mai una di queste performances in tutta la carriera di NLTfrequentatore“è difficile che sbaglino il colpo!”. E così mi presento venerdì sera ad ascoltare questo tizio barbuto senza grosse aspettative e, come spesso accade in queste situazioni, il concerto invece si rivela una sorpresa del tutto inattesa. Una scoperta positiva anche perché a differenza del blues che si è soliti ascoltare,quello di Otis Taylor affonda le proprie radici nel rock’n’roll assumendo così ritmi e sonorità decisamente meno scontate. Il personaggio poi è veramente particolare, barbona, cappello da baseball, e soprattutto una voce calda, con un timbro vocale un po’ rauco, ma di forte carica emotiva. è pensare che (come riporta il libretto) il soggetto in questione è salito alla ribalta solo nel 2002. Lui in effetti non sembra essere un “mostro dello strumento”, tant’è vero che non suona come “prima chitarra” (oltre ad un chitarrista, lo accompagna la figlia al basso), ma la musica occupa uno spazio assolutamente perfetto: penso sia difficile suonare un pezzo in concerto senza batteria e riuscire a renderlo “spinto”, tanto più quando si suona blues. Beh, Otis Taylor c’è riuscito ed anche molto bene. Giudizio: da ascoltare, anche per i non amanti del genere.

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