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AFTERHOURS + MARLENE KUNTZ – Marcon (VE), 16/07/04

“Resta solo la sensazione di aver potuto ammirare sul palco, due band, che hanno scritto pagine importanti del rock italiano, e sicuramente hanno ancora molto da scrivere.”

di Zappo

Non mi è capitato spesso, a fine concerto, di dover penare tanto per scegliere di quale gruppo forgiarmi. Mi spiego subito: sto parlando delle “sacre” magliette da concerto, il cui acquisto sta ormai diventando rito immancabile ad un concerto con la C maiuscola.
Stavolta è stato difficile scegliere.
Afterhours e Marlene Kuntz…insieme…in unica sera. Il meglio del rock italiano, come disse qualche mio “collega”, del passato, del presente e del futuro.
Eh si…devo proprio dargli ragione. Perchè quello sentito, visto e provato questa sera a Marcon (VE) conferma a pieno titolo tutto ciò.

La gente c’è, tanta, mentre l’organizzazione, come al solito, purtroppo, non è delle migliori. Ma lasciamo perdere e parliamo del concerto.
Sono quasi le 10 quando Godano, camicetta bianca, pantaloni neri, stivaletti bianchi, esordisce sul palco con un sonoro e felice “HEY”, non certo da lui. Arrivano anche i 3 compagni e si comincia con l’agrodolce “Ineluttabile”. Marlene Kuntz che puntano sulla durezza dei suoni. E ciò viene confermato dalla successiva “Le Putte” accompagnata successivamente dall’intramontabile “Trasudamerica”.
A prima impressione la voce di Godano sembra al top, così come lo spettacolo sonoro offerto dai 4 piemontesi, con le chitarre più taglienti che mai, e una sezione ritmica impeccabile.
Ecco“Ci Siamo Amati” e si comincia a sudare davvero. Con “Il Vile”, arriva il primo grande boato che accoglie forse la canzone più trascinante ed energica della compagine piemontese.
Ed ecco arrivare la prima sorpresa della serata. Per la gioia dei “meno kuntziani”, quelli che probabilmente li hanno conosciuti con l’improbabile duetto con Skin degli Skunk Anansie, Godano e compari si esibiscono inaspettatamente in una toccante “La Canzone Che Scrivo Per Te”. Pur ammettendo che non è certo la miglior composizione dei quattro, c’è da dire che fa la sua bella figura e fa sicuramente colpo sugli animi più romantici presenti al Marcon Festival.
Poi nella chitarra di Godano compare l’ormai famosa bacchetta di ferro…segno che è arrivato il momento di “Sonica” accolta con un boato ancora più forte. Non credo servano commenti per descrivere cosa si è provato.
E poi la seconda sorpresa della serata. “Non gioco più”, di Mina, contenuta nell’ultimo EP, “Fingendo La Poesia”. Sconosciuta ai più, ne esce comunque una gran cosa, che conferma le doti vocali di Godano.
Di nuovo la bacchetta. Questa volta è il turno di “Ape Regina” con il suo flash finale da star male. Gli effetti alle chitarre si comsumano, la batteria frena e accelera a ripetizione, fischi di ogni genere percuotono le orecchie tremanti dei presenti.
Un po’ di quiete, con “Fingendo La Poesia”, che arriva a calmare gli animi prima del finale. Finale che inizia con l’oppressiva “Cara é La Fine” e prosegue con il sano punk di “Festa Mesta”. Ormai si sta male, il gioco di luci si trasforma in uno spietato killer, come Godano che “uccide” la sua chitarra contro l’amplificatore per poi lanciarsi nell’esecuzione di “Il Vortice”, l’appassionato monologo contenuto nel già citato EP. Il finale è la replica dell’uscita di “Festa Mesta” con una suggesiva orgia sonora che sprigiona rumori di ogni tipo, spietati nel perforare le orecchie di tutti. E poi il silenzio.
Quasi un’ora e mezza di concerto. Un’ora e mezza di Marlene Kuntz. A questo punto potrei andare a casa già più che soddisfatto.
Ed il bello è proprio che non è ancora finito. Tocca agli Afterhours.

Giusto il tempo di affiancare la batteria al posto riservato ad Agnelli, e gli Afterhours salgono sul palco.
Manuel, camicia rossa, comincia da solo, con una cover. The Bed di Lou Reed, una novità. Giorgio, il batterista, sorride, forse pensando alla placida apertura e a quello che seguirà. Nulla da temere.
A smentire ogni timore arriva “Veleno”, una scarica di rock elettrico che scuote ogni anima presente sul prato del Marcon Festival.
é poi il turno di “1.9.9.6.”, in versione elettrica, intramontabile. Lo spettacolo offerto è travolgente, insieme alla voce di Manuel, che appare in formissima, come il collega piemontese esibitosi qualche minuto prima.
Poi “Sulle Labbra” e il classico “Rapace”, super acclamata.
“Questa è una canzone che non facciamo da un po’..”. Giusto il tempo di capacitarsi che si sta parlando di “Dea” e tutto viene scosso da una scarica di energia impressionante, bissando quello che poco prima è avvenuto con “Festa Mesta”. L’aria comincia a mancare.
Si torna a respirare, grazie a “La Canzone Di Marinella” di De Andrè, ormai familiare al pubblico degli Afterhours, e a “Gioia E Rivoluzione” degli Area, una novità. Certo, impossibile affiancare Stratos ad Agnelli. Anche lui non è propriamente a proprio agio, ma quello che viene fuori non è malvagio, anche se fa storcere il naso ai più integralisti. Onore, più che altro per il coraggio.
é poi il turno di “Bunjee Jumping”, con la sua uscita noise ad infilarsi tra i timpani della gente, e “Varanasi Baby”, seguita da un nuovo pezzo in inglese. Questa volta non è una cover. Era nell’aria. Il prossimo album, che uscirà a gennaio del 2005, sarà cantato anche in inglese. Non so se gioire. Resta comunque il fatto che il nuovo pezzo non è per niente male. Ci sarà comunque tempo per ascoltare e capire.
Anche perchè adesso è il momento di “Verità Che Ricordavo”, con Manuel che fa roteare il microfono. Un classico. Temo per le sue gengive. Ma dura poco, giusto il tempo di essere sospinto da una massa incredibile di gente. Faticoso, ma stupendo.
Ed ora un po’ di tregua? Neanche per idea, perchè arriva “Male Di Miele”. Sarebbe un delitto rimanere nelle retrovie.
Si volge ormai al termine. “Quello Che Non C’è”, da brividi lungo la schiena, con centinaia di voci che cantano e quasi coprono la voce di Manuel che esce dalle casse. E poi “Bye Bye Bombay”, e i brividi si fanno ancora più forti.
E purtroppo era l’ultima. Manuel ringrazia chi è venuto fin qui per vederli (l’ha fatto molte volte questa sera) e se ne va.
Nessun ritorno sul palco. I soliti perfidi mostri con la maglietta con scritto STAFF cominciano a staccare cavi, a portarsi via microfoni…non c’è tempo per altro.
Resta solo la sensazione di aver potuto ammirare sul palco, due band, che hanno scritto pagine importanti del rock italiano, e sicuramente hanno ancora molto da scrivere.

Zappo

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