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Umbria Jazz 2004, i concerti

L’Umbria Jazz Festival 2004 giorno per giorno.

di Lorenzo Alunni

John Scofield – Steve Swallow – Bill Stewart (10\7)
Il trio funziona che è una meraviglia. Scofield va’ a briglia sciolta sopra un tappeto ritmico trascinante come pochissimi altri. Bill Stewart arriva al punto di monopolizzare l’attenzione dell’ascoltatore, il suo drumming è di una fantasia ed elasticità incontenibili. A Perugia Stewart ha suonato sorridendo, cosa che, a chi conosce la sua personalità sul palco, la dice lunga.
Swallow conferma l’efficacia, ritmica e non solo, del suo bassismo elettrico dall’impostazione e dalla timbrica così personale. Senza troppa fantasia, i brani suonati sono stati quelli di “En Route”, la recente ed unica uscita discografica del trio (disco con Metheny a parte), più un brano dal fortunato “A go go”. Well done, uncle Sco.

Keith Jarrett – Gary Peacock – Jack DeJohnette (11\7)
I tre estremi del triangolo jarrettiano continuano a far fluire tutto il lirismo, il pathos, la distesa concentrazione che li ha resi grandi. Il tutto avvolti dal silenzio armato degli spettatori, intimoriti al pensiero che il pianista s’irriti e disturbati dalle scorribande italo-swing di Ray Gelato che si sente dalla non lontana piazza. Al di là di tutto questo, Jarrett è in serata di grazia, se così si può dire di un ennesima riproposizione dei suoi standards cavalli di battaglia. Ma conta ciò che si porta al materiale, non il materiale stesso. DeJohnette sembra parlare, sussurrando, con i suoi tamburi e dischi color oro. Peacock suona con la solita maestria, ma il suo aspetto non rassicura sulle sue condizioni di salute. A fine concerto due bis (Poinciana e When I fall in love, tanto per cambiare), quasi a voler farsi perdonare di quelli non concessi l’anno precedente (diciamo così).
Per favore Jarrett-Peacock-DeJohnette, come in Always let me go, tornate a stupirci ancora. Almeno provateci.

The Bad Plus (11\7)
I Bad Plus sono un mix mortale, mortalmente divertente.Già dai due dischi pubblicati si capiva, ma in concerto si aggiunge quel tocco di stravaganza, quasi di pazzia, che li rende seriosamente esilaranti. Fra brani originali e cover, tipo di Aphex Twin (attuale re dell’elettronica più spinta), il loro set sprigiona un’energia ed un estro fuori dal comune. Reid Anderson e david King sono una sezione ritmica invidiabilmente potente; il primo ha aperto il concerto con un solo di contrabbasso che ha lasciato di stucco anche chi pensa che l’evoluzione di questo strumento si sia fermate a Rufus Reid. Alla grande anche Ethan Iverson, che sa prendersi in giro già dall’abbigliamento. Esaltante.

Charlie Haden Liberation music Orchestra con Carla Bley (12\7)
L’orchestra della musica della liberazione ha pubblicato due dischi: entrambi durante una guerra combattuta dallo Zio Tom (Vietnam e Nicaragua) ed entrambi durante una legislazione repubblicana in Usa. Con Bush e l’Iraq i tempi erano maturi per una reunion dell’ensemble capitanata da Haden e dalla sempre carismatica Carla Bley.
Peccato per un concerto senza picchi particolari, con degli arrangiamenti ed una direzione (entrambi della Bley) più che validi a cui il gruppo, evidentemente poco rodato, non ha sempre reso giustizia. In certi passaggi si è avuta addirittura l’impressione di una big band dilettantistica.
Rimane comunque l’importanza di un’esperienza, quella della Liberation, il cui prezioso impegno civile nell’arte aiuta nella convinzione che può essere il Bello artistico a salvare il mondo dalla catastrofe vagamente tinta a stelle e strisce.

Marc Ribot Mistery trio (17\7)
Succede a volte che un gruppo funzioni perché il progetto che lo anima è quello di non avere progetto. Marc Ribot, uno di quelli da cui ci si deve aspettare tutto, presenta il suo Mistery trio (che con i due ospiti diventa quintet) come una creatura indefinita che sembra raccogliere le esperienze più o meno recenti del leader. Noise rock alla Sonic Youth, rock-folk songs da menestrello, country, lunghi estratti dal lavoro con i Cubanos Postizos, blues da film di Wim Wenders (a cui ha Ribot ha partecipato). Il tutto interpretato da Dj Mutamassik (dal ruolo non ben definito) più una band che sembra aver ben capito la filosofia del ponderato pressappochismo che il leader incarna così bene.
Peccato mortale non essere ansiosi di sapere con quale alchimia sonora la prossima volta Marc Ribot ci lascerà nel dubbio se esserne esaltati o rimanerne perplessi.

Kurt Rosenwinkel group (17\7)
Sì, Kurt Rosenwinkel questa promozione (in tutti i sensi) se la merita. Ha fatto bene la Warner, o chi per lei, a dargli visibilità affiancandogli una all star band in questo tour di consacrazione al grande pubblico. Ma non si venga a parlare dell’amicizia fra i musicisti. I brani suonati, quasi tutti inediti, hanno temi tutt’altro che cantabili e sviluppi armonico-ritmici tortuosi. Mehldau si cala nella parte e ci si trova a suo agio, Grenadier conferma la sua grande, ma stilisticamente coerente, versatilità e bravura da fuoriclasse. Joshua Redman porta nel gruppo il suo playing esuberante, spesso ammiccante, non troppo in linea con le atmosfere del materiale di Rosenwinkel, che sfoggia il suo chitarrismo fatto di note meditate una ad una e mai in sequenze pattern. Notevole anche il suo virtuoso accompagnarsi ad accordi durante i temi o i soli. Rimangono gli sconvenienti di un super gruppo: materiale poco rodato e non troppo affiatamento fra i musicisti: “il senso del suonare insieme è, al pari del panda, in via d’estinzione”.

Enrico Pieranunzi (18\7)
La mattinata perugina della giornata finale di Umbria jazz si apre con l’etichetta Egea che presenta uno dei suoi recenti progetti, quello di Enrico Pieranunzi con il quartetto d’archi Archè più i sassofoni di Rosario Giuliani e Luca Bulgarelli al contrabbasso. Il disco presentato s’intitola “Les Amants” e il concerto si è risolto in una stanca riproposizione dei soliti cavalli di battaglia del pianista romano (dal Canto di Nausicaa in poi). Oltre il lavoro di routine di Giuliani e Bulgarelli, il pur valido quartetto d’archi viene impiegato in arrangiamenti fin troppo prevedili e il risultato viene globalmente appiattito dal noto stile monodinamico di Pieranunzi. Soporifero nonostante l’orario.

Uri Caine-Paolo Fresu (18\7)
Uri Caine, il pianista di Philadelphia che picchia i tasti del suo strumento con un stile molto percussivo, con le mani a muoversi più verticalmente che orizzontalmente e che ha scelto di affrontare gli standard proposti con un Powelliano decorativismo. E poi Paolo Fresu, trombettista dalle lande attorno Cagliari, che stilisticamente sa come farsi amare. Onesto spettacolo di pulita e lineare riproposizione di brani arcinoti (oltre un madrigale di Monteverdi) ben suonati e ben digeribili. Sentire suonare così bene non capita troppo spesso, non si può mica pretendere sempre qualcosa di nuovo!

Uri Caine trio (18\7)
Dopo l’esibizione in duo con Paolo Fresu, Uri Caine riabbraccia il proprio trio e torna ad essere il pianista che ci incuriosisce sempre con i suoi arditi progetti. Ad accompagnarlo, il picchiatore Ben Perowsky alla batteria e l’affidabile Drew Gress al contrabbasso. I pezzi sono tutti di Uri Caine, del quale rispecchiano fedelmente la personalità musicale estrosa ed ironicamente pirotecnica. La sua riconoscibilità stilistica è ormai inequivocabile, il che più o meno è sempre buon segno. Il trio è ben amalgamato, il playing di Perowsky e Gress sembra essere quello che esattamente ci vuole per le composizioni del leader e la forma che ne vuol dare. Per Uri Caine anche questa è riuscita.

Hiromi (18\7)
La media è di circa trecento note al secondo. La pianista giapponese (corredata anche di sintetizzatore) applica il suo robotico virtuosismo ad una fusion ormai impolverata e stanca. Le sonorità dei brani fanno pensare ad un approccio progressive, con tempi dispari, difficili e continui stacchi e onestamente poca fantasia ed originalità. Hiromi sa come impressionare i suoi ascoltatori: le sue mitragliate di note non danno il tempo di riflettere sul loro messaggio, che forse è proprio quello di non doverlo fare. Comunque, visto l’entusiasmo del pubblico, la pianista colpisce nel segno, offrendo tutto il suo carico di contemporanea frenesia, di cui neanche l’arte può non esserne contagiata.

Hancock\Shorter\Holland\Blade (18\7)
Il lupo Herbie Hancock non perde nè il pelo né il vizio di presentare il solito supergruppo per i soliti superfestivals estivi. Stavolta però la cosa funziona. Wayne Shorter, un po’ spaesato, non entra nel cuore del pubblico, ma la sua coerenza e ricercatezza stilistica sono quelle proprie dei grandi. Hancock gira intorno alle strutture dei brani in campi difficili ma sicuri nel suo essere già stati ampiamente esplorati. Grandiosa la sezione ritmica. Dave Holland è una statua di saggezza e solidità, caratteristiche che si sposano alla grande con il drumming esaltante, esplosivo e pieno di colori, di Brian Blade. A concerto fatto, l’appellativo di super-gruppo è un modo più che appropriato per definire questo quartetto di colossi.

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