Menu

VERDENA + AFTERHOURS – Suoni nella cava, Cursi (LE), 06/08/04

Quando gli allievi incontrano il maestro.
Nella terza serata del festival SUONI NELLA CAVA, aprono i Verdena in una delle ultime date del tour di “Il Suicidio dei Samurai”, chiudono gli Afterhours con in scaletta due brani inediti che saranno inclusi nel prossimo album.
Nel secondo e ultimo bis Manuel Agnelli accoglie sul palco i “fratelli Verdena”, Luca, alla batteria, Alberto, alla voce e nell’inedito ruolo di bassista, per un finale da ricordare: T.V. Eye di Iggy Pop e Across The Universe dei Beatles

Reportage di Piero Merola

Le Foto del concerto (thanx to Massimo Antonaci)

Altre Foto del concerto (thanx to Piero Merola)

Afterhours e Verdena in una sola serata. Gli allievi che incontrano i maestri (sarebbe più giusto dire il “maestro”, ora che Xabier, il vecchio chitarrista del gruppo, ha scelto nuove strade). Due anni fa, sempre nel Salento, durante un concerto degli Afterhours, l’allievo Alberto salì sul palco per accompagnare solo con la chitarra, “La verità che ricordavo”, e, avendo rotto, una corda, fu perdonato dal maestro Manuel con un bacio in bocca. Ci sono tutti i presagi per aspettarsi delle sorprese. Me lo sento.
Il concerto, almeno per me, non inizia con il migliore degli auspici. Aspetto per tre lunghe ore fuori ai cancelli in attesa dell’arrivo lista-accrediti della Mescal. Intanto entrano tutti, amici e parenti del sindaco, amici e parenti dell’assessore, amici e parenti dell’altro assessore, amici e parenti di un amico dell’assessore, amici e parenti del cugino di un caro amico del sindaco, e tanta altra gente. Ringrazio l’inqualificabile organizzazione locale, (mi sembra si chiami FREE PASS, chi la conosce, fin da ora, la eviti) che, tra finte promesse e provocazioni, mi ha costretto ad assistere da fuori ai primi due pezzi dei Verdena. La lista non sarebbe più arrivata, persa tra carte e cartacce da qualche parte. Senza il magnanimo gesto di un addetto alla sicurezza di dare uno strappo alla regola facendo entrare gratis gli accreditati-Mescal (non avevo neanche abbastanza soldi per pagare il biglietto), probabilmente vi avrei offerto un commento da una prospettiva singolare: a 300 metri di distanza con un audio disturbato.

I Verdena non li ho mai visti all’aperto. Parto con la convinzione che, con le loro linee melodiche cupe e oppressive, siano un gruppo prettamente “indoor”. La location non è però il classico stadio/spiazzo estivo (per chi non c’è mai stato il palco è come infilato in una rientranza della cava) e l’acustica è solitamente perfetta, quindi è tutto da vedere. Sono molto curioso. Da fuori riesco a captare “Blue” (dall’EP “Spaceman”). Buon segno. Non è da tutti permettersi di iniziare un concerto con una b-side. Alberto e compagni non sentono il peso – inevitabile – di aprire il live di una delle band che meglio si esprime sui palchi italiani. Mi perdo anche “Logorrea”, uno dei brani più di svolta dell’ultimo album “Il Suicidio dei Samurai”.
Mentre entro, zigzagando nella ressa per arrivare davanti, stanno suonando “Ovunque”. Non è l’unica perla tratta dall’acerba malinconia grunge dell’album d’esordio. C’è la frenetica “Viba” che fa pogare tutti. Non può mancare l’hit “Valvonauta”, “V’è piaciuta eh? Se vi è piaciuta siete degli sfigati, perchè se è un singolo, è una merda”, sarà pure banale ironia cobainiana, ma fa sorridere comunque.
Dal secondo album, prodotto proprio da Manuel, che segue compiaciuto dal backstage, due dei pezzi migliori in assoluto, la maestosa cavalcata della verdeniana psichedelia di “Nova” e l’energica “Spaceman”. Il resto è ovviamente tratto dall’ultimo lavoro, con sette brani eseguiti sugli undici totali. E’ strano constatare come i brani di lancio del disco – “Luna” (primo singolo/video), “Phantastica” (secondo video), “Elefante” (prossimo singolo) – siano il punto debole dell’esibizione. Non perchè siano stati suonati forzatamente per cause esterne, ma forse per la loro immediatezza che alla lunga ne rende l’ascolto meno entusiastico. Ben altro discorso meritano le atipiche atmosfere di “Mina” e “40 secondi di niente”, quest’ultima finalmente suonata dal vivo dopo quasi sei mesi di tour. Qui si sente il significativo apporto della new-entry, Fidel, che, pur nell’ombra, con le sue tastiere ha reso meno monotono il sound del gruppo. Sempre ironico, Alberto (che finalmente sembra anche un cantante, oltre che un chitarrista), con un pubblico non completamente al servizio dei Verdena: “Facciamo altri due pezzi e poi ci leviamo dai coglioni”. Poi c’è Roberta, con una timidezza che non si confà certamente al look, si dimena pirotecnica e scenografica, con una minigonna che fa la gioia del pubblico maschile ma non solo, è una bassista già matura, non è poco. E dulcis in fundo, Luca. Mi sbilancio: fra i primi tre migliori batteristi italiani (non vi dico gli altri due). Incontenibile, preciso, mai banale, concreto, non appariscente. Il finale è dedicato al brano più Radiohead (quelli di The Bends, non pensate a Kid A o Amnesiac), “Glamodrama”, introdotta dall’usuale delirio che dà vita al pezzo conclusivo. Versacci, risate, fischi, feedback, il fascino del non-sense… “Vi piacciono i Sonic Youth?” (che ci ha fatto sperare, invano, in una cover).
Una bella esibizione con qualche piccolo e giustificabile errore in un paio di stacchetti. Decisi e irriverenti, non si prestano, come da norma, a paraculate e smancerie con il pubblico. E’ un atteggiamento che molti reputano trendy, da pivelli del rock, ma non nel caso dei Verdena. Non solo atteggiamento, ma un’indiscutibile qualità e un talento da apprezzare, considerando l’età media dei componenti del gruppo. Il rock italiano ha un futuro, eccome…

Cambio di palco, si volta pagina.

Sugli Afterhours c’è sempre poco di nuovo da cercare, la curiosità è per eventuali anticipazioni sul nuovo album al quale stanno lavorando insieme a Greg Dulli (ex-Afghan Whigs ora Twilight Singer). Saranno due alla fine gli inediti, la delicata e sognante “Andrea’s Birthday” (già presentata con il suo titolo nel recente live semi-acustico di Milano), Manuel canta in inglese, suona il piano per una ballata quasi naif tra Smog, Brian Eno e Lou Reed. Sarà tradotta in italiano? Si spera perchè darebbe quel tocco di originalità che manca. Stesso discorso per l’altro brano che Manuel ha presentato come nuovo, ma senza un titolo. Un brano meno tranquillo, ma che scorre troppo liscio e asettico, senza particolari intuizioni.

Per il resto ci sono quattro cover ormai consolidate. “The Bed” di Lou Reed che apre il concerto, bella la canzone, un pò pretenziosa la rielaborazione di un brano poco accessibile per le corde vocali di Manuel che si riscatta in “State Trooper” di Bruce Springsteen dove può esprimersi al meglio. Chitarra, basso e una voce calda e aggressiva, degna del miglior rock-blues a stelle e strisce. A ciò contribuisce il suo look. Giacca e maglia nera, pantaloni in pelle sempre neri con strappo sul ginocchio sinistro, capello lungo e baffetto. E’ sempre un bel momento “La canzone di Marinella” in chiave dark, ma su tutte spicca “Gioia e Rivoluzione”, non tanto per il valore musicale, quanto per ciò che rappresenta. Manuel la presenta come un brano che gli Afterhours hanno reinterpretato su commissione del regista Guido Chiesa per il film “Lavorare con lentezza”, nel quale reciteranno nei panni degli Area durante lo storico concerto del ’77 in piazza a Bologna. Agnelli non è Stratos, ma ci mette il suo per non far disperdere la magia del pezzo. Emozionante.
Non mancano gli Afterhours più “violenti”, nei brani più tirati “Male di miele”, “La verità che ricordavo” (se Alberto non è salito qui sul palco forse è un brutto segno, forse…) e le urlatissime “Dea” e “Veleno” con un Manuel spettacolare, non è una novità. Poco adatte al clima “Oceano di gomma” e “Come vorrei”. Al contrario non mi stancherei mai di ascoltare i pezzi tratti da “Quello che non c’è” (la title track e la straripante “Bungee Jumping” su tutte), presentati ogni volta con nuove sfaccettature grazie alla loro complessità nelle fasi più strumentali. Così come l’intramontabile “1.9.9.6.”, (elettrica e travolgente, la versione acustica è ormai storia vecchia). Da restare di stucco.

Con il solito approccio gentile, certamente diverso da quello di Alberto, riempie il pubblico di ringraziamenti fino ai saluti dopo l’ultimo (ultimo?) bis conclusosi con l’inedito dal titolo di cui sopra.
Il pubblico è estasiato. L’urlo “Fuori!Fuori!” sembra più convinto del solito, non l’urlo di routine. Ed ecco che risalgono con la sorpresa alla quale, in verità, nessuno più pensava.

Con la promessa di offrire un bis di quelli fatti bene, maestro Manuel presenta i suoi allievi. I fratelli Ferrari. Alberto e Luca espropriano, rispettivamente del basso e della batteria, Andrea Viti e Giorgio Prette (che resta sul palco a contribuire con tamburello e bacchette) rispettivamente del basso e della batteria.
E’ il momento clou della serata. Qualcuno chiede Roberta, ma lei è già da un pò in mezzo al pubblico. Dopo le pubbliche relazioni tra foto e autografi di rito, si limita a godersi lo spettacolo dalla nostra stessa prospettiva. Com’era prevedibile suonano i due pezzi composti insieme nella compilation “Rock n’roll Revolution”, pubblicata da TUTTO l’anno scorso. Due cover che rappresentano le due facce di Afterhours e Verdena, il lato più duro e graffiante con “T.V. eye” degli Stooges di Iggy Pop e il lato più romantico con l’incantevole “Across the universe” dei Beatles. Nella prima Manuel guida l’evidente goffaggine di Alberto/bassista per caso. Luca invece, si ambienta subito e, quando la batteria finisce per essere suonata a quattro mani con Giorgio, gli esiti si possono facilmente immaginare. Non un brano conosciutissimo, ma tutti applaudono all’evento. Quando parte l’altra cover con il maestro che sussurra all’allievo le note degli accordi dell’arpeggio iniziale, è il delirio generalizzato. Ora cantano entrambi. Il chorus coinvolge tutti anche perchè in questo caso è difficile non conoscere la celebre struggente melodia che riporta inevitabilmente alla mente il mito di John Lennon. “Nothing’s gonna change my world!!! “.

Un finale toccante che porta con sé le emozioni regalate da uno spettacolo non comune in ambito italiano.
Si spengono le luci e qualcuno, come me, ha ancora fisso in testa l’indelebile motivetto

Nothing’s gonna change my world, Nothing’s gonna change my world

Piero Merola

Le Foto del concerto (thanx to Massimo Antonaci)

Altre Foto del concerto (thanx to Piero Merola)

Piaciuto l'articolo? Diffondi il verbo!

Close