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Charalambides – Joy Shapes

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Raccontano che, prima che venisse concepita l'idea di culto esteso alle masse, prima che le persone mirassero solidariamente alla soluzione collettiva dei primitivi interrogativi, prima che venisse creata una generale forma di linguaggio e che i contatti sociali fossero qualcos'altro che una coatta scoperta per la sopraffazione, gli stadi evolutivi precedenti alla nostra specie avessero escogitato un (per loro) convincente metodo di rudimentale endoscopia: prima delle infinitesime telecamerine inserite nelle zone più spiacevoli, anzi, prima della medicina, addirittura prima di un generico concetto di scienza, a queste elementari creature era sufficiente ascoltare la parte taumaturgica dei loro grossolani pensieri, quella che oggi avrebbe tecnicamente contribuito allo sviluppo delle civiltà orientali, e mettere in pratica quei suggerimenti che ora, con la moderna conformazione del corpo umano, sarebbero impossibili da praticare. Una delle più affascinanti rivelazioni, a detta dei formulatori della tesi, aveva avuto una tale ripercussione da porre in discussione l'intero nucleo preistorico e, probabilmente, a contribuire più di ogni altra concreta scoperta alla nascita della nozione di filosofia: era pratica comune, riporto testualmente, “che ai primi bulbi oculari venisse impressa una rotazione verticale di 180° di modo che la retina potesse captare senza traumi una visione d'insieme dell'interno del fisico e che, successivamente, l'uomo potesse individuare la ragione del suo male”. Oltre ai progressi curativi che ne scaturirono (che non è necessario approfondire), venne registrato un secondo, ma non collaterale risultato: si attesta infatti che, con un particolare posizionamento dei bulbi, l'uomo fosse in grado di scorgere qualcosa di ben lontano dal proprio, se si può dire, raccapricciante interno, qualcosa di evanescente, qualcosa di illuminante. Oggi si è sicuri nel riconoscere che, quell'ideale lucore intravisto dai nostri lontanissimi antenati altro non fosse che la psiche, l'aspetto intellettivo ed emozionale, il vero e proprio fulcro dell’essenza. Per raggiungere quella posizione, dicono, era necessario vagare anche per qualche ora nella totale oscurità captata dalle pupille vaganti, raggiungendo con somma pazienza quella breve illuminazione che poi si sarebbe limitata ad un certo dottrina di pensiero. Tuttavia, con i naturali mutamenti strutturali del genere umano, divenne sempre più complesso, ed infine impossibile, ricorrere a questa pratica, tanto che gli esperimenti cessarono definitivamente dopo che molti uomini erano collassati senza vita e con gli occhi orrendamente maciullati a forza di tentativi. Che questi ultimi pionieri avessero effettivamente raggiunto la folgorazione spirituale o meno subito prima di schiattare, è tutt'oggi oggetto di dibattiti. Adesso, con la nostra attuale costituzione corporea, non possiamo nemmeno ritrovare quel senso di oscurità (e non vale chiudere le pupille, non è la stessa cosa), ma soltanto una vacillante piccola tenebra mischiata all'oggetto concreto della nostra vista. E tutto questo solo per un minimo lasso di tempo.

Alt. Tutto quanto riportato nella prefazione all'articolo è una solenne stronzata. Non esiste alcuna dimostrazione scientifica di quanto ho scritto, né io, tantomeno, sono convinto delle romanzesche teorie che ho espresso, frutto, con ogni sicurezza, dell'ultima diablada di messer Gino from Ostaja e del tarantiniano esistere del suddetto individuo. Tuttavia, l'analisi precedente risulta necessaria per entrare nello spirito e nell'atmosfera della recensione. Quindi, ruotate quegli occhi e fateli tremare, s'il vous plait.
Li sentite sussultare? La visione esterna che avete al momento si alterna velocissimamente ad una superficiale ombra? Bene.

Configurate davanti a voi una laica messa nera. Avete presente? Clima claustrofobico, una ricezione soprannaturale del suono, in particolare della voce, una spoglia organizzazione del rito che però nasconde un'accuratissima preparazione mistica e fisica. No, toglietevi dalla testa qualsiasi intreccio da “paranoid horror” dei rantolosi anni '80 o le approssimazioni adolescenziali del Varesotto di qualche mese fa. Niente crocifissi, please, né dritti, né al contrario. Qui si parla di suoni eseguiti come all'interno di una chiesa che non è una Chiesa di nessun genere, la messa è nera perché è altrettanto nera la mente. Così ci si introduce all'atmosfera dell'ultimo album dei Charalambides, un lavoro, come potete già intuire, soffocato e soffocante, solenne ed essenziale al tempo stesso, purificatorio e fangoso, un'ostica miscela di kammerspiel, free jazz alla John Coltrane, ma senza batteria, e dilatatissima psichedelia ipnotica dai toni drug. Settantacinque minuti di musica distribuiti in 5 fumosi movimenti, la media più elevata dell'anno, per quanto riguarda il rock, se escludiamo la «swindle» dei Fantomas, “Delirium Cordia” (74 minuti stipati in un'unica traccia).
I Charalambides (una “luce gioiosa”, dal greco) nascono nel 1991 come progetto esclusivo dei coniugi Carter, ennesima dimostrazione dell'efficacia della formula “matrimonio & musica”, insieme a White Stripes, Low e Quasi; gli anni trascorrono nel pressochè totale anonimato e nel territorio underground meno indagato, con risultati alterni e con periodi di transizione sempre più ampi. Nel 2003 esce per la Kranky, la stessa etichetta di Labradford e Godspeed! You Black Emperor, “Unknown Spin”, che annovera l'ingresso definitivo della steel pedal guitarist Heather Leigh Murray e il passaggio alla fase più sperimentale della loro carriera: l'album è interlocutorio, ancora saldo ad una struttura compositiva più breve ed autoimitativa, ed indeciso sulla strada da percorrere, ma la title-track (durata: mezz'ora esatta) lascia fondate speranze sulla crescita del gruppo. Che infatti avviene a metà dell'anno successivo, quando viene pubblicato questo “Joy Shapes”, che si aggiudica il premio di disco dal titolo più spiazzante dell'anno. Niente orpelli, niente inutili sessionmen, nulla al di fuori di uno strato di una vocalità femminile labirintica e zingara, sovraincisioni di chitarre quasi sempre dissonanti ed emozionali e qualche minima percussione sparsa come zenzero.

Il disco si apre con i 22 minuti “Here Not Here”, manifesto espressivo di Christina Carter, una specie di Diamanda Galas senza ammorbati o derelitti da cantare, ma con la soavità di una Hope Sandoval (vocalist degli Opal e dei Mazzy Star) in falsetto e priva di qualsiasi atteggiamento divistico o mirato allo sconcerto generale: i due minuti che anticipano la sua entrata in scena sono monopolizzati da due trance-guitars, immobili nelle stesse minimali progressioni armoniche come nelle intuizioni del miglior Tim Buckley (quello free-form dell'album “Lorca”, per intenderci) e terreno perfetto per il flusso di coscienza dei successivi segmenti. “The rain falls and the sun shines, the rain shines and the sun falls”, una sensazione astratta di apocalisse psichica, in una climax allucinatoria che riesce persino a camuffare le grida in sospiri e viceversa. Gli ultimi minuti lasciano spazio al tappeto chitarristico, che nel frattempo, senza che noi ce ne accorgessimo, ha accumulato fraseggi ed arpeggi in perpetuum mobile, come nei lunghi brani raga del periodo freak, e, dalla ondata placidamente distruttiva del primo quarto d'ora, si passa ad una malinconia che si interrompe così com'era cominciata.
Non stupisce, quindi, che il pezzo successivo, la «breve» “Stroke”(10 minuti), escluda quasi del tutto la sezione “metacanora” in favore di un ammaliante intreccio acustico calato in uno sfondo davvero troppo siderale per risultare soltanto cacofonico: qui si è usciti dalla liturgia, dalle pareti, da un qualsivoglia rifugio e ci si può proiettare negli sterminati giardini antistanti questo ipotetico luogo sacro ma non sacro, in una passeggiata in cui, a mano a mano che si procede, ogni oggetto sembra tendere sempre di più allo spazio, i cespugli diventano sequoie, il celeste si fa ardesia progressivamente più scura e ci si accorge che non esiste più un prato a sostenere il nostro peso, ma che muoversi significa fluttuare disordinatamente in una personale ionosfera. Tutto il brano è una slargata parabola armonizzata con cura minuziosa, con inevitabili rimandi allo space-rock degli Hawkwind (ma come gli Hawkwind non si sarebbero mai sognati di fare) ed alle deliranti elegie dei Popol Vuh meno cinematografici.

Difficile evitare di pensare che, nonostante la sua cosmica bellezza, il trip dell'album non sia anche una sorta di preludio al vero e proprio fuoco dell'opus, quella title-track posta strategicamente a metà come una cappella absidale centrale consacrata a quanto di più blasfemo esista. “Joy Shapes” è la traccia contemporaneamente più accessibile ed intensa del cd, 658 secondi di angeli che sprofondano a rallentatore sopra una jam acida ed elaboratissima, su registri talmente alti da assomigliare ad arpe elettrificate. “How does it feel when you know you've been left by the fire?”, un interrogativo che altrove rischierebbe una banalizzazione atroce e, probabilmente, una presenza ridondante da ritornello, ma che qui suona come un angoscioso quesito di una Bibbia dove è Lilith a vincere. Christina indugia, quando vuole essere languida, sa quali corde toccare per essere memorabile e qui persino una stonatura, o forse semplicemente un'improvvisa cadenza jazz, riesce a spiazzare come nemmeno il più dispendioso degli acuti. E' la stessa forza di Nico, soltanto un'ottava sopra.
“Natural Night” (17 minuti) è puro esotismo abbacinante, un duello di suggestioni acroniche ed atonali che paiono provenire dall'ultima mezz'ora di “2001: Odissea nello Spazio”, in cui ciascun tintinnio dei sonagli sembra l'ennesima galassia attraversata a velocità incalcolabile. L'armonia è morta, il pezzo pare non avviarsi mai, mentre magari è già partito ancora prima che infilassi il disco nello stereo. Le 6 corde vengono pizzicate nello stesso modo in cui Jackson Pollock ficcava le mani nella pittura, ed è la prima volta in tutto il disco che si ha occasione di ascoltare anche semplici rumori provenire dallo strumento, non dissonanze, non cacofonie, ma veri e propri rumori. E forse è tutto un'illusione successiva ad una sbronza, o è un incubo finito troppo presto, quando avevi l’impressione prenderci gusto, come suggeriscono gli ultimi secondi della composizione, in cui non rimane altro che una ed una sola chitarra nuda a spegnere quello che era iniziato come l'ultimo viaggio.
Si chiude con “Voice for You”, che, sin dal titolo, dopo esplorazioni extraplanetarie e divagazioni celesti (lo spazio & il paradiso, la scienza & la religione), si preannuncia come il sospirato ritorno a casa, probabilmente l'ode domestica e personale alla persona amata, dimenticando per una volta l'universalismo dei sentimenti, gioia inclusa. L'inizio addirittura pare tornare alla forma canzone, con quella ugola addomesticata e quasi a tempo, pur su una sequenza d'accordi sempre identica ed onirica che ricorda lo slo-core dei Low: in realtà è soltanto lo scenario di base dell'allestimento del microcosmo delle passioni personali, ristretti solo alla voce ed al suo “you”, un universo ad immagine e somiglianza di quello che si è visto finora sparso per tutto il disco. Nella seconda metà, poi, l'intuizione: Christina perde qualsiasi connotazione umana e femminile, ed ogni suo prodotto sonoro è trasformato in una specie di nota da moog, o da qualsiasi altra tastiera vintage degli anni '70, mentre, con lo stesso valore di un campo di forza che si chiude, gli strumenti completano l'arrangiamento più noise di questi 75 minuti. E il finale può essere soltanto uno: come dire, il volo è concluso, e si è davvero visto troppo per tornare ad essere ciò che si è sempre stati, con i propri clichés e la propria pochezza da semplice essere vivente.
In definitiva, “Joy Shapes” non è musica, non è rock, probabilmente non è nemmeno creazione: “Joy Shapes” è la stessa identica situazione descritta in quella serie di stronzate introduttive, una specie di lucore inseguito a fatica, imprescindibile ma anche impalpabile, qualcosa di cui non si verrà mai a scoprire la vera natura e che avrà ben poco senso definire semplicemente “uno dei dischi dell'anno”. E' un disco che va cercato, affrontato, sognato, respinto, ascoltato e, soprattutto, percepito. Certo, il metodo ormai lo conoscete tutti. Quindi, ruotate quegli occhi. E fateli tremare.

Tracklist
1.Here Not Here
2.Stroke
3.Joy Shapes
4.Natural Night
5.Voice For You

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