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Sigur Rós – Ágætis Byrjun

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“Ágætis Byrjun” è considerato da chi scrive un capolavoro, partiamo da questo basilare presupposto, da questo premessa necessaria a tutto ciò che seguirà. I Sigur Rós sembra che abbiano trascorso un’eternità in Paradiso e abbiano deciso di renderci accessibile attraverso i loro suoni l’atmosfera di infinita beatitudine che si respira da quelle parti. E sì, perché se esiste il Paradiso, credo proprio che “ Ágætis Byrjun” sia la colonna sonora ufficiale, con quegli archi così emozionanti e soavi, suoni dilatati che richiamano gli spazi selvaggi e incontaminati dell’Islanda, con i suoi fiordi aspri e le sue distese lussureggianti di verde, con la sua lava e con i suoi ghiacci eterni. La musica di questa band riflette il Paradiso, un Paradiso chiamato Islanda.
Il disco si apre con un “Intro”, che dischiude le porte di “Svefn-g-englar”, che sembra descrivere il suono del pianto di gioia di un angelo. Incede maestosa, attraverso i lunghi e corposi suoni ottenuti da Jonsi grazie all’utilizzo dell’archetto, con cui accarezza le corde della sua chitarra. All’improvviso esplode, lava, fuoco, geyser, un cambio di atmosfera repentino, cupo, che calamita l’attenzione dell’ascoltatore. Atmosfere sospese tra Pink Floyd, Mogwai e Godspeed You! Black Emperor. Ma c’è in questi brani un qualcosa di fiabesco proveniente da una tradizione che rimanda alle favole nordiche dei fratelli Grimm, un qualcosa di meravigliosamente surreale e fantasioso, bello e puro. “Starálfur” si apre con degli archi e un pianoforte e sembra per un attimo, se provi a chiudere gli occhi, di stare in un bosco incantato, dove ambientare la fiaba più bella del mondo. Gli archi dominano la scena, leggeri, soavi, celesti. “Flugufrelsarinn” è la delicata danza di una fata su un lago ghiacciato con quell’organo cristallino. In “Ný Batterí” c’è spazio per i fiati, per un delicato arpeggio di chitarra, malinconico, che primeggia sui suoni metallici della chitarra elettrica. Un crescendo regale, vede prima l’ingresso della sezione ritmica, basso e batteria, con quest’ultima a dominare tutta la seconda parte in maniera poderosa. Di nuovo i fiati che chiudono questa bellissima cavalcata, dal sapore di magma bollente. E’ la volta della claustrofobica “Hjartaõ Hamast (Bamm Bamm Bamm)”, che dispiega le sue ali fino ad una conclusione inattesa con violino e rumore a coprire tutto. “Viõrar Vel Til Loftárasa” sembra davvero scritta da un angelo: un giro di piano, cui si aggiunge un delicato basso, degli splendidi archi, un’orchestra angelica, chitarre tipicamente space rock: una fantasia cosmica, una quiete meravigliosa in cui rifugiarsi. E all’improvviso una forza incredibile scuote la canzone, come un gradevole e refrigerante acquazzone agostano: chitarre distorte, batteria che la gioca da padrona anche in questo caso e archi sempre più incantevoli. Un’ipnosi sonora è quella in cui mi trovo. “Olsen Olsen” è davvero fiabesca: costruita su un giro pressoché invariato per tutta la canzone, è davvero raffinata e sognante, archi meravigliosi, su cui si introduce il pianoforte che apre ai fiati e ai cori successivi in un trionfale crescendo. “Ágaetis Byrjun” è la delicata title-track, che allenta la tensione dell’intero lavoro con grande efficacia per andare verso le note di “Avalon”, ovattata e glaciale. E come tutte le più belle storie, anche la fiaba nordica di “Ágaetis Byrjun” è destinata a chiudersi. Un finale malinconico, visto che è appena finito un grandissimo cd, ma si può ovviare mettendo di nuovo l’intro e allora sentiremo un c’-era-una-volta tranquillizzante, e sarà dolce perdersi tra i meravigliosi suoni e umori di questo grandissimo disco.

Tracklist

1. Into
2. Svefn-g-englar
3. Staralfur
4. Flugufrelsarinn
5. Ny batteri
6. Hjartao hamast (bamm bamm bamm)
7. Vioar vel til loftarasa
8. Olsen Olsen
9. Agaetis byrjun
10. Avalon

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