Reportage

04/09 : INDEPENDENT DAYS FESTIVAL – BOLOGNA

“Penso che dopo i Sonic Youth qualunque cosa mi suoni insignificante.
Divini.

Reportage a quattro mani di Zappo e pieroMK

Le Foto

Zappo: L’Independent Day, uno dei maggiori festival italiani, se non il maggiore, regala sempre sorprese. A partire dal forfait dei Deus, problemi di salute per il chitarrista, fino al pacco dei Keane, che a quanto pare preferiscono partecipare al Dave Letterman Show, che esibirsi nella nostra bella Italia. Certo nessuno si dispiacerà più di tanto per la mancanza dei Keane, senza nulla togliere alla bravura del trio. Piuttosto è l’assenza dei Deus a dispiacere. Buona parte dei 30 euro spesi (come i gelati, anche il prezzo del biglietto aumenta ogni anno), era per la mezz’ora di concerto della band belga, una delle più rappresentative della scena pop-art europea, come dicono quelli dell’Indipendente, che come premio li infilano in pieno pomeriggio, con mezz’ora di tempo per mostrare la pop-art europea agli italiani. Che ci sia qualche legame tra il malore del chitarrista e la scaletta dell’Independent Day?
Suvvia, lasciamo le polemiche ad altri, e con un po’ di dispiacere, apprestiamoci a partire per Bologna e a goderci una bella giornata di musica.
Allora, nessun problema con il treno (so che vi interessa). Si arriva all’arena parco nord alle 13:30. Da fuori si sentono i Ray Daytona And The Goo Goo Bombos. Un mix di surf, garage, ska e rock’n’roll da ballare. Da fuori non sembrano male. Avrei voluto approfondire, ma non ce n’è stato il tempo.
Soprattutto per la seconda sorpresa della giornata. Arrivo spavaldo all’entrata, con i miei bei tappi da bottiglia, nascosti un po’ ovunque, e mostro con la finta faccia triste la mia bottiglia da due litri con il tappo, aspettando che quel bell’omino con scritto “INDIPENDENTE” (da chi o cosa?) mi tolga il tappo.
E invece…il tappo me lo toglie…ma mi indica con un sorriso ,che avrei voluto infrangere con qualcosa di grosso, una catasta di bottiglie grandi, facendomi capire con finta simpatia che come i cani la mia bottiglia deve rimanere fuori. Anzi. Credo che i cani potessero pure entrare se avessero voluto. Meglio organizzarsi e raccattare bottiglie piccole, e travasare l’acqua. L’operazione dura qualche decina di minuti. Dopodichè si è pronti per entrare, oltrepassando con poca fatica il controllo di un poliziotto che si era invaghito del mio ombrello, considerandolo un oggetto contundente e pericoloso per l’incolumità dei presenti. Chi gli va a spiegare che se volessi fare qualcosa di violento, lì dentro è pieno di sassi?
Vabbè…missione compiuta. Si gira l’angolo e alla faccia di polizia, staff e quant’altri ce l’hanno a morte con i tappi e con le bottiglie, tiro fuori dalle tasche della felpa nello zaino, nascondiglio segreto che so solo io, i tappi e posso finalmente porre fine a questa bizzarra e rischiosa passeggiata con quattro bottiglie gocciolanti in mano.

Ed ecco che la mia giornata musicale indipendente (…) può avere inizio. Tocca ai Julie’s Haircut, dare il via alle danze. Sotto un caldo torrido (sono le 2 di pomeriggio), quello che si sente è un pop-rock molto Pavement, gradevole e allegro. Unica pecca, alcuni brani sembrano troppo simili. Nonostante tutto, una quasi mezz’ora che vola via velocemente e piacevolmente. Sarà il caso di raccattare qualcosa di questa band – ah…sono italiani eh – di cui fin’ora avevo sentito quasi niente.
E tocca poi ai Blueskins e ai Colour Of Fire, trasferiti all’ultimo momento dalla Tenda Estragon (il secondo palco), all’Arena per sostituire gli assenti giustificati Keane e Deus. Che dire? Senza cattiveria, era forse meglio che rimanessero lì, facendo magari suonare di più le band che seguiranno. I primi offrono il classico rock-garage di stampo inglese, i secondi pure, con qualche ritmica hardcoreggiante in mezzo. Nulla di che.
Quasi le 5 quando la gente comincia ad affluire maggiormente e sul palco arrivano i Tre Allegri Ragazzi Morti.

Piero: E arrivo anch’io. Dopo aver appreso niente meno che da Repubblica edizione-Bologna, letta a scrocco in autogrill la sezione spettacoli, del cambio di programma, decido di prendermela con comodo. Un pò deluso. Niente Deus, purtroppo. Delusione. Non li avevo mai visti ed ero molto curioso di apprezzarli dal vivo. E niente Keane. Doppia delusione. Carini, nulla di eccezionale, ma soprattutto avevo investito su di loro un cd vergine da 80 centesimi per masterizzare il recente album in modo da metabolizzarlo prima del festival. Investimento rivelatosi fallimentare. E ancora canticchio “Somewhere only we know”.
Entro nel parco zigzagando tra bagarini, poliziotti, giostrai, pizzaioli e poster di Fassino. Quando si arriva all’entrata dell’arena? Sarà stato il caldo ma quella strada mi è sembrata più lunga del concerto dei Libertines. E poi la fila all’ingresso. Dopo controlli molto sommari (io l’ombrello non l’avevo portato) sono finalmente dentro. Dalle maschere capisco subito (e ce ne vuole) di essere arrivato giusto in tempo per i Tre Allegri Ragazzi Morti.

Zappo: Il tempo per loro è poco, i classici discorsi pre-canzoni vengono velocizzati. Ma la loro esibizione è come sempre emozionante, per me. Priorità ai pezzi dell’ultimo disco, “Il Sogno Del Gorilla Bianco” (“Questo é Il Mondo”, “Signorina PrimaVolta”, “Rasoio Mattatoio Pazzatoio”, “Preghiera” e a sorpresa “Piccolo Borghese”) senza ovviamente dimenticare i classici, “Quindici Anni Già”, “Ogni Adolescenza”, “Mai Come Voi” “Batteri” (!!!), “Rock ‘n’ Roll Dell’Idiota” e “Occhi Bassi”, che, mi scuserete, ma è una delle cose migliori afferrate dalle mie orecchie. Sempre. Che ci volete fare?

Piero: Mentre prendo posizione noto la telecamera mobile. Costa più della loro strumentazione. Non mi aspetto tantissimo dal fumettista parttime Davide Toffolo e dai suoi compagni di avventura, ma se la son cavata. Scatto una foto prima che si tolgano le maschere. Potrebbero fraintendere e incazzarsi. E’ risaputo quindi sto attento. Del nuovo disco, che ammetto di non conoscere bene, mi restano impressi un paio di versi”Signorina primavolta se ti chiamano così una ragione ci sarà”, “Prova a camminare su questo rasoio senza cadere dentro il mattatoio” ha anche un buon ritmo. Fanno sorridere quanto gli ambiziosi discorsi introduttivi con malcelato accento friulano. Testi naif da un mondo naif. “Non saremo mai come voi, siamo diversi puoi chiamarci,se vuoi, ragazzi persi. La vita lontana da ogni cliché, cercala è dentro di te”
E’ la corale “Mai come voi”, uno dei brani manifesto tratti dall’album d’esordio, il meglio dell’esibizione.
Melodie non elaborate, magari banali tecnicamente, ma che si fissano facilmente nella mente. Quando lanciano le maschere al pubblico annunciando “Da oggi ci sono tre allegri ragazzi morti in più”, mi fanno quasi tenerezza e parte il primo applauso di incoraggiamento del sottoscritto. Peccato che gli applausi di incoraggiamento non debbano di solito arrivare alla fine.

Prima pausa.

Già arso da una sete indecente mi dirigo verso gli stand con la sicurezza di chi ha una scorta di tappi-dotazione impattosonoro.it nello zaino. Compro due bottiglie da mezzo litro, 3 euro in totale. La tipa che mi consegna l’acqua dimentica di svitare il tappo della seconda bottiglia. Con la sicurezza mista a spavalderia di cui sopra la avverto e svito io stesso il tappo per poi lasciarlo sul bancone. Lei apprezza il gesto. Non sa cos’ho nello zaino. C’è da ingannare il tempo durante il cambio di palco. Noto diversi braccialetti verdi che stuzzicano il mio ego. In un raptus di fanatismo e mitomania da festival decido di uscire giusto per ottenere il braccialetto-ricordo da sfoggiare con gli amici. Un ricordo più colorato del tristissimo biglietto formato trenitalia costato 30 euro. Vado fuori dall’apposita uscita (accettando con leggerezza la seconda fila della giornata), torno dentro dall’entrata affianco (accettando con altrettanta leggerezza la terza fila della giornata). Cos’avranno pensato gli addetti alla sicurezza? Cosa volete? Siamo dei rockettari indipendenti mica scherziamo…

Zappo: é il turno poi dei Mondo Generator, la band di Nick Oliveri from Queens Of The Stone Age. C’era molta attesa da parte mia.
Sono metallari buoni, col sorriso sulle labbra, ribelli e simpatici al punto giusto. E pezzi come “Here We Come” o “So High So Love”, fanno muovere il culo un po’ a tutti. Divagazione metallica.
E c’è anche il tempo per veder salire sul palco Mark Lanegan e duettare con i Mondo Generator, in “Four Corners”. Quasi quasi mi fa sfigurare la voce di Oliveri, a cui però vogliamo bene lo stesso. E come sarebbe possibile il contrario? Salta, urla, sbraita, canta, si mangia il microfono, e soprattutto ci regala un’ora di grande rock, un po’ penalizzata da un volume alquanto bassino, in stile “metti piano che i vicini si incazzano”.
Da ricordare il perfetto look del chitarrista della band, con una deliziosa gonnellina a fiori che neanche mia nonna…

Piero: Nick Oliveri ha il sorriso del bambino bonaccione coi parenti, ma bastardo nel profondo coi coetanei. Il batterista è la versione esile di Josh Homme. Il chitarrista vestito simpaticamente con quella gonna agreste che fa da piacevole contrasto al look come al solito truce e aggressivo dell’urlatore. Il volume è un pò basso, è vero, peccato. L’impatto poteva essere migliore. Non riescono a prendermi fino a “Gonna leave you” da Songs for the deaf che infiamma la platea meno esperta in ambito Mondo Generator. Unico brano del gruppo che decolla è appunto “Four Corners”. Il motivo è la graditissima (dire inaspettata sarebbe un’eresia) presenza del signor Lanegan che sale silenzioso sul palco con il classico stile da chi non ha bisogno di presentazioni. Ma resta “Autopilot”, sempre farina dei QOTSA, sempre in duetto con Mark, il momento top. Applauso di incoraggiamento anche per lo sfrattato vichingo dello stoner-rock.

Zappo: é poi di nuovo il turno di Lanegan e la sua band, nella quale figura anche una corista da lasciare con la bava alla bocca, ma della quale non ho ben capito la funzione, se non quella citata prima. Non ho mai ascoltato a dovere Lanegan. Posso dire che era quasi la prima volta che lo sentivo. L’impressione è stata ottima. Gran voce, grandi canzoni…mi è sembrato però un pesce fuor d’acqua, su quel palco, da dividere con quei gruppi, prima e dopo.
Spero ci sia un’occasione migliore per rivederlo all’opera. Anche la corista, ovviamente.

Piero: Me lo auguro anch’io.
Mark Lanegan. Un nome che incute quasi soggezione.
Da testimone di un grunge già intriso di venature rock blues negli Screaming Trees alla più che decennale esperienza di songwriter all’altezza del miglior Tom Waits (e non me ne vogliate). Una voce di rara bellezza penalizzata da una delle poche pecche dell’organizzazione del festival. Così come in altri tempi si giustificava un regime dicendo “Allora i treni partivano in orario”, si potrebbe dire in questo caso “Almeno i gruppi hanno potuto iniziare a suonare in orario”. Ovviamente non basta. Far suonare una delle espressioni più notturne del rock anni-novanta alle sette meno un quarto (già l’outdoor ne riduce l’atmosfera, ma d’estate non ci si può aspettare altro) con a seguire due gruppi di gran lunga più solari è da incompetenti. Sigaretta perennemente in bocca, completo nero, Mark non è il tipo che preso da se stesso si gode il suo talento con vanità e narcisismo, schivo e introverso, offrendo qualche “thank you” sparso e un paio di occhiolini, regala una prestazione davvero emozionante. Accompagnato da musicisti quasi impeccabili e una controversa corista che ha intrattenuto il pubblico maschile non di certo per le sue doti da vocalist. Sembra di tornare indietro nel tempo in capolavori quali “One way street” o “No easy action” o una “Resurrection Song” da brividi. Non farci gustare uno spettacolo del genere nel crepuscolo che scivola nella sera è come negarci un sogno ad occhi aperti. Nei brani in cui deve farsi sentire la voce femminile, si rimpiange un’insperata presenza di PJ Harvey che ha collaborato nell’ultimo splendido “Bubblegum”. E proprio dall’ultimo spiccano l’introduttiva “Hit the city”. Il calore delle chitarre sporche e terrose che si fonde in un’unico magma con quella voce graffiante che dà il suo meglio nella rovente “Metamphetamine Blues” o nel pezzo più rock n’roll style, quasi alla Iggy Pop, che si intravede nell’ultimo singolo “Sideways in reverse”. Nick Oliveri aspetta con impazienza la possibilità di ricambiare il favore con un nuovo duetto mentre come il più fedele dei seguaci della Mark Lanegan Band segue lo spettacolo dal backstage canticchiando e battendo il tempo. Verrà accontentato nel finale. Spettacolo allo stato puro. Da pelle d’oca.

Zappo: Ci sono poi i Libertines a scaldare il pubblico. E la temperatura sale eccome, a dispetto del sole che ha lasciato Bologna. L’impatto live è decisamente potente, sono pochi quelli che rimangono fermi di fronte ai quattro inglesini, dalla faccia pulita ma dall’animo sporco di rock’n’roll. Yeah.
Pezzi coinvolgenti e trascinanti a dismisura. Il polverone che si alza sotto i piedi delle ormai migliaia di persone presenti all’arena ne è una conferma. Benissimo sia i pezzi del primo album “Up The Bracket” che del secondo omonimo. Dal vivo, sono decisamente più potenti, che su disco. Solo il bassista del gruppo sembra non pensarla allo stesso modo. Problemi suoi. Io mi diverto.
Forse un po’ troppo tributaria ai Clash. Mica per niente li produce Mick Jones.

Piero: Eh si, davvero coinvolgenti. L’approccio è al limite della schizofrenia. Si presentano con una scenografia, copertina dell’album d’esordio, che è tutta eredità dei Clash (e non solo la scenografia) Poliziotti in tenuta antisommossa con sullo sfondo il fuoco e le fiamme di una guerriglia urbana. La rabbia, anche nella collocazione politicamente antagonista, dei Clash, il nichilismo dei Ramones, l’inevitabile dolcezza targata Smiths. Certamente migliori dal vivo che in album. Da segnalare tra le nuove la bellissima “Can’t stand me now”, “Last post on the bugle”, notevoli i vecchi (di due anni) cavalli di battaglia “Up the bracket” e “Vertigo”. Manca Doherty, perso tra problemi con la droga che lo hanno allontanato dalla band e guai giudiziari, e con lui mancano i duetti con l’altro chitarrista Carl Barat che senza l’altra voce, però, sembra aver acquistato fiducia e carisma. E’ impossibile stare fermi. Il basso di John offre un ritmo incessante insieme all’esuberante batterista Gary, una delle sorprese della serata, il meno scazzato della band, l’unico ad interagire attivamente con il pubblico. Dopo la prima mezzora diventano un pò monotematici e il concerto sembra non finire più. Comunque molto bravi e promettenti.
It’s only rock and roll but I like it…

Zappo: Tutto pronto per i Franz Ferdinand, gruppo dell’anno. A cominciare dall’imponente striscione alle loro spalle. Si fanno attendere forse un po’ troppo, ma si fanno perdonare subito. Look quasi ridicolo con vestiti retrò in stile Happy Days (il cantante mi ricorda il buon Ricky Cunningham), pettinature ingellate e movenze da telefilm. Autoironici, simpatici, in una parola irresistibili. Impossibile infatti resistere a quella cassa dance, quasi monotona, e a quelle schitarrate funky, new-wave e chi più ne ha più ne metta. Quasi tutti i pezzi dell’album omonimo, compresi ovviamente gli straordinari singoli “Take Me Out” e “The Dark Of The Matinee”, che fan cantare e saltare davvero tutti. E quando dico tutti, intendo pure quelli svaccati sulla collinetta a far chissà cosa. Spazio anche per parecchi pezzi che andranno sul prossimo disco, che frutterà nelle tasche dei quattro scozzesi dalla faccina pulita, qualcosa come 2 milioni di euro. Vabbè. Lasciamo perdere. Consideriamo il fatto che questi 4 sanno tenere il palco in maniera perfetta, sono impeccabili agli strumenti e trascinanti a dismisura. “Jacqueline” e “Take Me Out” i momenti migliori della loro esibizione. Che si può volere di più?

Piero: C’è poco e niente da volere di più. Non saprei se definirli gruppo dell’anno, ma sono sicuramente tra gli esordienti migliori del 2004. Tra loro e i Mogwai la Scozia può guardare l’Europa a testa alta. Potranno sembrare una rielaborazione anni novanta dei Talking Heads e della new wave degli ottanta, ma dal vivo sono dei veri mostri. Una piacevolissima sorpresa. Melodie ammiccanti e immediate con un impianto ritmico devastante (sembravano delle basi per precisione e decisione) ben collaudato manco fossero dei veterani. Oltre ai brani già citati (l’album l’hanno fatto tutto con due brani dello stesso stile, inediti o b-sides) a livelli eccellenti l’apertura micidiale con “Cheating on you”, il fascino del vintage nelle tastiere di “Come on home” e “Auf achse” o in “Tell her tonight” e “40 ft.”. Tutte ballabili che è un piacere. E’difficile vedere nel pubblico qualcuno che riesce a stare fermo. La chiusura è d’applausi con “This Fire” e “Darts of pleasure”. Ultimi versi in tedesco sempre con quel velo di autoironia “Ich heisse Superfantastisch! Ich trinke Schampus und Lachsfisch! Ich heisse Su-per-fan-tas-tisch!” (Mi chiamo superfantastico, bevo champagne e mangio salmone). Ottimi.

Zappo: “Enjoy Sonic Youth”. Così ci salutano i quattro scozzesi.
Ed è proprio il caso di dirlo. Anche se c’è forse meno gente di quanta se n’è vista negli anni precedenti all’Independent Day (sicuro che un tributo a Queen, ACDC o chi volete voi, attirerà più gente) ci sarà da divertirsi.
“Divertirsi” forse non è il termine più appropriato. O forse si. Dipende dai punti di vista.
Dopo una snervante attesa che impegno andandomi a prendere anch’io quel bel braccialettino verde fosforescente, tutto è pronto per vedere i Sonic Youth, ora, a pochi metri da me. Fa quasi paura scrivere e pensare a quello che ho appena scritto e pensato.
Fatto sta, che l’attesa è finita. Salgono sul palco prima i 4 uomini, seguiti poi da Kim Gordon, in tutto il suo splendore. Me ne vorrà la corista di Lanegan, ma stasera la più bella è lei. Fin da quando intona una “I Love You Golden Blue” da brividi, che ci lascia in una manciata di interminabili minuti di caos totale con Thursthon Moore acrobata con la sua chitarra. Sembra un bambino impazzito. Striscia la chitarra sul pavimento del palco, rotola e si dondola per dei minuti che sembrano ore, che sembrano non passare mai e che lasciano col fiato sospeso quasi a non sentire la necessità di respirare. E poi, se ne udivano gli echi nell’aria, arriva “100%”, uno dei pochi classici eseguiti. Uno spettacolo incentrato sull’ultimo “Sonic Nurse”. Poco male. Anzi. Molto Bene. L’album mi ha convinto parecchio. E basta “Pattern Recognition” a convincere chi ancora non è convinto di ciò che sta succedendo. E in altro modo non può essere ascoltando le trame di O’Rourke e compagni, a sorreggere la voce, splendida e lacerante, di Kim Gordon. E poi ancora Caos e Rumore con la C e la R maiuscola (che se non la mettiamo qui non saprei proprio dove metterla) con la chitarra di Moore che finisce tra le mani del pubblico e deliziose scariche di watt che perforano ogni timpano ancora sano.
Sano per ascoltare “Teenage Riot” e per rendersi conto di avere davanti qualcosa di soprannaturale, di divino (non me ne voglia sempre la corista di Lanegan…).
E poi ancora tanti e tanti watt assassini, gratuiti (regalati) o ad accompagnare cose eccezionali come “Mariah Carey & Arthur Doyle hand cream”, “Paper Cup Exit” o una “Drunken Butterfly” con Kim Gordon perfetta farfalla ubriaca della situazione, che sembra volteggiare in aria con la leggerezza di quel bizzarro animale munito di ali. Fateci caso. Bizzarro lo è.
Fatto sta che i Sonic Youth ci salutano. No. Non è vero. L’esercito di smontatori di palco non si è ancora precipitato. E infatti eccoli ritornare pronti per un’ultimo assaggio. “rain on tin”, nessuna parola. Soltanto un ipnotico intreccio di chitarre, che sembra, fortunatamente, non finire mai. E purtroppo però finisce. E stavolta la Gioventù Sonica ci saluta sul serio, lasciandoci sulla pelle un’ora e mezza di sconvolgenti orgasmi a ripetizione, e un’irrefrenabile voglia di assistere di nuovo a tutto questo, che credo non riuscirei a descrivere con altre parole.

Piero: Non sempre esistono parole. Ci sono casi in cui le parole non sono attendibili. Un concerto dei Sonic Youth è un’esperienza di questo tipo. Non li avevo mai visti dal vivo, la pausa dopo i Franz Ferdinand sembra non finire più. Quando salgono sul palco inizio a capire ben poco. Come in un sogno il palco si popola di cinque personaggi già leggenda del rock. La gioventù sonica che ha dato nei primi anni ottanta la svolta alla scena indipendente con uno dei sound più innovativi di sempre. Potrebbe sembrare un paradosso continuare a chiamare Gioventù una cinquantunenne, Kim Gordon, voce e basso, un quarantaseienne, Thurston Moore, voce e chitarra, un quarantottenne, Lee Ranaldo, chitarra e voce, un quarantaduenne, Steve Shelley, batteria, e un trentacinquenne , Jim O’Rourke, il tuttofare, ma è davvero una band che contronatura non invecchia mai. Le dissolvenze introduttive che sfociano in “I love you golden blue” aprono le porte di quella dimensione ultraterrena che si raggiunge entrando nell’indecifrabile intreccio di armonie e disarmonie che è la musica dei Sonic Youth. Un inizio sommesso, sognante, tra arpeggi evanescenti che si amalgamano con la voce strozzata di una Kim eterea nel suo vestitino turchese. Spiazzanti. Un feedback pauroso innescato dalle prime intuzioni noise della serata di Thurston (corde graffiate, jack strisciato sull’ampli) dà vita a “100%” con la sua ritmica violenta e opprimente. Il pubblico in delirio si trasforma in un’onda. Un’onda sonica che scivola avanti e dietro, imprevedibile senza una traiettoria precise, un pò come le canzoni che si susseguono. Era prevedibile un’esibizione incentrata sul nuovo lavoro, non ai livelli dei vecchi capolavori, ma di gran lunga superiore agli ultimi. Dal brano introduttivo all’inferno di “Pattern recognition”, alla quiete dopo la tempesta di “Unmade bed” che non placa il furore della gioventù sonica che è dietro la transenna. Quando ho visto la chitarra di Moore oscillare a pochi metri davanti ai miei occhi ho cominciato a credere alle allucinazioni.
Un’altra allucinazione lunga sette minuti, quella “Teenage riot” che è bella da commuoversi. Un vortice tra note che implodono e si capovolgono e ritmi che stordiscono. Una piacevole tempesta sonora e visiva. Quattro altri nuovi brani (la spensierata “New Hampshire boy”, la tetra “Paper Cup Exit” cantata da Lee, poi l’antidivismo nella provocazione a Mariah Carey di “Kim Gordon & Arthur Doyle hand cream e la secca “Stones”) che di seguito oscillano sempre in equilibrio nel ciclo quiete-tempesta. La quiete si prepara alla tempesta. La tempesta si prepara alla quiete. Sembra un vicolo cieco.
Tra un pezzo e l’altro qualche saluto, un messaggio rivolto, mi è sembrato di intuire, a Kerry e un invito a non spingere troppo in avanti per salvaguardare la sicurezza (e forse la vita) di chi era in prima fila. “Don’t move forward” è la preghiera di Kim.
E ancora non è arrivato il momento della farfalla ubriaca, “Drunken Butterfly” che si manifesta in quel tappeto sonoro che nessuno potrà mai riprodurre. I love you, I love you, what’s your name? Tra i fragori di chitarre e batteria Kim che piroetta come una svampita ballerina di danza classica. Sembra di vivere un sogno angosciante, un senso di godibile inquietudine. Scene che sembrano davvero provenire dai meandri del nostro inconscio.
Si spengono le luci per riaccendersi con “Rain on tin”, un finale pacato quanto l’inizio. La musica sfuma fluida verso la conclusione dopo una frazione di tempo (circa un’ora e mezzo) la cui durata è stata veramente difficile da cogliere.
Si spengono definitivamente le luci, si ritorna sulla terra. Purtroppo.

Zappo: Ah..un’ultima cosa. Il secondo palco. Dimenticavo. Ci son stato circa due minuti. Dopo i Sonic Youth, durante l’esibizione dei Radio 4. Sul disco mi erano piaciuti parecchio, con il loro dance-rock ecc. ecc.. Sarà stata l’atmosfera, saranno state le sensazioni che ancora si rincorrevano tra le mie vene, sarà stato non so, ma mi hanno messo tristezza. Non so spiegarmi il motivo. Mi scuso.
Penso che dopo i Sonic Youth qualunque cosa mi suoni insignificante.
Divini.

:::setlist:::

Franz Ferdinand
1. cheating on you
2. 40 ft
3. jacqueline
4. tell her tonight
5. take me out
6. love & destroy
7. come on home
8. your diary
9. the dark of the matinèe
10. auf achse
11. this boy
12. michael
13. this fire
14. darts of pleasure

Sonic Youth
1. i love you golden blue
2. 100%
3. pattern recognition
4. unmade bed
5. teenage riot
6. new hampshire
7. papercup exit
8. mariah carey & arthur doyle hand cream
9. stones
10. drunken butterfly
——————————————————
11. rain on tin

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