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Jarrett/Peacock/DeJohnette-The Out Of To

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Il triangolo perfetto? Dopo quello di Bill Evans, sicuramente il Trio per eccellenza. L’ometto al pianoforte Keith Jarrett pubblica la sua annuale registrazione live con l’inseparabile trio, Peacock al contrabbasso e DeJohnette alla batteria. Sembra esserci una sorta di claustrofobia ad impedire a Jarrett di uscire da questa formazione, con questi partners, con queste manciate di standards.
Appaiono già troppo lontani i tempi del sorprendente e furioso Always Let Me Go.
Il prologo è affidato ad un ispirato solo del leader, ad introdurre una “I Can’t believe that you’re in me” dove già si capisce che i leit-motiv dell’album saranno i soliti del trio. Ancora.
I tre parlano swing in maniera entusiasmante, l’intesa è totale, sembrano in forma smagliante, insomma la fiamma è ben viva. In “You’ve changed” ritorna ancora il potere lirico che ha sempre distinto la loro interpretazione delle ballads. Ottima la breve coda con cui Jarrett chiude questo brano.
Il bebop è un linguaggio tribale e non può neanche essere insegnato, sostiene il pianista di Allentown: “I love You” ne è un buon esempio. Il solo di batteria è una delle perle dell’album, DeJohnette sussurra un dialogo con i piatti della batteria, giocando con tutte le loro possibilità timbriche e dinamiche. La title track è un lungo improvvisato blues modaleggiante che fa solo rimpiangere i tempi delle improvvisazioni del trio in Changes o Changeless. La Five Brothers di Gerry Mulligan comincia a far pesare la mancanza di freschezza di questo album: un brano suonato ai soliti altissimi livelli, ma che nulla aggiunge o cambia alla solita formula.
La sorpresa, proprio in chiusura, è l’encore del concerto registrato, con la versione di “All in the game” in piano solo. Ariosa, distesa, poetica. Vorremmo interpretare quest’ultimo brano come un l’annuncio di un ritorno al piano solo (non solo in Giappone). Questo anche perché del trio di altri album come questi, troppo prevedibili seppur di grande valore, non se ne sente più l’urgenza. La denominazione Standard Trio comincia a perdere il riferimento ai brani suonati in favore della connotazione di livello medio assunto come normale. E non sarebbe da loro.

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