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Bibliophobia

I Miei Giorni A Baghdad – Lilli Gruber

“Mentre vedo sfilare queste brigate di volontari mal addestrati e mal equipaggiati, mi riesce sempre più difficile pensare che possano rappresentare una minaccia per la potente armata anglo-americana. Assomigliano piuttosto a un’armata Brancaleone, consapevole che questa potrà essere solo un’altra marcia verso l’inferno.”


Questo è uno dei tanti passi scritti da Lilli Gruber, inviata d’eccezione per la guerra in Iraq, che ha scritto uno dei più interessanti libri dello scorso anno: “ I miei giorni a Baghdad”, in cui descrive, con grande obiettività, la difficile situazione vissuta nella capitale irachena prima, durante e dopo uno dei conflitti più spaventosi di questo millennio.
Il libro non è solo una semplice cronaca di situazioni politiche e sociali, è anche la cronostoria di un paese in gravi difficoltà economiche, in cui il salario medio è di trenta dollari e il tasso di analfabetismo rasenta il 55 %.
Inoltre questo libro, nato da appunti della giornalista, parla dei disagi, delle inquietudini di una donna che prima di essere giornalista, è un essere umano commosso, impaurito e preoccupato per la propria incolumità, per le conseguenze disastrose di un paese molto povero, distrutto da trentacinque anni di dittatura.
La lettura di questo testo è stata agghiacciante, in quanto la Gruber ha descritto alcuni degli episodi più terrificanti di questa guerra: come la morte dei due giornalisti che occupavano le stanze all’hotel Palesatine, il bombardamento della Tv irachena e quindi la scomparsa di un giornalista arabo. Insomma la giornalista ha esposto con grande umanità i fatti salienti di questo conflitto armato: le cause, la preparazione, la conclusione con l’entrata americana nella capitale irachena, il sanguinosissimo dopoguerra che, ancora oggi, sta mietendo molte vittime.
Pagina dopo pagina il lettore partecipa e riesce a comprendere il dolore e la disperazione del popolo iracheno che, dopo gli anni di terrore della dittatura di Hussein, ripercorre le tappe di una storia già vissuta, chiedendosi se finirà mai questa necessità di prevaricazione.
Ai posteri l’ardua sentenza.

Enrica

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