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LA MALA EDUCACION


Scheda


Titolo originale: La mala educación
Nazione: Spagna
Anno: 2004
Genere: Drammatico
Durata: 105′
Regia: Pedro Almodóvar
Cast: Gael Garcia Bernal, Fele Martinez, Daniel Gimenez-Cacho, Lluis Homar, Francisco Boira, Javier Camara
Produzione: Agustín Almodóvar, Pedro Almodóvar
Distribuzione: Warner Bros

La Mala Educacion

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La subdola, splendida imboscata dell’Idea

Forse a volte si dovrebbe cominciare a masticare il concetto di una parola secondo il suo senso puramente etimologico: è facile arrivare a conclusioni più versatili e meno localizzate indagando sull’ambiguità della natura di ogni cosa, dallo slang più trucido al più affettato vocabolario ipertrofico.
EDUCAZIONE: certo, la canonica formazione intellettuale e relazionale, con i suoi precetti più o meno contraddetti dalla loro stessa sterilità, forgiatura schietta del futuro modus sentiendi…..
ma un significativo cavillo semantico ci rivela anche l’accezione più “primitiva” e basilare del termine, ovvero il processo attraverso il quale conduce un oggetto, sia esso astratto o concreto, al di fuori di un certo contesto, o che si limita a tenerlo con sé, o entrambe le ipotesi. Magari sarà la cultura emozionale a mantenerci definitivamente in uno stato di inesauribile conoscenza, senza il timore che, come una serie di discutibili ed effimeri insegnamenti, ci si scopra, all’improvviso, privi di qualsiasi memoria. La definiscono “intelligenza emotiva”.
In che cosa consiste allora, la mala educazione? In una condotta deprecabile accompagnata ad una condotta scortese? Nel disinteresse nei confronti della sensibilità altrui? Anche.
Io preferisco credere che la mala educazione possieda un principio più distorto e romantico, e che alla fine venga sostanzialmente a definire l’atteggiamento istintivo ed irresistibilmente insano di trar fuori dal proprio Io e dal mondo una serie di idee a cui affidarsi sempre e comunque, dei laici dogmi scomodi e bellissimi da cui lasciarsi illuminare o logorare a seconda dei casi.
Fino a che punto ci si può fidare delle proprie pulsioni senza accusarsi di cecità?
Idealizzando si muore con lentezza, se la realtà ci si presenta davanti come un rivolo d’acqua su una poesia: proprio con questa premessa si apre l’ultima creazione di Almodòvar, un controverso connubio fra i temi delle sue pellicole old-style e la raffinatezza ed il manierismo dei suoi ultimi film.
Al centro degli eventi, un altro personaggio smaccatamente passivo e contemplativo, il regista Enrique Goded, testimone impassibile del disfacimento delle proprie utopie sentimentali: in piena crisi creativa ed impelagato in una infruttuosa fase di transizione, riceve la visita di un giovane attore teatrale sbandato e trasandato, che gli si presenta come il vecchio compagno di collegio Ignacio Rodriguez, in cerca di impiego e con un breve racconto autobiografico da sottoporre come credenziale. Alla notizia che l’intreccio riguarda in parte la loro esperienza collegiale, Enrique, evidente ed irrequieto alter ego di Almodòvar, ha un sussulto e viene divorato dalla curiosità di indagare i contenuti dello scritto: traumi ormai sotterrati si riaffacciano, la tarda infanzia viene rivissuta come ossessiva anticipazione del presente, invenzione letteraria e lampanti frammenti di esistenza si confondono.
A lettura conclusa, Enrique si convince che l’unico rimedio per la sua situazione di stallo, sia creativo, sia amoroso, altro non è che l’adattamento cinematografico della vicenda. Ma deve ancora fare i conti con due insondabili interrogativi: perché Ignacio coltiva un’insistenza quasi morbosa nel voler interpretare il ruolo del transessuale Zahara? E che ruolo ha nella trama il virginale Juan, fratello dell’attore?
Almodòvar sembra rinunciare all’evanescenza delle sue sceneggiature ed alle affascinanti ellissi che ne conseguivano: forse è questa eccessiva razionalizzazione del tutto ad imprimere un ritmo più stanco e schematico, specie nella seconda parte, probabilmente è l’inattesa e triviale fisicità con cui l’elemento passionale viene affrontato a pagare lo scotto dell’audacia (il sesso di “Carne Tremula”, paragonato all’erotismo di questo film, in confronto era il massimo del romanticismo). Il racconto, quindi, non può fare altro che cercare qualsiasi modo per giustificare se stesso, e la riuscita dell’opera è continuamente minacciata da una ingenua tendenza citazionista e dall’eccessiva aritmia fra scene madri e parentesi narrative inutilmente risolutrici: possiamo accettarlo, così come possiamo disdegnarlo, ma Almodòvar è indiscutibilmente il cineasta contemporaneo più vicino alla nozione prima di manierismo, quindi non un semplice creatore, ma una vera e propria fucina microcosmica con tanto di implicito marchio di fabbrica. In venticinque anni di carriera ed in progressivi affinamenti stilistici, un suo prodotto è facilmente identificabile sin dai titoli di testa: in questo caso, dopo due sottili anticipazioni subliminali, Pedro si propone come il naturale continuatore del linguaggio hitchcockiano, scegliendo di sacrificare, però, l’intimità avvolgente dei suoi cliché a favore di una spasmodica crociata alla ricerca del colpo di scena.
E così, in questo tortuoso sistema di scatole cinesi, finiscono per emozionare davvero soltanto i segmenti distanti dal primo “strato” della narrazione (quello della realtà): la comparsa di Zahara entusiasma più della comparsa di qualsiasi diva anglosassone e catalizza lo sguardo ed il cuore con spiazzante edonismo deforme; l’analessi infantile nel rovente convitto dei preti è un incubo a tinte ocra degno di Truffaut, un delicatissimo affresco in cui i prevedibili stereotipi (il cinema parrocchiale, i puerili stimoli sessuali, la carica pasolinianamente efebica dei bambini) vengono affrontati con partecipazione sincera e senza rimproveri manichei di sorta, tanto che, alla fine, la strombazzata infatuazione fra Padre Manolo, una vera e propria icona generale della Repressione, ed il giovanissimo Ignacio risulta essere lo squarcio più toccante e malinconico di tutto l’opus, demolendo così l’impressione di scandalo a favore di un nichilistico e piacevolmente amorale desiderio.
E in questo irreplicato equilibrio, l’introduzione ai (falsi) candori della fanciullezza rischia di essere l’immagine più memorabile: Padre Manolo, chitarra imbracciata e fronte schiarita dal sole, strimpella una enigmatica “Moon River” mentre l’oggetto della sua passione arricchisce le corde con la sua voce ancora bianca ed incontaminata, lambito dagli occhi nostalgici e rassegnati del prete ed accompagnato dall’idilliaco rumore delle nuotate dei ragazzi nel lago.
Una volta introdotti nella tirannide del “coup de theatre” del secondo tempo, la magia viene meno e tutto ciò che resta è una successione di sporadiche digressioni estetizzanti. Ciò non significa che “La Mala Educacion” venga inesorabilmente trascinato nella mediocrità a causa della propria irresolutezza: Gael Garcia Bernal è stupefacente, lasciato libero di dilatarsi in un altrimenti ingestibile triplo ruolo, seducente e credibile sia in vesti femminee, sia dietro la ruvidezza maschile di Ignacio, rivelando una insospettabile ed incondizionata androginia, davvero impensata, se si considera la grezza mascolinità del suo Ernesto Guevara de la Cerna. Ma anche Fele Martinez (Enrique), già memorabile “omino” del finto silent-movie di “Parla con Lei” dimostra professionalità e stile, integrandosi efficacemente nel corpus dei (pochi) protagonisti maschili almodovariani con una freddezza recitativa nettamente speculare al fervore acceso e tipicamente spagnolo del regista che, in odor di bestemmia, relega la presenza femminile a tiepidi contorni o a mere idealizzazioni giovanili. Sintetizzando il giudizio formale, non si può dire altro che chi finora ha amato la strategia espressiva di Pedro non dovrà prepararsi a nessuna infrazione al canone: classica fotografia sfrontatamente carminia, montaggio levigato e pacato, elegia estetica della Spagna post-franchista.
In definitiva, “La Mala Educacion” è un’opera stimolante, ma non sufficientemente stimolato, una miniera di disquisizioni filosofico-emozionali, ma non di altrettanti plausi, una sensazione più bella ed avvincente da discutere che non da vedere. Quindi, benvenuti, idealisti indulgenti: nel bene e nel male, questo film è per voi.

Andrej

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