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Mark Lanegan – Bubblegum

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E' tornato! Il grande amico di Kurt Cobain (pare che nel matrimonio naif alle Hawaii con la signora Love tra i pochissimi presenti ci fosse lui e non Chris Novoselic) con il quale ha reinterpretato nel primo disco da solista una storica cupissima “Where did you sleep last night?”.
Era il 1990. Un anno dopo sarebbe di fatto finita l'esperienza con gli Screaming Trees. In questi quattordici anni quattro incredibili capolavori da solista. L'ultimo tre anni fa (“Field songs”). Mark Lanegan, l'anima più blues di Seattle e dintorni. Il Tom Waits del grunge.
Una voce inimitabile che sa di whiskey e sigarette, tetra e notturna, non priva del furore grunge che ha vissuto sulla sua pelle. Rabbia emersa pienamente nelle collaborazioni recenti e meno recenti con i Queens Of The Stone Age.
La conferma di questa congenita ambivalenza, a dire il vero un pò persa nelle atmosfere prevalentemente soffuse e sostenute dei precedenti dischi, è BUBBLEGUM, album che si pone tra i lavori più riusciti di quest'anno.
Un disco certamente più diretto e aggressivo dei precedenti che comunque non scade in banalità e clichè da classic rock per arene americane.
Tra l'altro ho avuto la fortuna di ascoltare alcuni pezzi dal vivo, all'Independent Days, e, buon segno, suonano anche meglio.
Se a ciò si aggiungono collaborazioni di lusso, dalla rockdea PJ Harvey a Izzy Stradlin e Duff McKagan ex-Guns N'Roses passando per altre cattive compagnie, l'altro grande fumatore Greg Dulli e i vecchi amici Josh Homme (nel disco suona tutto eccetto il basso) e Nick Oliveri.
Proprio con questi due uno dei brani migliori, “Metamphetamine blues”, che poi già era stata presentata nell'ultimo ep. E'la sintesi perfetta delle due anime di Mark. La voce da far venire il mal di gola al semplice ascolto. Un blues arrangiato in chiave stoner-rock, terroso e sporco come non mai, addolcito per quel che basta da un controcanto femminile, che non è PJ Harvey (e si sente…) Folgorante il finale a cappella.
Sembrerebbe paradossale ma il pezzo più QOTSA è un altro, “Driving Death Valley blues”, altro pezzo in cui sputa fuoco che è una bellezza. A completare il trittico assassino c'è il singolo “Sideways in reverse” con un inedito Lanegan alla Iggy Pop. Poco meno di tre minuti di potente rock n'roll reso interessante da feedback e brevi rumorissime fughe.
Dopo tanto sole e tante fiamme arriva la psichedelia vera: “Can't come down” tra chitarre che sembrano tastiere e tastiere che sembrano chitarre, la più originale in assoluto.
Dicevo dell'ambivalenza. Giustamente fin qui sembrerebbe una di quelle cazzate dette a-priori. “When your number is up”, il brano più introspettivo, è il giusto inizio. Sembra esplodere ma incede sommessa ricordando un pò Tom Waits, un pò Johnny Cash.
Nulla di già sentito, sia chiaro. La grande abilità di questo Mark Lanegan, che poi lo discosta dal filone post-strokes oltre che dai precedenti album, è quella di riarrangiare in chiave moderna il modo più vecchio di interpretare il rock, senza comunque perdersi in subdole sperimentazioni. Non a caso la produzione è marchio di Chris Goss (vedi credits di Kyuss e Queens Of The Stone Age). Compaiono senza problemi drum-machine, moderati ammiccamenti elettronici e distorsioni apparentemente estranee al mondo del blues. Anche in “Like Little Willie John” che sembra scritta da una band di strada della New Orleans degli anni Trenta.
Sulla scia dell'opentrack anche le rarefatte atmosfere di “One hundred days”, “Strange Religion” e “Morning glory wine” (titolo azzeccatissimo).
Due capolavori forse irripetibili “Wedding dress”, che mi porta alla mente un'angosciante ed ipnotica danza propiziatoria nel mezzo del deserto, e la woodstockiana “Bombed” che si manifesta in un'allucinante fugace apparizione.
Dicevo di PJ Harvey. La ciliegina sulla torta. Solo pochi hanno la fortuna di permettersi ciliegine di questo valore. Con due brani dà un ulteriore valore aggiunto. Anche lei nelle sue due anime, “Hit the city” prorompente e da concerto, “Come to me” con quell'acida dolcezza che solo lei e pochissime altre contemporanee sanno esprimere.
Testi come al solito con poche pretese, tra alcool, amarezza e solitudine, ma sempre molto suggestivi, voce (e vena creativa) in stato di grazia. Un disco senza punti deboli. Anche se, a dirla tutta, si potrebbe discutere su qualcosa…come ad esempio il titolo BUBBLEGUM così da boyband. Ma Mark Lanegan è anche questo e altro.
Nel brano di cui sopra, dal quale potremmo estrarre la definizione di “Bluesman all'anfetamina”, recita
“I don't want leave this heaven so soon”. Come dargli torto?

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