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Interviste

Intervista a GIORGIO CANALI

Atto primo delle interviste gentilmente concesseci all’ Hiroshima Mon Amour di Torino. Giorgio Canali si concede ai nostri “microfoni” difettosi per parlare di “Rossofuoco”, di comunicazione e degli stimoli che lo hanno spinto ad intraprendere questo progetto indipendente.
E non cambiate Canali .. .. .. .. .. .. .. .. .. ..

Intervista di Andrej

Andrej, fra larsen e luppolo
ACT II – Birre du Demon (double malt)

GIORGIO CANALI

Ok, prendiamo “Rossofuoco” in maniera globale: attraverso dieci tracce vengono confutate tutte le presunte certezze aggrappate al sistema mediatico, comunicativo e culturale. Fino a che punto si può trattare di un vero e proprio concept album sull’insofferenza?
Beh, considerando “Rossofuoco”, parlando della sua poetica, anche se “poetica” è un termine abbastanza improprio per definire il mio modo per cagar fuori le parole: ho 46 anni, fondamentalmente sono sempre stato un anarchico, mi ritengo un anarchico vero, non un “anarchico che sta con gli anarchici”: spesso e volentieri quello che mi fa incazzare di più è l’uniformità della maniera di pensare, che sia di destra o di sinistra non mi interessa, anche se mi fa incazzare molto di più l’uniformità del pensiero di sinistra, l’indirizzarsi verso un Pensiero Unico, che quasi sempre finisce per diventare un Non-Pensiero Unico. Da questo punto di vista, nonostante possa pensare di picchiarlo ogni volta che apre bocca, vado d’ accordissimo con Giovanni: lui ha un percorso molto più tortuoso del mio, io sono molto più lineare, io sono l’Idiota Perfetto, lui è troppo complicato per essere Idiota, però alla fine mi trovo sul palco con lui a condividere sue affermazioni molto, molto discutibili, quasi da tagliargli la gola, e condividerle urlandole insieme a lui per rafforzargliele ancora di più, perché la cosa importante, secondo me, è che la gente non pensa abbastanza. Quindi, quando tu, in un maniera o nell’altra, anche se sputi fuori una merda infame, la sputi fuori in maniera che qualcuno ci rifletta sopra e cominci a dire: “non avevo pensato questo punto di vista”, secondo me, ben vengano.

Quindi l’andamento morale di “Rossofuoco” si concentra sulla necessità di comunicare.
“Rossofuoco”, fra parentesi, è soltanto il nome del gruppo: il titolo dell’album è la freccina che va in giù, non siamo riusciti semanticamente a farlo capire alla gente, però è stato tutto riassunto dal nome della band.

Beh, almeno adesso qualcuno può spargere la voce. (ridiamo)
Già…Quando affronti linguaggi che non sono codificati nella norma, t’attacchi al cazzo. Se inventi un colore che non esiste, anche se è presuntuoso riallacciarsi a questo concetto, perché non è vero, però se ti immagini un colore che è indiscernibile dall’occhio umano, è come se tu avessi tirato fuori un pezzo di merda e l’avessi buttato sul tavolo. (ridiamo)

Quindi è un discorso che parte da un concetto più ideale che effettivamente materialistico.
Esatto. Mi piaceva l’idea di imporre come titolo una freccetta, però effettivamente il gruppo ed io ci siamo resi conto che l’idea non passava, nessuno se n’è accorto, ed allora abbiamo concluso che il titolo dell’album fosse omonimo al nome del gruppo.

Questo spiega anche molte cose sul concetto dell’album in sè, perché si tratta effettivamente di una vera e propria discesa.
Sì. E’ una discesa non agli inferi, perché quello è puro materiale dantesco, però è una discesa anche abbastanza vorticosa in mezzo a quello che sono i sentimenti, sì, i sentimenti che ci circondano. Sai, è molto difficile aprire un giornale, lascia stare “Il Resto del Carlino” o “Il Giorno”, qualsiasi giornale, per parlare delle due poverette che sono saltate in aria in Egitto, per poi vederci scritto sopra frasi come “Ringraziate i pacifisti”, o robe del genere: lì, davvero, ti verrebbe una tale voglia di imbracciare un kalashnikov, o una K-47, non certo un’arma di fabbricazione americana e di andare a fare fuori qualcuno (ridiamo), soprattutto chi ha scritto quell’articolo e chi istilla nella mentalità di tanti poveri idioti concetti del genere, perché, beh, è inutile, come diceva Borges, che non era AFFATTO di sinistra (sorride): “la mayorìa de la gente es tonta”, non ci puoi fare un cazzo.

Trovi che l’atmosfera delicatamente apocalittica di “Questa è la fine” possa aver impresso una specie di timbro morale alle canzoni di “Rossofuoco”, come se fossero testimoni impotenti e disincantati del mondo attuale? E poi fino a che punto “Questa è la Fine” e “Precipito” possono dirsi complementari?

Sì, le due canzoni hanno molti aspetti in comune: come nell’album precedente, ho voluto imprimere un linguaggio quasi filmico al tutto, come se la canzone di apertura fosse un’inaspettata ed anticipata conclusione di tutto. In entrambe le canzoni si dipinge una situazione iniziale che poi termina una volta che è finito il pezzo, solo che poi, tutt’e due le volte, invece, c’è ancora un album intero da ascoltare. Comunque, nelle canzoni che scrivo non voglio offrire facili scappatoie, non voglio insegnare qual è la linea di comportamento da adottare, anzi: dal mio punto di vista intendo quasi comunicare il concetto che io sono riuscito a concepire una soluzione mentre l’ascoltatore medio non ha ancora capito un cazzo su cosa fare.

Una delle più palesi minacce per il nostro paese è senz’altro la strumentalizzazione e la distorsione dell’informazione: per ogni minaccia alla nostra incolumità si ha l’abitudine, nel sistema mediatico, a chiamare in causa i soliti spauracchi, dall’Islam alle BR, dal satanismo alla musica stessa: è questo il “Fumo di Londra” che intendi tu?
Vedi, analizzando la situazione attuale, non posso fare a meno di pensare al “1984” di Orwell: è impossibile sintonizzarsi su un qualsiasi telegiornale, dal TG1, passando per il TG2, per non parlare del resto, figuriamoci del TG4, che è praticamente un organo di partito, senza rimanere invischiati in certe strategie della comunicazione di massa. Prendi per esempio quello che è successo due anni fa: cazzo, tutti i giorni passavano la notizia di un cane impazzito che azzannava qualcuno e sono quasi riusciti a convincerci che questo potesse accadere di continuo, ma, dico, non solo i vari telegiornali nazionali, ma persino le testate giornalistiche più importanti, da “La Repubblica” in poi, non solo quei piccoli quotidiani insignificanti di merda, stile “Il Resto del Carlino”. Quando vedo Bin Laden in televisione, la prima cosa che mi viene in mente è il personaggio di “1984” a cui il Grande Fratello dà il nome di Goldstein per concretizzare un male da combattere e che mantenga tutti in uno stato di allerta e di sottomissione. Poi, a dire il vero, la genesi di “Fumo di Londra” è stata molto bizzarra: quello che volevo descrivere nel testo era l’incredibile ripetitività delle situazioni indipendentemente dal posto in cui ti trovi, in questo caso i classici auguri alla nazione fatti dal Capo dello Stato in televisione, con la solita promessa che l’anno successivo sarà meglio ed altre stronzate. Ho seguito gli auguri parecchie volte in Francia, infinite volte in Italia, una volta in Norvegia, in molti posti, insomma, però MAI una sola volta in Inghilterra, quindi non ho assolutamente idea di quale sia l’atmosfera, non ho mai passato un cazzo di ultimo dell’anno a Londra: però ho concepito l’immagine basandomi su un film che avevo visto poco tempo prima e che, assurdamente, non era nemmeno ambientato a Londra, ma negli Stati Uniti, quindi figurati… Adesso non mi ricordo il titolo, mi sembra che fosse diretto da una donna…

Forse ti riferisci a Kathryn Bigelow. (ci sforziamo tutti e due)
Sì, è possibile… Parlava di un altro ultimo dell’anno.

Allora è “Strange Days”.
Ecco! (ci riempiamo di soddisfazione) La visione di una festa di capodanno apocalittica, immersa nel buio, mi ha dato l’idea per “Fumo di Londra”, con questi messaggi di fine anno che, nonostante cambiassero vestiti, lingua e cazzate varie, finivano sempre per comunicare le stesse cose. Poi, per quanto riguarda l’aspetto musicale, volevo che fosse dall’inizio una specie di omaggio al vecchio stile dei Clash, un genere di musica priva di compromessi che io amo molto.

Volevo fare un veloce salto verso il passato: tu 15 anni fa hai preso parte al progetto “Epica Etica Etnica Pathos”, non esclusivamente come corda distorta, ma occupandoti anche della registrazione e del missaggio, insomma vedendolo forse da un punto di vista estraneo rispetto a quello degli altri membri della band…
Devi sapere che al momento della registrazione di “EEEP”, io ero stato convocato esclusivamente come tecnico del suono e come addetto al settore tecnico: in quel periodo, infatti, io collaboravo con i Noir Desir e non avevo ancora preso una chitarra in mano, mi occupavo dei campionamenti, della registrazioni, insomma una carriera decisamente diversa da quella degli anni successivi. In quel periodo, figurati, ero persino molto in disaccordo con l’ideale musicale di Giovanni: configurarmi l’idea di un punk nella campagna emiliana, con tanto di lambrusco e di cascine, mi sembrava già abbastanza insopportabile. In verità, io mi sentivo più vicino ai primi Litfiba, come identità musicale: è così che ho conosciuto Gianni, ed il passo alla collaborazione con i CCCP, poi, con il mezzo scioglimento dei Litfiba, con l’intenzione di un certo vocalist di ergersi a futura superstar nostrana (ci guardiamo con intesa maliziosa), è stato breve. La questione è che poi io la chitarra, ai tempi, praticamente la strimpellavo soltanto: l’intenzione poi è partita per un motivo bizzarro. Il chitarrista dei Noir Desir, Serge Teyssot-Gay, non era mai stato quello che si definisce un virtuoso, anzi, figurati… però questo qui, a 33 anni, s’era finalmente messo in testa di imparare a suonare la chitarra in maniera dignitosa: è stato forse questo a motivarmi e a darmi lo sprono definitivo a migliorare la mia tecnica: cazzo, se poteva farlo lui, a questo punto perchè non potevo riuscirci anch’io? (ridiamo)

Ora si spiega la dedica a Bertrand Cantat, nelle pagine del booklet. Che ricordi hai di quella cascina, della presa diretta, dell’esperienza in generale? Epidermicamente dà l’impressione di essere stata una cosa quasi familiare, quasi improvvisata…
Non è andata proprio così, anzi… Facendo i calcoli, un processo del genere è costato praticamente il doppio di una normale incisione in studio. L’allestimento nella cascina è stato particolarmente dispendioso, così come la gestione del materiale in presa diretta. Però il risultato è stato emozionante, una scelta che poi ho voluto mantenere come linea di pensiero della mia musica. Non contiamo che poi la tecnica che abbiamo seguito è stata adottata in misura piuttosto estesa: molti complessi, parliamo anche degli U2, hanno scelto la presa diretta come esperimento.

Possiamo annoverare anche, per esempio, gli stessi Red Hot Chili Peppers, con l’album che li ha definitivamente consacrati. Quindi il tuo atteggiamento nei confronti della creazione è essenzialmente sostanziale.
La mia carriera con “Rossofuoco” rispecchia la mia indole semplicemente rock con cui concepire la musica, mentre con Giovanni e con Gianni, adesso con il progetto PGR, è difficile parlare di rock: con i PGR si parla di comunicazione, anche al di fuori dal contesto musicale.

Torniamo a “Rossofuoco”: al di là dell’incazzosa malinconia di fondo, l’elemento essenziale del progetto è la militanza, specie quella individualista e scevra dalla politica, ma comunque alla disperata ricerca del bisogno di non essere soli nella battaglia. Fino a che punto la realtà attuale ce lo permette, senza renderci ciechi o alienati?
Vedi, nel mio concetto di militanza non c’è spazio per la ricerca di qualcuno che mi dia l’approvazione o che accetti quello che faccio: a me non frega un cazzo di avere il beneplacito di qualcuno quando dico quello che penso. Io sono un figlio di Camus, di Celine, dei Monty Python, di Benni…..(ci pensa un po’), anzi, no, facciamo pure cugino, magari cugino minore di Benni, dato che deve avere sì e no 2 o 3 anni più di me. (ridiamo) Ora come ora, la cosa peggiore che una voce fuori dal coro può subire è di essere accusato di dietrologia. Lo stesso esempio di prima che ti avevo fatto su Bin Laden non è da meno: chiunque voglia esprimere un giudizio al di fuori dalla massa, stronzata o riflessione ponderata che sia, verrà sempre tacciato di dietrologia.

Allora viene automatico pensare che l’uniformità conduca direttamente alla beceraggine.
O che la beceraggine conduca all’uniformità: è un circolo vizioso.

Considerando l’aspetto tecnico, lo stile produttivo che hai adottato segue l’abituale raffinatezza di sempre: questa volta però il risultato ha adottato anche una coraggiosa confezione lo-fi. Perchè questa scelta?
Più che altro, la bassa qualità è qualcosa che si è verificato per sfiga, non è stato un risultato pienamente voluto. In generale, io mi pongo nei confronti del rock con un atteggiamento che guarda alla sostanza: per me un disco si registra in presa diretta, concependo l’idea nel suo fulcro. Qualsiasi inclusione di sovrastrutture e di effetti dev’essere necessariamente successiva e non deve intaccare la sostanza dell’album, come invece molto spesso accade: è come quando ti sforzi per lucidare un metallo e, ad ogni sfregamento, non fai altro che grattare via la superficie. Poi, figurati, per me una delle massime espressioni artistiche è la cinematografia di Terry Gilliam, quindi un assoluto delirio di immagini, di pienezza, di elementi visivi: però allo stesso tempo, la ricchezza visiva è compensata meravigliosamente dalla estrema qualità dei contenuti e della sostanza.

Qual è l’album che Giorgio Canali avrebbe sempre voluto scrivere?
· Desire dei Tuxedomoon, il disco che avrei voluto incidere quando lavoravo ancora nel settore esclusivamente elettronico e produttivo, prima di prendere con serietà il mio ruolo di chitarrista;
· Street Hassle di Lou Reed, un disco che viene solitamente dimenticato e sottovalutato da chi considera come un unicum la carriera di Reed. Lou Reed, in quell’album, ha trovato un equilibrio che poi avrebbe difficilmente recuperato e che non ha niente da invidiare, anzi, rispetto a capolavori più scontati come “Berlin”
· Un album dei Noir Desir (sorridiamo)
· Quello che Non C’è degli Afterhours (segue goliardica diatriba e… ma questa è un’altra storia….)

N.B.: l’intervista patisce una certa incompletezza, a causa della improvvisa distruzione del mio nastro-registratore. Si è cercato di recuperare quanti più dati possibili non eccessivamente offuscati dall’alcol.

Gamma Pop
Hiroshima Mon Amour

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