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Interviste

Intervista ai TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI

Venghino, signori, venghino in questa belisima plaza: l’incredibile spetaculo dei Tre Allegri Ragazzi Morti: Tre Allegri Ragazzi Morti canteranno, balleranno e suoneranno per voi l’incredibile spetaculo de la vida, l’incredibile spetaculo de la muerte… L’INCREDIBILE SPETACULO DE LA VIDA, L’INCREDIBILE SPETACULO DE LA MUERTE
Davide Toffolo al microfono scassato di Andrej

Andrej, fra larsen e luppolo
ACT I – Birre du Demon (double malt)

TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI

Innanzitutto, prima mi sono presentato a te come inviato della rivista ImpattoSonoro: in realtà sono un giornalista del Secolo d’Italia e sono venuto qui per indagare su quanto la vostra musica influisce negativamente sulla mentalità di noi gggiovani. (Davide ride scomposto)
Volevo parlare dell’andamento del nuovo album: ho notato che, escludendo, per certi versi, il frammento “Una Ragazza” e “Signorina Primavolta”, l’album si distacca tematicamente dall’andamento esclusivamente adolescenziale degli album precedenti. Però mi accorgo che la vostra indole rimane simile: incazzatura costante, fragilità di fondo, disinganno in aumento. Qual è la condizione attuale dei Ragazzi Morti?
Boh… (ridiamo). I ragazzi morti sono in viaggio, in viaggio per cercare di capire cosa sta succedendo: questo è un disco strano che è nato con un’ispirazione abbastanza diversa rispetto a quelli precedenti, come hai detto tu: è nato dopo un lungo viaggio in Sudamerica, perciò in qualche modo l’idea era quella di mettersi a confronto con un tipo di realtà differente da quella che abbiamo sempre vissuto, quella, essenzialmente, della provincia italiana. Perciò penso che il gruppo attualmente si trovi in uno stato di viaggio, in tutti i sensi, sia musicale, soprattutto emotivo e sensoriale. Il disco ha una dimensione forse, come dicevi tu, meno legata all’adolescenza, nel senso stretto del termine, ma, allo stesso tempo, rimane la nostra formula, che è quella dell’esorcismo, tutto sommato fedele a se stessa.

Quindi è un processo evolutivo, sia creativo, sia logistico, un trasferimento altrove in entrambi i sensi.
Sì. Diciamo che l’allontanamento dalla provincia italiana in qualche modo è evidente nei testi, ed anche forse nella musica.

In “Mostri e Normali” avete coverizzato “Ask” degli Smiths, poi aprite “La Testa Indipendente” con quel miracolo in miniatura di “Piccolo Cinema Onirico”, che è una specie di tributo stilistico, pur autarchico, della formula di Morrissey e di Marr. Nel terzo album, invece, non c’è niente che faccia presagire la presenza “ispiratrice” degli Smiths. Come mai questa scelta? E che cos’altro ha ispirato il vostro ultimo lavoro?
Devo dire che la nostra musica è una musica di digestione, non abbiamo mai riferimenti così precisi, anche perchè il nostro gruppo è anche piuttosto eterogeneo per età: in qualche modo le influenze sono varie e allo stesso tempo abbastanza digerite, mai così dirette. La cover di “Ask” era più che altro un gioco, un omaggio; penso che questa dimensione, invece, più sentimentale, che può legarci agli Smiths, sia ancora presente nella nostra musica. Le influenze musicali più presenti in questo album sono state invece più legate ad ascolti più lontani dalla dimensione rock, magari più vicini ad alcuni cenni di musica popolare come certe robe di cumbia, influenze argentine, anche melodicamente presenti all’interno del disco. Si parla comunque di inclusioni “digestive”, quasi mai imitative.

Si nota già dall’introduzione al disco, con quella sequenza di percussioni, un avvicinamento ad un territorio più “world music”.
Già, anche se rimaniamo nello stilema di un rock’n’roll molto semplice, perciò forse “world music” è qualcosa di eccessivo. Però idealmente, sì.

Forse siete la band più uterina del nostro panorama: in ogni vostro album c’è una componente femminile costante, da Candida ad Alice, da Bella Mia fino alla ragazza del Principe in Bicicletta, fino ad arrivare al ritratto più cinico di “Signorina Primavolta”: io ho avuto l’impressione che all’interno del gruppo ci fosse un ideale quarto membro di sesso femminile. Voi come gestite questa presenza all’interno del vostro repertorio e della vostra idea?
La visione del femminile in effetti è molto presente nella nostra musica, nei testi in particolare, ma anche nella mia scrittura più vicina al territorio dei fumetti: c’è sempre una visione che passa attraverso un occhio femminile. Ritengo che la parte femminile sia la componente più nuova, o comunque quella la cui sensibilità è più vicina a me. Sono contento che tu la veda dentro la nostra musica perchè è una parte molto importante ed è una specie di transfer che io ho quando scrivo e non so bene da dove arrivi. Per me, vedere le ragazze in azione è più interessante che vedere i maschi.

Anche perchè forse si può individuare l’ingenuità più facilmente in un essere di sesso femminile che in uno maschile.
Sì, sì… E’ più la primavolta per loro che per il maschio. (ridiamo)

Ho visto nel booklet dell’ultimo album che i vostri altri ego passano attraverso le situazioni più dolorose: sono su una spiaggia deserta a ripararsi dalla pioggia, vicino a delle orche agonizzanti, sorreggono l’enorme peso dell’enorme gorilla bianco sulle spalle, o sono trafitti in coppia da un gigantesco chiodo: quello che ho visto io, nel “Gorilla Bianco”, è una specie di concept sulla paura e sul dolore. Come si individua tutto questo, partendo dalle immagini per arrivare dal progetto?
I disegni del booklet sono tratti da queste creazioni che ho fatto durante le registrazioni e che più o meno sono delle illustrazioni più vicine all’ispirazione che riverso sulle canzoni: le canzoni, a differenza delle mie storie a fumetti, che sono lunghe ed hanno bisogno di un’articolazione, in questo caso sono dei veri e propri flash, molto più fragili ed anche molto meno controllati. Le illustrazioni funzionano allo stesso modo, sono nate parallelamente alle canzoni, perciò ci assomigliano anche: non sono didascaliche, non sono illustrazioni legate propriamente alla scrittura, sono delle sensazioni visive vicine. Quello che dici tu sulla paura è reale: il disco è stato creato in una parte della mia vita in cui effettivamente mi sono trovato a confronto con una sensazione di paura complessiva che forse ora, ad un anno di distanza, è anche più condivisibile, ovvero che adesso sia una delle sensazioni più presenti nella realtà che viviamo. Però, come ti dicevo, non penso che ci sia nei ragazzi morti una dimensione consolatoria, nei confronti della paura: non è un vivere la paura in modo consolatorio, ma è sempre una specie di esorcismo, soprattutto mettendo insieme i testi ed il tipo di vitalità che si trova invece nella musica.

Quindi si tratta di un sentimento di paura generale, più che individuale.
In quel momento non sapevo bene… non sono mai così cosciente, quando creo, generalmente. Ci vuole del tempo per capirle. Ora che il tempo è passato, penso che si sia trattato proprio di quello. Ciò che vorrei è che il disco venisse vissuto come un esorcismo, non come uno schiacciamento su una dimensione di paura, anche perchè in questo momento tutta la comunicazione schiaccia su questa dimensione, che penso sia necessario vivere per quello che è, cioè una proiezione mediatica.

A proposito di paura, prendiamo “1994”: quando è stata scritta, ha avuto una specie di valore profetico. Se aveste ora l’occasione di riscriverla, dopo 10 anni, che cosa cambierebbe a livello testuale? Tutti i topolini sono ancora davanti alla televisione? L’esperimento politico-televisivo come sta andando?
Quando l’ho scritta, speravo in realtà che fosse una visione passeggera, invece è diventata una realtà molto più consistente.

Già, ci speravamo tutti… (ridiamo)
Tutta la comunicazione si sta muovendo verso questa dimensione dell’evento, facendo perdere la sensazione di aggregazione che può aver avuto e che ha in generale la musica. Io penso che la scriverei uguale, tant’è vero che continuiamo a suonarla dal vivo, perchè penso che sia un ritratto di un periodo lontano che però dava i semi di quello che c’era. Complessivamente, l’ultimo disco è anche il più politico che abbiamo inciso finora e per questo motivo quel brano viene suonato ancora adesso, perchè penso che sia molto vicino alla poetica attuale.

I brani tratti da “Allegro Pogo Morto” e da “Mondo Naif”, attualmente, che valore hanno per il complesso? La band nel corso degli anni ha saputo rinnovarsi e crescere in maniera stilistica ed ispirativa…
Sono le nostre canzoni originali…ed originarie, anche. (sorridiamo) Tutto il gruppo è molto legato alle canzoni iniziali, le suoniamo senza soluzione di continuità con quelle più recenti. Per noi sono l’origine della nostra scrittura e, per quanto mi riguarda, sono quello che io ritengo più vive, quando vengono riproposte, mantengono una validità sempre forte. Poi c’è da dire che i concerti, attualmente, hanno una componente diversa, che non è più quella di prima. Quando inizialmente proponevamo quelle canzoni, non avevamo nemmeno i dischi in uscita, perciò non c’era nessun tipo di dimensione retorica. Adesso questa dimensione è un po’ più presente perchè ai concerti la gente viene per ascoltare anche quei pezzi, e quindi i brani sono diventati anche di proprietà delle persone che li ascoltano. Perciò noi li suoniamo anche con una direzione differente, che non è più quella di un urlo, ma è quella di cantare in modo collettivo una cosa che effettivamente non è più solo della band, ma è anche di un gruppo più esteso, cioè quello di chi ascolta.

Quindi diventa anche una sorta di tributo ai fans della prima era.
Mmmmhh.. Un po’ sì, un po’ anche è la possibilità di poter lavorare su una specie di memoria depositata.

Parliamo del sodalizio con Giorgio Canali: lui ha collaborato al vostro album suonando in “Country Boy”, in “Povero Me” ed in “Signorina Primavolta”; voi, come risposta, gli avete prodotto un intero album. Quello che poteva essere un rapporto di supposta anzianità va completamente a farsi fottere: come avete vissuto questo rapporto che è andato praticamente alla pari, se non a vostro vantaggio?
E’ un regalo che Giorgio ci ha fatto: quando ha finito l’album, ci ha detto che avrebbe voluto produrlo con noi. Per noi è stato un regalo, nel senso che, con la nostra etichetta, noi abbiamo lavorato esclusivamente sui nostri prodotti, non tanto per incapacità di vedere le cose belle che ci sono in giro, quanto per l’impossibilità economica e di gestione. La proposta è arrivata da lui, quindi noi siamo stati felicissimi di dare il nostro supporto all’uscita del suo disco, che ritengo un’opera bellissima, molto ispirata, e in qualche modo anche vicina alla nostra poetica.

Vediamo di analizzare la scena indie italiana attuale, più precisamente quella più vicina al mainstream. Abbiamo i classici tre complessi iniziali, quelli di Agnelli, di Godano e di Ferretti: attualmente tutti e tre le band stanno vivendo periodi di transizione, se non di stallo. Adesso c’è una situazione di palese vantaggio nei confronti di complessi più racchiusi in una sfera esclusivamente italiane, come il vostro, e realtà più distanti dal rock da classifica. Che genere di realtà vedi proiettate verso il futuro nella nostra scena?
Non credo di avere la lucidità necessaria per capire quello che succede: quello che posso dire è che, sì, la scena in qualche modo è cambiata, ma non tanto la scena in sè, pensandoci bene, quanto la fruizione della stessa musica. Quando io ascoltavo i CSI, o i CCCP, o i Marlene Kuntz, vedevo una dimensione morale molto alta, per quanto riguarda l’approccio alla musica: questa dimensione, in questi ultimi anni, si è alienata ed è diventata una dimensione di consumo, in modo molto più drammatico e questo si può individuare dalla storia personale di alcuni gruppi (si guarda in giro), che adesso però non ti cito (ridiamo). Quello che caratterizza la nostra esperienza è il fatto di essere rimasti in un certo senso puri, rispetto al mercato, perchè penso che ci sia parte della nostra musica non consumabile nel senso stretto del termine, forse perchè fuori format, diciamo così, fuori da un genere, da una voga. Io però spero vivamente che non sia soltanto così, nel senso che non mi piace l’idea di una musica che non è comunicazione o condivisione, però nello stesso tempo, noi manteniamo una dimensione di difficile consumo. Da una parte ciò ci rende difficile il passaggio ad una dimensione più mainstream, ma dall’altra ci rende facile un’esistenza nata su un altro presupposto, cioè quello di riuscire a comunicare delle idee non nate per il mercato: l’idea dei ragazzi morti è nata come un laboratorio esistenziale, fatto di poche persone, che in questi dieci anni sono aumentate, così come il pubblico ed i fruitori della nostra musica. In fondo, però, è rimasta la stessa intenzione, cioè quella di sentirsi alieni da una certa forma di consumo: questo secondo me mantiene viva la nostra dimensione. Penso che la scena indipendente italiana si trovi in un periodo non facile, forse qui a Torino si vede meno, ma per noi che giriamo l’Italia si capisce che le possibilità di incontro con la musica indipendente sono diminuite in questi ultimi anni, sono diventate più fragili, più dipendenti, più selettive, considerando anche l’ambito televisivo. Quando abbiamo cominciato la tournée, abbiamo ricevuto una serie di richieste da parte di gruppi di base, a cui noi abbiamo sempre dato una disponibilità enorme di suonare. Non è il problema di avere un appeal sui gruppi nuovi, ma di avere effettivamente pochi spazi reali per loro. E’ una situazione agghiacciante, perchè io ho sempre vissuto l’indie con un valore morale forte, con una possibilità di comunicazione che va aldilà del mercatino: mi dispiacerebbe che l’indie italiano fosse misurata soltanto nell’ambito del mercato.

Forse il vostro progetto si trova nella condizione ideale, dato che vi trovate in una posizione equidistante dal mainstream e dal piccolo mondo della comunicazione, tutto sommato.
Io continuo a ribadire la nostra fortuna, dato che non abbiamo mai avuto la forza o l’ingenuità di schiacciarci su un certo tipo di scelte, abbiamo sempre mantenuto delle scelte abbastanza radicali. Per quanto riguarda la fruibilità della nostra musica, che, come dicevo, è una musica semplice, fatta di pochi accordi, in qualche modo popolare, io non potrei mai mettermi in testa di modificare la qualità della nostra musica o di creare una cosa più elaborata o più cool di quello che scrivo adesso. Quello che faccio è in qualche modo quello che sono.

Beh, c’è stata solo la parentesi di “Beat(o)”, fin adesso, una specie di infrazione alla regola. Ricordo, ai tempi, quando avevo preso “La Testa Indipendente”, ero rimasto quasi scioccato: “Cazzo, un pezzo di otto minuti, una cosa rivoluzionaria!” (ridiamo).
Già… Però si trattava di un gioco… Era una canzone semplicissima, direttissima, però con una coda lunga, di ispirazione garage, un genere che è nelle nostre corde da sempre. Riferendoci alla musica, penso che sarà difficile per noi superare la “forma canzone”. Noi abbiamo sempre concepito con la musica un rapporto quasi popolare, non pop nel senso stretto del termine. Adesso stiamo immaginando di incidere un disco quasi esclusivamente acustico, nel quale recupereremo materiale più vecchio, penso. Credo che si capirà anche meglio l’identità della nostra musica, più cantata e minimale, rispetto al solito.

Un dubbio che mi tormenta da anni: qual è stata la genesi della frase che tu proponi ogni volta all’inizio dei bis? (“La vita è cattiva, ma non l’ho inventata io: il concerto è finito!”, alla quale il pubblico risponde mandando calorosamente affanculo El Tofo, ndr)
(ride) La genesi vera non la so neanche io, l’idea vera era quella di infrangere la dimensione gerarchica fra chi sta sul palco e chi ci sta sotto. Perciò, io penso che un musicista, anzi, no, io, come musicista, ho bisogno di mandarmi a fare in culo dalla gente, perchè è giusto rompere questo rapporto: non sono lì per dire nessun tipo di verità, ma soltanto per mettere a confronto quello che facciamo con il sentimento del pubblico che ci ascolta.

E’ stato un esperimento un po’ alla Lenny Bruce, in stile stand-up comedy americana…
Quelle sono le mie ispirazioni per quella trovata. Nel periodo in cui l’ho pensata, ho letto molti testi satirici: mi piacevano molto di più i comici che i cantanti (ridiamo). In questo momento anche i comici sono molto meno pungenti, rispetto al solito…

Se per comici intendiamo quelli che sono al top delle classifiche di vendite editoriali, allora figuriamoci… (ridiamo)
Questo mi piace molto, molto meno… Ci sono comici attuali che comunque sono riusciti a sfuggire a questa macchinazione, come Luttazzi…. (cerca il mio aiuto), Guzzanti… Guzzanti è molto potente. Ma anche oltreoceano ci sono ispirazioni molto interessanti, come Andy Kaufman: è stata una rivoluzione per me, la sua idea di come stare sul mercato pur rendendo sempre critica la sua posizione rispetto a quella di un personaggio pubblico mi interessa molto. E’ una parte della poetica dei ragazzi morti che ritengo più importante. Noi di fondo siamo un organismo punk: la musica ed il messaggio devono arrivare come una provocazione (indugia)…. sì, come una provocazione…

Avete reinciso “Dipendo da Te” per il film di Piergiorgio Gay, poi so che tu sei un patito assoluto, come lo sono io, della figura di Pasolini, la dimensione filmica e cinematografica è sempre stata molto vicina alla vostra dimensione. Voi come la vivete? Avete qualche idea particolare sull’idea di cinema abbinata alla vostra musica?
Io continuo a vedere il cinema come una costruzione talmente (indugia) ricca, sporca di soldi, che la trovo sempre distantissima da me… Allora io preferisco i fumetti, che sono un laboratorio che puoi gestire quasi completamente da solo, mentre il cinema ha bisogno di un’intera produzione. Rispetto al nostro rapporto col cinema, ci sono alcune cose che succedono ai gruppi, come brani che sono acquistati per colonne sonore di film, una cosa che ci succederà di nuovo fra poco; dall’altra parte c’è la dimensione dei videoclip che giro per gruppi vari: ultimamente ne ho diretto uno per i Prozac+, che ho appena finito di girare, sempre in animazione, ed un altro per i 24 Grana, che sto per preparare… Ma per il cinema vero, credo che ci vorrà ancora un po’ di tempo, per immaginare qualcosa di concreto… (ridiamo)

Ci vorrebbero quelle vecchie realtà sulla scia del primissimo Sam Raimi, o del primissimo Peter Jackson… (sorridiamo)
Eh, sarebbero cose molto interessanti… Ora sto elaborando veri e propri metodi di commistione fra animazione e girato, piuttosto interessanti, il cui primo risultato si potrà vedere nel video dei Prozac che ho appena finito di girare… Potrebbero essere una vera e propria via per immaginare una storia più…… da film…….
La mia creatività funziona sulle visioni: in questo momento, ho delle visioni che sono anche vicine più al concetto di ripresa, di recitazione, mentre prima le mie idee erano molto più assimilabili al tratto di una matita su un foglio, che penso sia complessivamente più diverso.

Meno statico e più dinamico?
In questo momento non so bene dove andrò, non so che cosa succederà, però, ti dico, ho questo tipo di sensazione, un’elaborazione disegnata dei girati: anche in “Intervista a Pasolini”, in realtà, il processo è simile. Ho fatto questo lungo viaggio con una telecamera ed il materiale visivo dell’esperienza è diventato la base del progetto: i risultati veri si vedranno fra un po’.

Quanto dovremo aspettare ancora?
Per il fumetto nuovo, è questione di pochi mesi. Per quanto riguarda i miei esperimenti, non so dirtelo.

Ho ancora un’ultima domanda, poi ti lascio andare a provare: qual è l’album che i Tre Allegri Ragazzi Morti avrebbero sempre voluto scrivere?
Devo dirti la verità: non sono alla ricerca della perfezione….. credo che fondamentalmente l’album perfetto sia quello che non scriveremo mai.

www.treallegriragazzimorti.it
www.hiroshimamonamour.org

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