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Interviste

Intervista ai FILOfOBIA

Chitarre ipnotiche, batteria sussurrata, fiati e archi che rendono l’album, “Entrèe du port”, un viaggio nel mezzo di un’intimità ombrosa e calda che i Nostri ci svelano col liguaggio di uno dei migliori indie-rock che in Italia di questi tempi si possa trovare. Insomma se volete documentarvi a proposito, potete iniziare da questo spunto…

Francesco (chitarra e voce) al microfono di Federico The Useless

da dove vengono i filofobia, quali esperienze precedenti personali o no avete affrontato in ambito musicale prima di costituire questa band?
Non molte in realtà. Io e Silvio suoniamo insieme da più o meno 10 anni vale a dire dalla prima liceo. Dopo qualche cambio di formazione siamo arrivati alla formazione attuale con due voci, due chitarre, un basso, una batteria e un po’ di cianfrusaglie.

filofobia, un nome interessante per una band, a mio parere, che mi fa venire in mente i bei tempi del liceo classico… paura d’amare o amore per la paura?! come è nata e da chi l’idea di chiamarvi così…?
…e hai ragione quando dici classico. In effetti il nome venne fuori in quel contesto da pischelli saputelli lì, dieci minuti prima del primo
concerto, per strada andando al locale.
Adesso il greco ce lo siamo scordato, se mai l’avessimo saputo, e Filofobia non è che altro che un nome che può significare molto o
assolutamente niente.

il fatto di essere aretini cioè di essere cresciuti sotto la grande quercia dell’ ArezzoWave ha condizionato la vostra carriera, il modo di approcciare voi stessi alla vostra passione? vi ha fatto insomma ombra,creato qualche difficoltà o al contrario è stato come essere valorrizzati, presi in considerazione in quanto facenti parte della stessa aiuola? ammesso che vi sentiate parte di essa…qual’è il vostro rapporto con il festival?
Penso che crescere a contatto col festival abbia fatto sì che fin dall’inizio il nostro atteggiamento nei confronti della musica fosse meno
remissivo. Siamo cresciuti aspettando ogni anno la settimana di Arezzo Wave, una settimana nella quale sospendevamo ogni attività e vedevamo la nostra grigia cittadina trasformarsi nella città dei balocchi. Questo senza dubbio ci ha fatto sempre sentire tutt’altro che isolati o periferici rispetto ai fenomeni musicali italiani o stranieri, stimolandoci ancor più a far musica.

ho letto da qualche parte che partite come una cover band. è vero? con quale criterio scegliete le vostre cover? puri gusti personali oppure compromesso e alta compatibilità musicale strumentale tra Filofobia e Pink Floyd, Beatles, Talkin heads o Buckley che siano…
In realtà per fortuna non siamo mai stati una cover band. Certamente all’inizio, avendo composto solo 3 o 4 pezzi, i nostri concerti erano composti in gran parte da cover.
Adesso la proporzione si è invertita e non facciamo mai più di due cover ogni concerto. Di solito si tratta di canzoni che ci hanno stregati in maniera particolare, canzoni capaci di esprimere anche ad un primo ascolto un’intensità tale da farti giurare amore eterno al gruppo che le ha composte.

qual’è stata la svolta, la molla, la prima pietra posta per la realizzazzione di “entrèe du port”? come è nato e magari evoluto il vostro sound rispetto agli inizi? insomma come ci siete entrati nel porto?…approdando dal mare o affaciandovi dall’entroterra!?
Potrei dire che la prima pietra l’ha posta Giovanni Ferrario la prima volta che è entrato nella nostra sala prove. Ma non lo dirò, sennò poi il
producer mi si pavoneggia. A parte scherzi, non credo che ci sia stato un momento in cui qualcosa è scattato e in cui abbiamo cominciato ad accostarci diversamente alla nostra musica. Sicuramente il processo creativo che ha portato alla scrittura del disco era in atto da molto tempo: via via le nostre ispirazioni si sono sommate fino a prendere la forma del disco stesso.

ho notato che ascoltando le vostre canzoni (e facendolo in repeat), si viene facilmente a creare una certa atmosfera, come si dice?! un certo “ambiente”. come se ci si immergesse in uno stato d’animo piuttosto caldo ma autunnale. ci sono a mio parere delle sonorità che avvolgono in un certo senso e trasportano l’ascoltatore in altri climi… vi trovate d’accordo
con quanto detto?

Mi fa piacere tu dica questo. Non saprei definire quale sia l’atmosfera del disco. So però che, per usare la tua espressione, stilisticamente a noi piace essere trasportati dalla nostra musica in diversi climi. In generale ci piacciono più i dischi eterogenei e eclettici di quelli che suonano allo stesso modo dall’inizio alla fine.

nella vostra formazione si leggono per la realizzazione del disco i nomi di Enrico Gabrielli dei Mariposa al clarinetto e alle percussioni Pacho,
prelevato della band di Morgan…per non parlare della produzione artistica affidata a Giovanni Ferrario dei Micevice. credete che il loro apporto abbia dato al disco una certa impronta che non ci sarebbe stata altrimenti o comunque hanno seguito ciò che la natura di “entrèe du port” dettava già di suo?

Penso che siano vere tutte e due le cose che dici. Li abbiamo chiamati perché suonassero delle parti strumentali nel modo eccezionale in cui abitualmente suonano. Quando registri, anche se hai provato, provato e riprovato e sai perfettamente cosa dovrai fare accade sempre qualcosa che non dipende da te. Credo che i bravi musicisti riescano a fare in modo che questo qualcosa accada nel modo migliore, con l’effetto di creare momenti unici e irripetibili. E con loro è andata così.
Per quanto riguarda Giovanni, come si dice, è stato il quinto Filofobia. Credo che l’intesa con lui sia stata delle migliori, che abbia saputo
vedere quelli che erano i pregi e i punti deboli di alcune nostre impostazioni e li abbia saputi valorizzare o correggere. E’ stato davvero un buon cuoco; ha saputo scegliere gli ingredienti adatti e li ha affiancati con gusto…ecco la parola giusta: gusto!

parliamo di strumentazione… che armi (chitarre, bassi, pelli, ampli o sinth?) usate in studio e sul palco, c’è differenza tra i due campi di battaglia?
Si, c’é. In studio c’è la possibilità di associare ad ogni pezzo la combinazione strumento-amplificatore-microfono o tamburo-microfono che sembra più adatta a seconda del pezzo da registrare. Pur avendo le idee ben chiare in termini di suoni, Giovanni ci è stato di grande aiuto nella scelta dei set più adatti. Per non parlare dei fonici Marco Tagliola e Gianluca Valdarnini, i quali hanno studiato le soluzioni in grado di dare la resa migliore per la ripresa degli strumenti in ogni singola canzone.

dal vivo la vostra musica ha un valore aggiunto? come vivete i vostri live? (Ps.quando toccheranno anche la provincia senese…!?)
Senza dubbio il concerto è rappresenta una dimensione completamente diversa da quella della composizione, delle prove o della registazione.
Per noi suonare dal vivo è sempre e soprattutto un grande divertimento….e speriamo presto di venire a divertirci anche a Siena.

ragazzi, voi campate di musica?! la domanda per quanto indiscreta vuole riferirsi a tutti gli aspetti: da quello meramente economico al più nobile e spirituale che vogliate immaginare…
Mah…grazie ai ricavi del disco ognuno di noi ha potuto realizzare un sogno. Io ad esempio ho comprato una casa a Parigi. Per quanto riguarda l’aspetto più spirituale della faccenda pensiamo che si potrebbe vivere benissimo anche senza suonare e ascoltare musica.

se doveste dare un consiglio a tutti quei ragazzi che hanno dei gruppi etentano con tutti i mezzi di arrivare da qualche parte… al loro porto diciamo…
Non penso di poter dare consigli a nessuno….veramente non saprei, meglio chiedere al Liga forse…

se doveste suggerire un libro da leggere con il sottofondo musicale di “entrèe du port” o un testo che sentite affine o vicino per un qualsiasi motivo al vostro album, che cosa consigliereste?! (a parte il booklet del cd, of course…)
“Voyage au bout de la nuit” di Louis Ferdinand Celine

ultimamente siete stati inseriti dal Mucchio Selvaggio tra i finalisti del concorso “Fuori Dal Mucchio”… aspettative? e per quanto riguarda i programmi nell’immediato futuro?
Per quanto riguarda il premio ci aspettiamo che siano i Marta sui Tubi a vincere. Abbiamo letto cose molto buone su di loro.
A fine novembre dovremmo suonare un po’ in giro. Il 24 ad esempio saremo alla Fnac di Verona.
Per il resto siamo già al lavoro su una manciata di pezzi nuovi.

mi scrivete una massima… un frase, una sentenza, un gioco di parole qualcosa che vi viene in mente in questo momento e che non vi sembra banale…? chissà magari viene così bene che la inserite nella prossimo testo…
distinguere la semplicità dalla semplicioneria.

www.filofobia.it

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