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COLLATERAL


Scheda


Titolo originale: Collateral
Nazione: U.S.A.
Anno: 2004
Genere: Thriller
Durata: 119′
Regia: Michael Mann
Cast: Tom Cruise, Jamie Foxx, Jada Pinkett Smith, Mark Ruffalo, Peter Berg, Bruce McGill, Javier Bardem
Produzione: Michael Mann, Julie Richardson
Distribuzione: UIP
Data di uscita: Venezia 2004
15 Ottobre 2004 (cinema)

Collateral

Definitelo presunzione, tacciatelo di autoindulgenza, oppure consideratelo segno di pigrizia: certe volte insistiamo per eliminare l’incomodo di dover fare di continuo le nostre brevi e lacunose presentazioni, riassumere in un telegrafico sistema di inspirazione ed espirazione una spoglia e sostanzialmente dimenticabile versione di sé. Via il nome, via le parole, via qualsiasi segno distintivo del proprio Io: ci si affida all’impressione del momento, ad una generica istantanea muta la cui chiarezza ed efficacia non sono necessariamente patrimonio del primo venuto, ma dono riservato a rodati o anche casuali spiriti affini. Può essere questa una apologia sufficiente all’iniziale spigolosità di “Collateral”, ultima tappa del cosmopolitismo registico di Michael Mann? Certamente no: il film, vuoi per il battage mediatico, vuoi per l’alone di culto emanatosi in maniera sempre maggiore fra i seguaci dell’autore di “Manhunter”, sembra avere tutto fuorchè l’esigenza di presentarsi al pubblico. Eppure, nonostante le molte asprezze, “Collateral” ha facilmente raggiunto la cuspide delle graduatorie di incassi nel territorio nazionale, prima di essere travolto dal becero tsunami di “The Village”. E’ un indizio della possibile evoluzione dello spettatore medio? Non sperateci affatto. Quello di Mann resta un universo accessibile a pochi, con una certa continuità, e questa sua ultima sortita rispecchia probabilmente l’intenzione di allargare momentaneamente il suo seguito, esperimento che ha creato non pochi scompensi a realtà cinematografiche già di per sè affermate (i Coen Brothers ed i loro due ultimi deprimenti risultati, Takeshi Kitano con il suo “Zatoichi”, e via dicendo…). L’architetto stilistico di “Miami Vice” ha optato per l’ipotesi meno abusata, quella di rimanere comunque fedele a se stesso, rasentando un manierismo che, più che innervosire, inorgoglisce ed entusiasma come un canovaccio che si ama veder riproposto sempre nelle condizioni più bizzarre ed imprevedibili. In questo caso, dall’apoteosi titanica di Muhammed Alì, sorta di Prometeo Black illuminato dall’acclamazione di massa, si arriva all’ascetismo morale del sicario Vincent, l’ipotesi più speculare che si potesse immaginare, alla pari del raffronto fra la sovrumana fierezza dell’Hawkeye di “L’Ultimo dei Mohicani” e la quotidiana meschinità del Vince Hanna di “Heat”: il tripudio pubblicitario degli ultimi mesi non è bastato a raffrenare l’impatto della gustosa caratterizzazione di Tom Cruise, raggelato in una posa azzimata matura ed incorniciato dai capelli brizzolati e dalla barba dei tre giorni, nobilitato dalla stessa “senilità artificiale” di Russell Crowe in “Insider”. Dopo un fugace, inspiegabile, ma divertente cameo di Jason Statham nella sequenza iniziale, si viene finalmente introdotti nel codice stilistico che stavamo aspettando, quello delle vacillanti carrellate in digitale alternate a radiografiche istantanee dei particolari più marginali, quello delle imperfezioni fisiognomiche sfoggiate a scopo espressionista (fra pori smisurati, pizzetti improbabili e capelli programmaticamente impomatati, c’è solo l’imbarazzo della scelta), quello in cui la scenografia naturale (da sempre prediletta da Mann) è il vestito complementare con cui i personaggi acquistano uno spessore quasi caravaggesco e non, come una folta torma di critici si è ostinata ad ululare gratuitamente, il terzo protagonista dell’intreccio, definizione sin troppo superficiale ed inetta della complessa sintesi estetica del regista. Nel giro di uno scarso minuto, si è già stati introdotti all’eterogenea poetica di Mann, che, dopo la scintilla noir del prologo, si infiltra puntigliosamente nel labirinto del quotidiano per concentrarsi sulla diagnosi della straordinaria figura del tassista Max, magnificamente incarnata dalla geniale asciuttezza interpretativa di Jamie Foxx, già intenso Bundini in “Alì” e papabile candidato al ruolo di attore afroamericano più versatile di inizio secolo: Max è il riassunto dell’eroismo minimale, sotto qualsiasi giurisdizione, dal loser metropolitano degli anni settanta (come il maratoneta di Dustin Hoffman, cui questo ruolo sarebbe stato comodamente affidato trent’anni fa) al nevrotico e gogoliano, se non addirittura fantozziano, prototipo degli eighties (il Griffin Dunne di “Fuori Orario” o il Jeff Goldblum di “Tutto in una Notte”, per intenderci), fino al più modesto e poetico Uomo Comune di certo cinema mediorientale, anzi, iraniano, con i suoi stessi sobri e piccoli sogni, tant’è che la prima dozzina di minuti sembra quasi un instant-remake del “10” di Abbas Kiarostami e del suo stilema, soprattutto nelle rarissime inquadrature ancora diurne. E’ proprio nel confronto fra i due protagonisti che il film trova i suoi momenti di assoluta perfezione, nei loro dilatati dialoghi che, nonostante possano essere cinicamente tacciati di eccessiva letterarietà, giocano a rendere lo sviluppo sempre meno convenzionale, dato che il semi-esordiente Stuart Bettie, strombazzato falsamente ai quattro venti come LO sceneggiatore di “La Maledizione della Prima Luna”, passa con non-chalance da aneddoti su Babbo Natale e Miles Davis alle più contorte questioni metafisiche. Ed è un bene dato che Cruise e Foxx appaiono raramente in diverse inquadrature (un processo inverso al parallelo Pacino-De Niro di “Heat”?). Sul divo di “Vanilla Sky” si sono già spese troppe, discontinue parole. E’ bene che la critica se ne faccia finalmente una ragione: il tipico, involontario, forse, emblema reaganiano è scomparso da anni, Tom Cruise è uno dei migliori attori statunitensi viventi e basterebbe considerare la sua carriera dal 1994 (o dal 1999, per i più esigenti) per vagliarne l’insindacabile e sempre funzionale eclettismo. A parte la spassosa e lancinante caratterizzazione da villain (che alcuni hanno definito “inedita e nuova”, dimenticandosi, a quanto pare il Lestat di “Intervista col Vampiro”), l’attore si ritrova a fare i conti con un diverso atteggiamento attoriale, fatto di frasi pronunciate senza la gioia ed il trasporto forse un po’ stucchevoli di certi suoi personaggi (“Jerry Maguire”) ma con una cavernosità (ben doppiata, comunque, dal solito, ottimo Maurizio Chevalier) insolita e spiazzante, fatto di movimenti sgraziati e bruschi, frutto dei soliti training fisici a cui non vuole sottrarsi, rendendo inutile l’intervento pressante di una controfigura. Il resto del cast non fa che adeguarsi alla strategia manniana di “utilizzo contro l’abituale clichè”: ecco allora il docile Mark Ruffalo (sugli schermi anche con “Se Mi Lasci, Ti Cancello”) trasformato in un fosco detective corrotto vestito in pelle e sommerso dal gel, con risultati assolutamente esilaranti, la combattiva o, a scelta, faceta Jada Pinkett Smith esiliata nel ruolo chiave, anche se fondamentalmente appena abbozzato, della prudente ed imborghesita avvocatessa della pubblica accusa e, soprattutto, da un fulminante ed inatteso Javier Bardem (che appare non accreditato) nel ruolo del laido boss Felix, la cui presenza più volte annunciata viene finalmente risolta in una delle sequenze nodali del film, dove la complicità fra Vincent e Max e la loro sostanziale attrazione reciproca assumono una natura evidente quel tanto che basta da non essere semplicemente palesi, ma subliminali e delicatissime, senza raggiungere le pulsioni emotive di “Furyo” di Nagisa Oshima, ma legando indissolubilmente allo stesso modo due eroi che non potrebbero essere più differenti. Generalmente, la critica pare abbia preferito ignorare una forse involuta sfida alla moda tarantiniana: anche in questo caso, infatti, abbiamo una tendenza alla commistione fra logorrea (compiaciuta in Tarantino, imprescindibile in Mann) e torpiloquio, e, caso ancora più curioso, una lista di cinque persone da eliminare a qualsiasi costo. Tuttavia, qualsiasi paragone risulta davvero improponibile, con la facile e fine a se stessa cinefilia dell’autore di “Kill Bill” a soccombere sotto la raffinata ricercatezza del secondo, con la padronanza registica di Mann a fare invidia all’incostante bizza narrativa di Tarantino. Come in quest’ultimo, inoltre, le pause contemplative e “paesaggistiche” si avvalgono di un abile processo di selezione musicale, insperato, in una carriera “sinfonica” come quella di Mann (chi non si esalta all’ascolto del tema di “L’Ultimo dei Mohicani, alzi la mano): molti connubi fra sonoro e visivo, infatti, godono di una felicità spesso imprevedibile, come gli strasentiti The Roots di “The Seeds 2.0” utilizzati ignorando che il brano (sottovalutato) abbia avuto un’heavy rotation nauseante, oppure i goliardici Calexico di “Guero Canelo”, finalmente inclusi in una soundtrack, per non parlare della sorprendente inclusione degli indifendibili Audioslave, la cui “Shadow of the Sun” sottolinea una delle scene più pregne dell’opus e finisce, pertanto, per essere incredibilmente rivalutata. Solo l’annunciata resa dei conti finale rischia di cadere nell’ottica del convenzionale, con un cerchio che, secondo una infuggibile geometria, finisce sempre per chiudersi esattamente come sempre; e la lunga sequenza della sparatoria nella discoteca può vivere troppo facilmente della sua stessa improbabilità e del suo programmato calcolo: ma sono solo difetti veniali che intaccano soltanto in superficie l’intrinseca bellezza di “Collateral”, un capitolo essenziale della filmografia di un regista che non fatica a porsi fra i migliori degli ultimi 30 anni, con la sua instancabile, irrinunciabile varietà sempre identica a se stessa e, proprio per questo, contraddittoriamente stupefacente.

Whisper – Andrej

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