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KEITH JARRETT – Roma, 07/11/04

Auditorium Parco della Musica, Roma – 7 novembre 2004

KEITH JARRETT piano solo concert: l’evento di Roma

di Lorenzo Alunni


“Il mondo è cambiato e bisogna cambiare anche noi. Sapete a cosa mi riferisco.” Dice così Keith Jarrett. E lo dice dopo che un colpo di tosse di uno spettatore ha sancito la fine, interrompendo la concentrazione del pianista, del primo brano dell’attesissima prima europea dei suoi leggendari concerti in piano solo.
Non ne teneva più dal 1996 (a parte una fugace apparizione in Giappone) a causa di un misterioso morbo da affaticamento cronico dovuto, si dice, al titanico sforzo del processo creativo delle sue performance in solitario.
Keith Jarrett comincia il suo concerto, davanti ai 2800 del gremito auditorium, con un’improvvisazione in cui, partendo quasi dall’informale, il pianista attraversa soluzioni provenienti da più linguaggi, fino ad incanalare il flusso in ipnotici ostinato nel registro basso della tastiera.
E già la serata comincia a sembrare di quelle giuste.
Jarrett prosegue con una cascata improvvisa di note in forma atonale, con grandi impeto. Arriva poi una cavalcata sui toni gospel alla maniera della versione di “God bless the child” data in passato dal pianista o della seconda parte del Koln Concert.
Il primo set si chiude con quella che all’inizio era una ballad per poi assumere toni bluesy.
La seconda parte inizia con dei toni orientaleggianti che si tramutano piano piano nel solito universo sonoro che Keith Jarrett riesce a sintetizzare nelle sue improvvisazioni. I brani seguenti si snodano fra il free e la ballad, quasi a ricalcare lo schema (ma solo quello) del primo set.
Il pianista si contorce sul suo strumento, di cui sembra il prolungamento mobile, suona spesso in piedi, accompagna i momenti più ispirati con i suoi classici urletti e anche il suo respiro, il suo ansimare, è funzionale al fluire della creazione musicale.
Il concerto finisce con due bis, due standards resi con lo spirito di “The melody at night with you”: rarefatti, ammalianti, sublimi. Delle ninne nanne che possono produrre solo sogni meravigliosi.
Il pubblico (che ha dovuto pagare troppo il biglietto senza poi poterlo espropriare proletariamente come va di moda oggi) applaude a più non posso. La serata è stata registrata dalla casa discografica ECM per la pubblicazione e questo carica l’evento di ulteriore prestigio.
Keith Jarrett è un musicista facilmente attaccabile, la sua musica può essere accusata di retorica, l’idolatria che lo circonda può essere considerata più che spropositata.
Ma a Roma, benché non si sia rivoluzionato niente, il pianista ha distribuito bellezza allo stato puro. L’ha sparsa sul pubblico come farebbe un vecchio contadino seminando a mano i campi. Se “il mondo è cambiato e bisogna cambiare anche noi”, solo il bello potrà salvare il mondo. E Jarrett, più o meno consapevolmente, ha sempre lavorato in questa direzione.

Lorenzo Alunni

www.auditoriumroma.com

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