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FESTA ELETTRONICA – RomaEuropa Festival, 28/11

Auditorium Parco della Musica, Roma
Ammettiamo e concediamo la Festa Elettronica del Romaeuropa Festival come un termometro della scena elettronica (e della relativa videoarte) italiana ed internazionale. Fidiamoci dell’attendibilità dello spaccato che se ne vorrebbe dare.

di Lorenzo Alunni

Meglio non perdere tempo e raccontare subito di quello che è stato l’apice della manifestazione: l’Experimentum Mundi di Giorgio Battistelli, riproposto stavolta con l’addolcimento del remix in tempo reale di Martux M.
Per la cronaca, sul palco della Sala Santa Cecilia, violini, violoncelli, ottoni e il resto di una qualche orchestra erano sostituiti da un cuoco, due muratori, due bottai, due selciai, due calzolai, due fabbri, due arrotini e uno scalpellino, più un percussionista, una voce recitante, un coro, chiamiamolo così, di quattro donne e i set di Martux M e di due suoi “assistenti”. Tutti veri professionisti del loro rispettivo mestiere.
L’opera di Battistelli è incentrata sull’utilizzo dei suoni e dei ritmi dei lavoratori che utilizzavano i propri strumenti alla chiamata del direttore-compositore, che ha dettato saggiamente e coreograficamente i tempi e le dinamiche delle parti. I crescendo collettivi, le trame ritmiche ed il singolare pathos creato dall’Experimentum Mundi hanno esaltato tanto Battistelli quanto l’ascoltatore.
Il remix di Martux M è consistito nel sostituire, rispetto alla partitura originale, i propri beat a molti dei colpi dati dai due bottai alle doghe della loro botte. Le parti elettroniche erano spesso frutto del campionamento live dei suoni dei lavoratori. Un’interferenza, quella di Martux M, non certo invadente, ma neanche di certo imprescindibile
Proiettando sull’opera una delle molteplici possibili interpretazioni (tutte tanto sbagliae quanto superflue), si potrebbe dire che Battistelli abbia affermato la formula secondo cui un lavoro è tanto più dignitoso quanto fa più rumore.
Lo schiacciare i tasti del computer di una segretaria non ha lo stesso impatto ritmico del colpire una grossa botte di legno da parte del bottaio e questo farebbe perdere molti punti, nella classifica dei lavori dignitosi, alla classe delle segretarie, per esempio.
Metello di Pratolini musicista di rilievo quanto Bach.
Allora però i lavori più silenziosi potrebbero assumere come proprio inno la celeberrima 4’33’’ del grande John Cage, che lì descriveva solo un silenzio apparente, restituendo a rumori microscopici un’importanza macroscopica.
Si conceda questo piccolo delirio interpretativo, grazie.

Nella Sala Sinopoli, poco dopo, è salita sul palco Susanna and the Magical Orchestra, che, fra melensi arrangiamenti di brani tipo l’Alleluia di Cohen e una vocalità di velluto, ha fatto pensare che la cantante Susanna potrebbe far bene anche in contesti matrimoniali. Si consiglia quindi ai gestori di ristoranti con piano-bar e alle coppie con nozze in vista.

Grande attesa per la performance del duo di Ikue Mori (“computerista” già al fianco, fra i tanti, di John Zorn) e l’arpista e polistrumentista Zeena Parkins, nota soprattutto per essere una delle muse di Bjork. Ikue Mori lanciava delle suggestioni sonore che la Parkins raccoglieva in una sorta di pentatlhlon fra l’arpa, un piccolo vibrafono, una piccola arpa, una tastiera e un Microkorg.
La libertà da ogni struttura che le due musiciste si sono date riserva sorprese continue, ma lascia anche spazio al pericolo di dispersività. Pericolosa, in questo senso, soprattutto la staticità di Ikue Mori, non sempre ben funzionale alle piroette sonore dell’estrosa Zeena Parkins.

Il minimalismo di Biosphere accompagnava poi, nella Sala Petrassi, dei video in cui gli attori di scene di vita urbana oscillavano fluidamente fra come li avrebbe visti Modigliani e come Botero. Stuzzicante.

Bella sorpresa il set di Golan Levin, sempre nella Sala Petrassi. Levin ha proiettato sugli schermi quello che combinava nel suo computer e nel suo proiettore. Un software (di cui egli è progettista di rilievo) gli permetteva di creare delle suggestioni sonore direttamente dipendenti dalle soluzioni grafiche. Tanto per intenderci, le note che ne uscivano era più gravi o più acute in base allo spessore e alla lunghezza delle linee tratteggiate dal puntatore del mouse. A creare loop e manipolazioni varie poi ci pensava lo stesso programma. Siamo ancori lontani dal poter guardare queste esperienze senza il velo sugli occhi dello stupore e della poca abitudine a tali “macchine infernali”. Ma attenzione, quella proposta dall’interessantissimo set di Golan Levin potrebbe essere una frontiera da tenere d’occhio.

In generale, il livello qualitativo del programma offerto dal Romaeuropa festival è stato alto, molto alto.
Rimangono da evitare, per la prossima edizione, cadute di stile come quelle di Mr.Reeks (esibizionismo vuoto di contenuti e pieno di confusione) o di Kyò (l’elettronica è ancora troppo giovane per resistere a superficialità e approssimazioni di questo tipo).
Per il resto, si è dimostrato poi quanto anche l’elettronica possa contribuire a sfondare le pareti fra musica colta ed extra-colta. Sempre che anche la stessa elettronica non cada nel corporativismo, nell’ottusità e nella miopia che, in altri ambiti stilistici, queste pareti l’hanno create.

Lorenzo Alunni

www.romaeuropa.net

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