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Bibliophobia

Adolfo Bioy Casares – “L’Invenzione Di Morel”


Morel è uno scienziato ossessionato dal concetto, ma soprattutto dal desiderio di immortalità ed eternità, tanto da creare delle macchine in grado di riprodurre, in loop, un determinato lasso di tempo. Tali congegni trasmettono alcune immagini, le quali propongono una realtà fittizia, fatta di situazioni claustrofobiche ed oppressive, così come claustrofobico ed ossessivo risulta essere il clima che regna sull’isola deserta in cui si svolge la vicenda.
A metà tra il “Processo” di Kafka e “L’isola del giorno dopo” di Eco, il romanzo rimane sospeso in un’atmosfera surreale, quasi grottesca, un’atmosfera in cui il protagonista, un giovane senza nome, si perde nei meandri della propria coscienza, si smarrisce nel labirinto della propria psiche, arrivando ad evocare enigmatiche presenze femminili, tanto piacevoli, quanto inquietanti. Il giovane, approdato sull’isola con la speranza di sfuggire ad una legge che l’avrebbe condotto alla prigionia, rimane incastrato ed incatenato alla folle storia narrata dallo scienziato, tanto che la percezione finale diviene un miscuglio tra solitudine, follia, tecnologia e aulici pensieri di immortalità.
Il lettore rimane in bilico tra finzione e realtà, in quanto non riesce bene a comprendere se la storia, scritta come se fosse un diario, sia realmente accaduta o sia soltanto il frutto dell’esperienza di un uomo vissuta sull’orlo della pazzia.
Insomma l’invenzione di Morel è il tentativo, ben riuscito, di trarre in inganno la percezione visiva sia del protagonista che del lettore.

enryka

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