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Nick Cave & The Bad Seeds – Abattoir Blues/The Lyre of Orpheus

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Nella discografia di Nick Cave e dei suoi Bad Seeds c'è da perdersi.
Venti anni di attività (dallo sconvolgente esordio “From her to eternity” dell'84) e quasi altrettanti album, decine di capolavori sempre sospesi nel sottile confine tra le fasi di quiete e tempesta del genio australiano.
Ultimo in ordine di tempo questo doppio, diciassette canzoni scritte con la collaborazione di tre dei sette semi cattivi, il bassista Martin Casey, il violinista Warren Ellis eclettico più che mai (oltre agli arrangiamenti, anche parti di flauto, mandolino e bouzouki irlandese) e sempre decisivo nel donare alla band la peculiare malinconia “berlinese”, il batterista Jim Sclavonus.
Registrato a Parigi con gli altri quattro semi cattivi, Mick Harvey, Thomas Wydler, James Johnston e Comway Savane, “Abattoir Blues / The Lyre of Orpheus”, due album in uno, un album diviso in due. E’ difficile analizzare la scelta e i criteri della suddivisione.
A primo ascolto si potrebbe semplificare col teorema “Blues del macello”, blues e aggressivo, “La lira di Orfeo” folk e sommesso.
In effetti nel primo lato l’apertura che non ci si aspetta, fulminante e bruciante di “Get ready for love” (”Prega per Lui finchè non avrai dimenticato perchè tu stia pregando per Lui”) o la furia travolgente del blues più noisy mai concepito dalla band, “Hiding all away” confermerebbero il teorema. Un sound secco e aggressivo quasi quanto gli esordi, Nick torna ad urlare rabbioso e disperato, accompagnato poi da musicisti come pochi ne esistono nella scena mondiale.
Inaspettata anche la scelta di inserire dei controcori femminili. Voci nere che contribuiscono a creare un’atmosfera da canti di redenzione, acide preghiere salvifiche da lasciar senza fiato come l’incontenibile “There she goes my beautiful world” e il suo finale in crescendo da gospel (“Voglio solo spostare il mio mondo”). Sugli stessi canoni la più rilassata ”Nature boy”, melodia ammiccante che dà l’idea di un divertito duetto con il coro o la conclusiva ”The fable of the Brown Ape”. Ben più sofferte e introverse “Cannybal’s Hymn” (“Se continui a cenare con i cannibali finirai per essere mangiato”) o “Messiah ward” dove la notte torna ad essere una fedele e pericolosa compagna (“Le stelle sono state tirate giù, la luna è messa al sicuro, la regione è protetta da neve gelida)”. La grande abilità del poeta maledetto di Melbourne nell’esprimere il proprio stato emotivo attraverso una varietà di toni e registri che accosta messaggi crudi nella loro eloquenza e descrizioni di impareggiabile suggestività. Come nella toccante “Let the bells ring” e la rassegnata “Abattoir Blues”.

”Scivoliamo via di qua.
Lasciati stringere e allontaniamoci da questa empia traiettoria evolutiva:
senti quel che sento anch'io, dolcezza?
Ti fa impaurire? Tutto si dissolve secondo il piano, tesoro…
Il cielo è in fiamme, e i morti sono ammucchiati sul terreno
Volevo essere il tuo Superman e ho fatto la fine di un pezzo di carne essiccata al sole”

Secondo disco. Aperto dalla title-track che paradossalmente è il brano più blues di tutti. Un ritmo cadenzato e funereo, un controcanto perso in una nenia rassegnata che sembra giungere direttamente da una piantagione sudamericana di un secolo fa, una voce gracchiante e annaspante che nasconde un testo inaspettatamente ironico e grottesco.
“Euridice disse a Orfeo: se suoni quaggiù quella fottuta lira, te la ficco su per il culo…Orfeo suonò la sua lira per l’ultima volta…Restò con lo sguardo fisso nel profondo degli abissi e disse…Oh Mamma!”.
Seguono le suggestioni rurali del folk di “Breathless” e la coheniana “Babe, you turn me on”.
”Supernaturally” non avrebbe sfigurato nell’altro lato. Un piano perfido e malaugurante introduce una ritmica travolgente in cui chitarre, tastiere e violino si fondono in un magma perverso che scorre impazzito in un sinistro paesaggio torbido e infuocato. “(Hey! Ho! Oh baby, non andare via. Tutto sovrannaturale su di me. In maniera sovrannaturale.)”
“Easy Money” (“ Denaro facile piove giù su mia moglie e i bambini. Piove giù sulla casa dove abitiamo.Piove giù finchè non ti sarà rimasto nulla da dare.”), come “Spell” che però sembra presa da No More Shall We Part (2001), è il perfetto esempio di ballata notturna alla Nick Cave. Luci soffuse, piano, violini appena percepibili, voce cupa e tenebrosa, e la novità, confermata anche nel secondo lato, dell’accompagnamento delle voci nere che, si può dire, caratterizzano con buoni esiti tutto l’album
Anche nelle conclusive “Carry me” e “O Children” (O bambini alzate la voce, rallegratevi! Oh trenino, stiamo tutti salendo a bordo. Il trenino che porta al Regno. Siamo felici. Ci stiamo divertendo. E il treno non ha ancora lasciato la stazione).
Un album a due facce. Grandi canzoni divise senza troppi significati e criteri in due atti. Un nuovo capolavoro che mette in luce vecchie latenti inquietudini ancora vive e vegete nella fervidissima mente di Re Inchiostro anche se schiacciate dal peso di una serena e matura speranza ben rappresentata dall’abbagliante candore della copertina del disco.

“La gente lo dipinge sempre come un personaggio fosco e morboso. Eppure è una delle persone più divertenti e felici che io conosca.” (PJ Harvey)

Track list:

“Abattoir Blues”
1. Get Ready for Love
2. Cannibal’s Hymn
3. Hiding All Away
4. Messiah Ward
5. There She Goes, My Beautiful World
6. Nature Boy
7. Abattoir Blues
8. Let the Bells Ring
9. Fable of the Brown Ape

“The Lyre of Orpheus”
1. The Lyre of Orpheus
2. Breathless
3. Babe, You Turn Me On
4. Easy Money
5. Supernaturally
6. Spell
7. Carry Me
8. O Children

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