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Mogwai – Happy songs for happy people

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Il mondo è pieno di gente felice. Eppure pochi ripensando ai capolavori del 2003 ricorderanno i Mogwai.

PREMESSA: “Canzoni felici per gente felice”, un disco che meriterebbe l'acquisto solo per il titolo. Un titolo che può facilmente ingannare e mandare fuori strada chi non sa nemmeno chi siano questi Mogwai di cui tanto si parla nell'ambito di quella corrente musicale che è ormai convenzionalmente, e ingiustamente, definita con l'etichetta post-rock.
Il quintetto di Glasgow ha sempre giocato con questo sottile velo di ironia che poi di fatto è ben lontano dalle atmosfere che si respirano nei primi tre album.
In definitiva non sono un gruppo di cazzoni con accento scozzese – non temete anche perchè non hanno mai realizzato nulla di cantato – ma una band timidamente orgogliosa di avere ovunque il proprio seguito di invisibili cultori sotterranei, timidamente orgogliosa di esser stata definita la miglior band del mondo da Robert Smith, quello dei Cure non un omonimo, timidamente orgogliosa di aver fatto da spalla insieme agli Interpol nell'ultimo tour dei Cure. Fine della premessa.

“HAPPY SONGS FOR HAPPY PEOPLE” non si allontana più di tanto dal modello degli eccellenti predecessori. S'intravede però nelle nove sessioni (è ancora inesatto definirle canzoni) che lo compongono una maggiore propensione per suggestioni più ambient e elettroniche. Un flusso continuo di chitarre e tastiere che si intrecciano e si avvolgono in incontrollabili spirali, campionature e ritmiche ipnotiche, un angosciante alternarsi di esplosioni e implosioni che fa elevare l'ascoltatore in una dimensione onirica e lunare.
Il viaggio comincia con il rassicurante prologo di “Hunted by a freak” che lascia subito spazio alle prime inquietudini con il sinistro incedere degli archi di “Moses? It ain't me”. “Kids will be skeletons” è, a dispetto del titolo, di una serenità dolce e abbagliante. Il viaggio prosegue incessante con l'intermezzo di “Killing all the flies” che sfocia in nuovi accecanti chiarori. E' l'evanescente e fugace “Boring machine disturbs sleep”, con un canto accennato che si percepisce appena ed emoziona.
Si spegne la luce. Ed ecco che si manifesta “Ratts of the capital”, la perfetta metafora del viaggio, il brano che più si avvicina alle caratteristiche dei vecchi Mogwai, il brano più bello dell'album. Un cielo apparentemente sereno con i consueti arpeggi avvolgenti e rarefatti, i presagi di una tempesta che potrebbe arrivare da un momento all'altro e alla fine all'arriva, cupa e furiosa più che mai, spazza via tutto con chitarre rumorissime e un riff demoniaco diretto magistralmente dagli squarci tuonanti di basso e batteria. Tutto all'improvviso sfuma e si dilegua sfociando nella limpida e malinconica catarsi di “Golden Porsche”.
Non è finita. C'è ancora spazio per la stranissima “I know you are but what am I?”. Una nota di pianola ripetuta paranoicamente. Minuto dopo minuto compaiono un synth che sembra un carillon e un loop trascinante e ipnotico, altri azzeccatissimi rumorini di sottofondo e cambi di tempo guidati dall'impeccabile basso di Dominic Aitchison.
Sarebbe il finale perfetto, per un disco perfetto ma ci si ricrede subito ascoltando “Stop coming to my house” che sembra rinascere proprio dalle ceneri del brano che la precede. Un altro crescendo, un'orgia sonora che si perde lasciando una sensazione di impagabile spaesamento.
Il viaggio è finito. O forse è stata tutta un'illusione?

Tracklist
1. Hunted By A Freak
2. Moses? I Amn't
3. Kids Will Be Skeletons
4. Killing All The Flies
5. Boring Machines Disturbs Sleep
6. Ratts Of The Capital
7. Golden Porsche
8. I Know You Are But What Am I?
9. Stop Coming To My House

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