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Bibliophobia

Francesco Ghezzi – Miss Dicembre

Francesco Ghezzi è uno scrittore statico e dinamico allo stesso tempo. E’ uno scrittore che ha trovato un tema, lo ha fatto suo ed adesso lo sta sviscerando fino in fondo, mentre il suo stile paradossalmente (e dunque ovviamente) è il più dinamico che si possa pensare.

Quello che Ghezzi crea è un fluido testuale a bassa viscosità: molecole che scivolano le une sulle altre creando moti impensabili. Così, mentre lo leggo, mi piace pensare che i suoi non siano personaggi tridimensionali, bensì personaggi con almeno 4 o 5 dimensioni, che mentre si muovono appaiono e scompaiono, si trasformano, si contorcono come immagini in una stanza piena di specchi: come i loro sentimenti.

Quando entra in scena il personaggio di Isabelle esso ci viene presentato in azione (“La prima volta che vidi Isabelle, una mattina di metà dicembre si strappava i capelli di pioggia“), ma badate bene, non si tratta di un’azione unicamente fisica, bensì di un qualcosa identificabile come un movimento psicofisicosentimentale. Ed, infatti, io me la immaggino con le mani a tirarsi i capelli ed il corpo intero che si piega su sé stesso coinvolto in un processo di compressione elastica ed esplosione anelastica.

Più avanti, parlando a Ghezzi di quanto avevo scritto su Miss Dicembre, lui mi disse che non era Isabelle a strapparsi i capelli bensì la mattina di metà dicembre “..e poi cazzo dopo pioggia c’è una virgola!”. Tutto ciò mi fa pensare che Francesco non abbia capito una sega del suo romanzo e mi ripropongo di spiegarglielo per intero in privato, ma d’altra parte la questione delle virgole mi porta a parlare di un’altra caratteristica fondamentale dello stile di Ghezzi: la punteggiatura.

Il punto scompare quasi completamente (ce ne sono 40 in tutto il libro) come nei romanzi di Proust, per lasciare il posto ad una virgola usata come pausa debole (sia in senso musicale che grammaticale) ed a un trattino che assume il valore di pausa forte con valenza di parentesi concettuale; anche il legame con la musica non è casuale, bensì effetto di una prosa dalle sfumature poetiche che lascia intravedere una sorta di ritmo che pervade tutta la storia.

Come mi ha detto una volta “Bukowski ha portato la prosa nella poesia, io voglio portare la poesia nella prosa” ed è questo lo scopo principale delle opere di Francesco Ghezzi: oltre le puttane, oltre le persone tristi e patetiche che affollano le stanze dell’albergo ad ore, oltre la città che diventa individuo e gli individui che diventano città ed il tempo come una grancassa che amplifica i sentimenti: oltre c’è una poesia dalle immagini graffianti ed i toni mielosi e suadenti.

Dunque non pretendete di capire una singola nota del brano, non impuntatevi – come ho fatto io – a cercare una spiegazione a tutto, ascoltate l’intera sequenza, assorbitene i suoni, le parole che si fanno d’onda e vi avvolgono, perché Ghezzi è insano come un sognatore: il suo è un sogno e lui ha perso.

Rocco

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