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OCEAN’S TWELVE


Scheda


Titolo originale: Ocean’s twelve
Nazione: U.S.A.
Anno: 2004
Genere: Azione, Commedia, Thriller
Regia: Steven Soderbergh
Cast: George Clooney, Brad Pitt, Julia Roberts, Andy Garcia, Matt Damon, Casey Affleck, Scott Caan, Vincent Cassel, Don Cheadle, Catherine Zeta-Jones, Martina Stella
Produzione: Steven Soderbergh, Jerry Weintraub, George Clooney
Distribuzione: Warner Bros.
Data di uscita: 17 Dicembre 2004 (cinema)

Ocean’s Twelve

Dopo un paio d’anni gli undici di Danny Ocean si riuniscono, costretti dal perfido Benedict a restituire tutto il malloppo sottrattogli nel precedente episodio. La compagnia, non potendo più operare negli States, si trasferisce in Europa dove cerca di mettere a segno più colpi. Ma una bella poliziotta e un abile ladro francese rendono loro la vita difficile.

Poco è cambiato rispetto al primo episodio (stesso cast, stesso regista), eppure Ocean’s Twelve per molti versi estremizza i temi portanti, quando non li cambia completamente di segno, del primo episodio.
Se Ocean’s Eleven era un omaggio alla capacità di intrattenere e di far sognare del cinema attraverso le sue star patinate, in questo sequel sono proprio quest’ultime a essere bistrattate, uscendone perdenti.
Entrambi i film hanno senso solo in relazione alla capacità fascinatoria dei divi impegnati nel cast, ma in quest’ultimo film, Soderbergh sembra fare il verso non solo alle star, ma al pubblico stesso, interrogandosi sul processo di fascinazione che agisce sullo spettatore durante la proiezione e sull’effetto che esso ha sulla valutazione complessiva del film. Ripetute sono le sortite della sceneggiatura che operano in questo senso: Tess/Julia Roberts, sciatta e struccata, non entra nell’azione fino a quando non viene chiamata dai ragazzi per far finta di essere …Julia Roberts, a cui lei, ovviamente, assomiglia molto. Sfortunatamente sarà smasherata, complice anche Bruce Willis, che, per l’appunto, interpreta se stesso. E ancora, Danny Ocean/George Clooney chiede sconcertato ai suoi se è vero che sembri un cinquantenne e Rusty/Brad Pitt riceve sfottò per il suo abbigliamento, lo stesso che aveva caratterizzato il personaggio sin dal primo episodio. Infine, il personaggio di Matt Demon, Linus, che aspira a essere come Danny e Rusty e non ci riesce, rispecchia,in parte, il suo perenne status di semi-star hollywoodiana.
Queste osservazioni potrebbero sembrare gratuite se non fosse che l’azione qui, ancor più che nel precedente episodio, appaia pretestuosa e artificiosa. Bisogna alzare le fondamenta di un palazzo di Amsterdam per permettere che il fucile-balestra posizionato su di un tetto possa colpire la cassaforte di un ricco collezionista? Nessun problema. Il regista stacca e ci mostra la banda alle prese con uno strano macchinario con tanto di pompe idrauliche che sollevano i piloni sott’acqua.
Che non ci sia alcun realismo nell’azione è un grande pregio del film, che evita, a differenza di molti prodotti hollywoodiani, di convincerci della veridicità delle attività, quantomeno immaginifiche, dei suoi eroi. Qui, infatti, abbiamo a che fare con eroi perdenti. E che siano perdenti proprio in Europa non è certo da sottovalutare.
Là dove Ocean e i suoi rubavano alla grande beffando qualsiasi autorità, cioè a Las Vegas, emblema dell’America come terra di conquista oltre che di perdizione, in Europa (di cui a Sodelbergh serve solo un’immagine mentale, precostituita, tale è la convenzionalità con la quale vengono introdotte le città), trovano una poliziotta (Isabel/Zeta-Jones) e un labro (Toulour/Cassel, guarda caso francese) più abili di loro. Soderbergh allude alla politica contemporanea con una abilità estranea alla maggior parte dei registi.
Solo grazie all’aiuto di La Marque, “il più grande ladro di tutti i tempi”, gli undici di Ocean potranno vincere la scommessa con Toulour. E alla fine? Nulla, visto che, in teoria, tutto questo è servito solo a risarcire l’avido Benedict. Ma non tutto è rimasto uguale. L’integerrima Isabel, dopo l’incontro con il ritrovato padre(La Marque), si converte anch’ella all’illegalità. E la scia della sua testa in movimento fissata nel fermo immagine finale, ribadendo l’illusorietà del cinema, ci ricorda che questo è stato solo puro intrattenimento, ma di gran classe.

McLane

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