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KARATE – Calimera (LE), 08/02/05

L’evento indie-rock meno cool, più cùl e meno pubblicizzato dell’inverno pugliese.
Eppure da Boston arrivano i KARATE che, nel tour invernale europeo, fanno tappa anche in provincia di Lecce.

di pieroMK

PHOTOGALLERY (sonica.135.it)

“I Karate!”
“Chi?”
“Son forti specie dal vivo”
“Ma sono italiani?”
“No, sono americani..”
“Americani americani?”
“Sì, di Boston!”

Questa è la riproposizione della classica situazione in cui si trova chi ha avuto la fortuna, per vari motivi, di conoscere i Karate e cerca di convincere il rockinterlocutore di turno, smascherata la sua ignoranza in materia, ad andare a vederli dal vivo.
Come altre argomentazioni dirà che fanno dischi da più di dieci anni e rappresentano una delle realtà più prolifiche e originali della scena americana tra i gruppi della fase post-Nirvana, indie-rock, post-rock o come meglio la si voglia etichettare.
Assistere qui nella Giamaica d’Italia a un concerto di un gruppo straniero che non provenga da Kingston e dintorni è cosa assai rara. Un occasione da non perdere insomma nonostante sia martedì grasso, faccia un freddo cane e l’evento (ebbene sì è un evento) sia stato spostato in un paesello quasi irraggiungibile, Calimera, il cui nome a dispetto dei rimandi al celebre pulcino nero, vuol dire nel dialetto greco autoctono – piccola e importante digressione etnica – “Buongiorno”.
Primi manifesti: inizio alle ore 22.30 (puntuali!). Non avevo mai letto da nessuna parte tra parentesi l’invito alla puntualità…Che sia un buon segno, chissà…
Il posto è uno dei tipici ristoranti da sabato sera. Il palco è largo abbastanza quanto un letto matrimoniale, ma il post-rock va aldilà di misure e dettagli tecnici, si comincia!
22:45 (ore 22.30…puntuali!) Si presentano sul palco quattro volti sconosciuti. Non perché i Karate abbiano delle fisionomie così chiare per la maggioranza del pubblico ma presupponendo che, escludendo improbabili acquisti dell’ultim’ora, sono un trio e questi sono in quattro, trattasi certamente della detestabile categoria dei gruppi spalla giovani, volenterosi ma inopportuni che in occasioni del genere offrono sprazzi di virtuosismo sborone e suonano più degli headliner. Gli SKILL (finalisti pugliesi alle selezioni dell’Arezzo Wave) invece si smentiscono, per fortuna. Suonano un po’ troppo, ma coinvolgono abbastanza nel loro mix di Deus e Blonde Redhead. La voce della cantante mi lascia un po’ perplesso ma ci sono buone intuizioni e bei cambi di tempo. E’ per questo che il nome lo scrivo in stampatello ma non in grassetto.
Intanto i tre Karate gironzolano nella sala, poco riconosciuti e poco idolatrati dalla folla (un centinaio di spettatori e poco più).
00:20 (ore 22.30…puntuali!) Salgono finalmente sul palco. Spunta fuori finalmente anche Farina, non l’arbitro juventino, ma mr. Geoff Farina, voce, chitarra e leader della band. Anche se a vederlo bene sembrerebbe più un personaggio di Neri Marcorè preso da Mai Dire Gol. Il palco è piccolo e lui si posiziona per motivi di spazio (per fortuna che sono solo tre) nella parte rialzata affianco al palco.

Dopo qualche scazzo con i tecnici del luogo per l’impianto-luci – non riuscivano a capire che una lampadina non funzionava perchè svitata…poi ci lamentiamo che nessuno viene a suonare quaggiù – e un breve freddo saluto, inizia lo spettacolo. Ed è spettacolo a tutti gli effetti. Come si poteva prevedere è un’esibizione incentrata sull’ultimo lavoro della band, il raffinato POCKETS, solita combinazione vincente tra impostazione jazz/blues e dilatazioni post-rock. Si parte infatti con l’incedere dark di “Alingual”. Uno dei pezzi più suggestivi, perfetto per l’apertura. Batteria secca, basso corposo con il concreto Jeff Goddard, e un un parlato cupo e notturno. Tre musicisti degni della definizione, lo si intuisce subito.
Tutto procede senza interruzioni e particolari sussulti. Non è un gruppo appariscente, passaggi che altri animali da palcoscenico sottolineerebbero con determinati movimenti e “decorazioni” sono messi in scena da Farina e compagni con la massima modestia e umiltà. Il pubblico apprezza nonostante il continuo vociare della retrovia cazzeggiona. Un continuo fluido di note a tratti sincopate senza mai spingere troppo sull’acceleratore. Come nei giri frizzanti da club funky di “Tow truck” e “The State I’m in aka Goode Buy from Cobbs Creek Park” in cui la chitarra dà il meglio di sè con i tipici assoli fariniani in scala blues sempre vari e mai esagerati che spesso culminano in evanescenti arpeggi finali, in un modo che solo loro riescono ad esprimere. E, oltre all’indiscutibile abilità chitarristica, una voce molto espressiva anche nei pezzi più cantati come la caldissima “With age” che ha una melodia degna dei vecchi Traffic o la sussurrata “Water” con il suo finale malinconico ed emozionante. C’è spazio comunque per i vecchi cavalli di battaglia della band. Su tutti la straripante “Diazapam” con quel riff diabolico e l’andatura punkeggiante su cui un pubblico diverso avrebbe reagito con un po’ di sano casino. E nel ritornello c’è il delirio del pubblico. Geoff quasi urla, e per urla s’intende che alza la voce, non altro.
Gavin McCarthy è un batterista eccezionale e lo dimostra sfogandosi in un intermezzo di assolo alla Bonham di quattro cinque minuti. Sempre per i più nostalgici la sincopatissima “No To Call The Police”.

Nell’ultimo bis poi la splendida “This day next year” con l’interminabile, piacevolmente interminabile coda, dilatata più che mai dal delicatissimo arpeggio alla Mogwai che si ripete per sei sette minuti, il basso e la batteria che invece si trasformano da una battuta all’altra in un opprimente crescendo. Un effetto ipnotico e anestetizzante. La catarsi finale. La ciliegina sulla torta che quasi cancella dalla memoria il resto del concerto. I tre lasciano il palco continuando a ringraziare il pubblico mentre smontano l’attrezzatura.
Il loro, più che uno show, è una sincera esternazione con la precisione di chi vede tutto quasi come un lavoro. Un lavoro pulito senza eccessì né sbavature imprecisioni, e ciò magari potrebbe far storcere il naso a qualcuno, ma i Karate sono così. Prendere o lasciare.

pieroMK

PHOTOGALLERY (sonica.135.it)

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