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Kech – Join The Cousins

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Leggesi sul loro sito che il nome deriva dalla parola Marrakech sebbene la loro città (Monza) abbia poco e nulla a che fare con ciò. Sul fatto che Monza abbia ben poco di straniero ed esotico siamo un pò tutti concordi ma riguardo al loro secondo lavoro sarebbe impensabile usare lo stesso percorso logico. Perchè di monzese o, più in senso lato, di italiano c'è davvero poco in questo secondo lavoro dei KECH. Non è esterofilia, ma un dato di fatto che i pochi nomi nuovi ad emergere con merito dal calderone della scena alternative italiana siano quelli che più si sono sganciati (fortunatamente) dalla tradizione rock nostrana.
Il disco si apre con “The cousins”. L'arpeggio delle due chitarre (Nicola e Pol) sembra accogliere e preparare l'ascoltatore a questo sogno dall'atmosfera rassicurante che è JOIN THE COUSINS. La voce di Giovanna lascia subito nel segno. Un'originalissimo timbro, un'aggressività sempre modulata e mai spropositata, tra Elastica, primi Cranberries e brit inglese anni novanta. Bei cambi di tempo. Una canzone che si canticchia subito dopo un paio d'ascolti.
Ancora piacevolissimo e coinvolgente brit nella cadenzata “Pop team” e in “I don't need one” con la sua spiazzante armonica iniziale e il suo ritornello da filastrocca. Sono gli arrangiamenti a fare la differenza e caratterizzare un copione che altrimenti potrebbe sembrare scontato e prevedibile. Come i fiati della raffinata coldplayana “Coldground” o nel beat sbarazzino di una “Nu Beetle” degna dei Belle & Sebastian (tra l'altro il brano più lungo… di cinque minuti e mezzo!).
Rumorini, xilofoni, addirittura (si legge sul booklet, mica lo si immaginava) tone telefonici, violoncello (a cura di Tonnie, basso e piano) tastiere impercettibili o decisive come nella ballata di “Half jealous”.
Accelerazioni improvvise alla Pixies con schizofrenie sempre contenute nelle altalene di “In a basement” o “Uh-Uh. Sempre vari e mai troppo bruschi e pretenziosi i cambi di tempo, base ritmica incontenibile, chitarre colorate. C'è anche una spruzzatina di folk elettrico e, per usare un termine in voga, indie, a stellestrisce più che mai nell'andatura country di “Clifford” che si apre con strampalate urla da saloon. “Wine is fine” che sembra scritta dai Blur ma in pieno “stile Kech”. “Dinner guests”, con tanto di feedback finale, e “44 Times” poi che dal vivo devono essere un bel divertimento, anche per lo scatenato Teddy (batteria e percussioni).
Sognanti, raffinati e godibili. Tanto da voler rimettere subito play sullo stereo. E' lo stile Kech. E non è poco.

Tracklist
Tracklist
1 The cousins
2 I don't need one
3 Pop team
4 Coldground
5 Nu beetle
6 Uh-uh
7 Clifford
8 In a basement
9 Wine is fine
10 44 times
11 Dinner guests
12 Half jealous

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