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Marlene Kuntz – Bianco Sporco

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Solita prolungata e spasmodica attesa quando i Marlene Kuntz annunciano la pubblicazione di un album. Un’attesa stuzzicata dall’arguta idea di promuovere questo sesto lavoro in studio con un sito a tema che ne ha svelato giorno dopo giorno segreti e anticipazioni.
Non pochi gli elementi di curiosità.
L’addio di Dan Solo che ha gettato la spugna per incomprensioni legate al percorso musicale della band.
L’arrivo di Gianni Maroccolo (collaborazione per ora circoscritta a registrazione e tour di presentazione), bassista degli allora CSI, maestro e mentore che li aveva portati alla ribalta dei riflettori nazionali producendone l’incredibile capolavoro d’esordio.
La scelta di autoprodursi per la prima volta in carriera anche se in realtà non mancano le collaborazioni di lusso, quella rinnovata con Rob Ellis, (uno dei produttori di SENZA PESO e storico poliedrico partner musicale di PJ Harvey) qui agli arrangiamenti e quella tutta da scoprire con Victor Van Vugt (tra i credits in diversi lavori di Nick Cave) al mixer.
Per concludere il preambolo basta la significativa ed enigmatica presentazione.

Questo disco è bianco perché bianchi come fantasmi sono i personaggi dei testi. Questo disco è bianco sporco perché il loro lenzuolo non è immacolato.
E questo disco è bianco perché è assenza di colori e sua somma, nascita, rinascita, morte, purezza, innocenza, silenzio, rivelazione, illuminazioni. Ed è bianco sporco perché tutto ciò è vero sino a un certo punto.
In fine questo disco è bianco perché celebra il pudore. E quando lo fa spudoratamente… si sporca.

Per chi dopo tale presentazione avesse le idee meno chiare, basti mettere su ”Mondo cattivo” (Sai è proprio angusto il nostro mondo affollato di equivoci) . Spiazzante lamento quasi a cappella in una cantilena eterea. Sovrapposizioni e intrecci vocali, poi arrivano i cambi di tempo tra chitarre aggrovigliate e contorte. Controtempi eccezionali nel finale. Tra corde stoppate e un basso tetro si materializza ”A chi succhia” (Non c’è volontà di comprendere e questo corrompe la società). Vena melodica sorprendente di Cristiano. Frutto del songwriting notturno dal quale sono nati molti dei brani raccolti nel disco? Chissà. Un altro finale in crescendo sognante quasi quanto le vecchie atmosfere. Sugli stessi canoni si plasma la delicatezza elegante di ”Il solitario”(Porta il suo sguardo negli accessi a cosa non si sa e li pervade di fascino”) ma un’imprevedibile sferzata che qualche disco fa sarebbe stata “volgarmente” definita noise ne corrode la solennità. Un unico magma di chitarre, archi (John Maida e Eszter Nagypal rispettivamente violino e violoncello dell’Orchestra di Piazza Vittorio) e tastiere per un effetto elegante ed orchestrale che accomuna tutti i pezzi del lavoro più lirico mai realizzato dai Marlene.
Arriva poi ad allentare la tensione la più accessibile ed immediata, ma non meno intinta di malinconia, di ”Bellezza”(Noi cerchiamo la bellezza ovunque) che apre la strada al brano in assoluto più originale e completo, ”Poeti” (Amami quanto vuoi, scintillerò di rime in fondo agli occhi tuoi). Un’andatura sempre orchestrale dal ritmo travolgente. Un inconsueto liquido sintetizzatore in vortici chitarristici ubriacanti.
Finalmente arrivano gli spettri. Le suggestioni immaginifiche della simbolica città desolante disegnata nell’”Amen”, ispirata dall’altrettanto simbolico dramma esistenziale del Don Chisciotte di Cervantes (In sella a un vuoto fatale, negli occhi un’ombra ferale, il guitto dell’anima va in giro per la città). Un’incedere carico di pathos, la voce di Godano di un’espressività toccante, un violoncello lancinante, violini cupi testimoni del dramma che si manifesta nell’agghiacciante esplosione centrale. Urla strozzate in gola. Il tempo è scandito come in una danza macabra fino all’effimero rassicurante rallentamento e il rassegnato duetto finale con la chitarra di Riccardo.
Di tutt’altro tenore il dandismo liberatorio di ”Il sorriso” (E ora so ch’era la primavera dai mille fiori dei suoi modi amabili). Fugace. Esperimento illusorio quanto pleonastico. Ci si chiede: ma questi sono i Marlene o una qualsivoglia band italiana?
Per fortuna si ritorna subito nelle tenebre con la torbida”L’inganno” (Te ne andasti come fumo in fosforescenti spire). Nebbia. Chitarre sofferte, basso tuonante, sinistri controcori inseriti tra le due “fughe”, ad inizio e conclusione del brano.
Ancora malinconia e rimpianti in ”La lira di Narciso” (Un anno di narcisi e solitudine specchiandomi nella mia finitudine con un intermezzo duettato tra l’abbagliante trasognata celesta di Rob Ellis e il parlato di Cristiano. Peccato che il ritornello forzato e melodioso spezzi l'incantesimo.
E’ Gadda invece l’ispiratore primo de ”La cognizione del dolore” (E più grande di ogni colpa avrà inviolabile sovranità su chi non potrà mai vivere felice, mai). Prepotente apertura con voci sempre più sovrapposte, subentra poi un lirismo quasi barocco dall’intermezzo al finale in crescendo con l’unico assolo vero e proprio dell’intero album. Dei vecchi Marlene c’è proprio poco ma l’effetto è tutt’altro che spiacevole.
Poi però arriva a sorpresa, non li si sentiva da tempo così secchi, graffianti e aggressivi, il furore in vecchio stile, un po' fuoriluogo (o volutamente provocatorio) di ”Nel peggio” (D’esser carcassa per marcescente ormeggio s’accorse con assai dolente stupore dove si avverte l’affiatamento tra allievi e maestro. Trascinante. Vorrebbe avere il sapore dei periodi in cui si cercava di onorare il vile e di uccidere la paranoia. L’accelerazione è di quelle esplosive e rumorose che solo loro in Italia riuscivano, e riescono tuttora dal vivo, ad offrire con la classe che li contraddistingue. Finisce con il lamento del tormentato spettro finale. Stucchevole.
E’ effettivamente il disco più cinematografico, almeno negli intenti, mai realizzato dalla band cuneese, non privo di buone intuizioni melodiche ma mortificato da una produzione poco risoluta (a differenza di “Senza peso” in parte salvato e valorizzato dalla produzione inglese).
A conti fatti ci si aspettava molto di più. Ciò che di positivo si legge nel primo vero passo falso dei Marlene è che nonostante tutto si siano reinventati ancora una volta un copione diverso da tutti i precedenti senza allontanarsi dalla peculiare accoppiata di empatiche suggestioni sonore e poetica d’alto spessore.

Tracklist
1.Mondo Cattivo
2.A Chi Succhia
3.Il Solitario
4.Bellezza
5.Poeti
6.Amen
7.Il Sorriso
8.L'Inganno
9.La Lira Di Narciso
10.La Cognizione Del Dolore
11.Nel Peggio

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