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Queens Of The Stone Age – Lullabies To Paralyze

Queens Of The Stone Age – Lullabies To Paralyze
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    Mai si sarebbe potuto prevedere un inizio del genere in un disco dei Queens Of The Stone Age. “This Lullaby”. Una ninna-nanna per l’appunto. Malinconica serenata in stile Lanegan. Il vecchio amico e compagno d’avventure apre il disco a modo suo facendo venire un colpo allo zoccolo duro dei fan. Uno scherzetto da poco. D’acustico infatti c’è poco e nulla nel quarto disco della band di Josh Homme. Non sarà un album di ninna-nanne anestetizzanti come recita il titolo. Bisogna attendere la conclusiva ”Long slow goodbye” ballata scazzata con tanto di violini e slide bluesaggianti o ”I never came” che lascia inizialmente un po’ spiazzati ma del cui fascino si è pervasi se ci si convince che anche un gruppo figlio dei Kyuss possa concepire brani del genere. Ed è qui che sembrano sentirsi, sottolineando “sembrano”, le due ininfluenti ospiti, l’amica per così dire, Shirley Manson dei Garbage e la compagna, inutile vocalist degli altrettanto inutili Distillers, Brody Dalle. E’ il brano più melodico e ammiccante (piacerà a mtv). Resta comunque una goccia nell’oceano.
    Meglio così pensano i più, anche perché dopo il “licenziamento” dello sregolato (e detto da Homme fa pensare a un caso disperato) Nick Oliveri era vivo e vegeto il timore di una svolta più soft. Tuttavia c’è da chiedersi quanto abbia inciso l’assenza di Oliveri. Innanzitutto mancano i suoi peculiari pezzi urlati e quella frenesia core. Al basso si alternano lo stesso Josh, Alain Johannes (basta guardarlo per notare la differenza sostanziale tra lui e Nick) e Troy Van Leeuwen. Tecnicamente quindi non ci sono grossi scompensi. Il problema è di natura compositiva e lo si avverte dopo un ascolto complessivo. Il disco non scivola liscio e senza ostacoli. A tratti troppo macchinoso. Anche perchè Castillo, pur validissimo, non faceva il batterista nei Nirvana.
    Dopo l'inconsueto inizio si fila a razzo con l’accoppiata ”Medication”/”Everybody knows that you're insane”. Adrenalina. Velocità. Stop’n’go tipicamente stoner. Così come in ”Tangled up in plaid”. Chitarre ipnotiche e avvolgenti per un suono quasi inscatolato. Manca quell’imprevedibilità che rende un cavallo di battaglia un brano suonato comunque magistralmente. Poca immediatezza e poca visceralità. Sembrano prendere tutto troppo sul serio questi QOTSA senza stuzzicare l’ascoltatore con arrangiamenti eccentrici, senza bizzarre trovate che piacevano molto a Nick come gli intermezzi del dj messicano nel precedente disco. Solo in ”Little sister”, non a caso singolo apripista con videoclip, si avverte quell’aria da spensierata sessione da garage, tra rock’n’roll e post-punk. L’assolo contorto e aggrovigliato, orientaleggiante in stile Homme lascia l’acquolina in bocca.
    Non poca come al solito l'eredità dei gloriosi 70’s . Cupezze che riportano alla mente i Black Sabbath, riff che sembrano rubati da Jimmy Page e rielaborati in salsa stone. Suggestioni lisergiche tanto care a Josh dalla furiosa ”Burn the witch” alla morrisoniana ”You’ve got a killer scene” passando per il valzer spettrale che apre la notturna“The blood is love”.
    Ma non manca il sole. Brucia il fuoco californiano, ma ancor di più il fuoco sudista. Si ascolti il deserto naif di ”Broken box”. Non a caso tra i credits campeggia la collaborazione di lusso di Billy F. Gibbons direttamente dagli ZZ-Top. Riff ripetuti fino all’ossessione, e non è una novità, come in ”Skin on skin”. L’effetto ninna-nanna rischierebbe però di assumere un altro significato se non sbucassero fuori due lampi.
    Il viaggio verso il nulla del tunnel senza uscita di ”Someone’s in the wolf”. Una cavalcata lunga sette minuti. Opprimente. Perfida. Un’ipnosi da incubo che alla lunga può determinare (s)piacevoli effetti collaterali.
    L’altro è ”In my head”. Un brano come solo loro sanno scrivere che certamente non avrebbe sfigurato neanche nell’illustre predecessore SONGS FOR THE DEAF. Un disco che come tutti i capolavori del rock tanti complessi ha generato e probabilmente genererà nei successori. Questa ormai è andata, ma chissà, in futuro con un Lanegan a pieno servizio, o magari di nuovo un Grohl a percuotere le pelli e un vichingo calvo e col pizzetto a riaccendere gli animi più spenti…Riprovaci Josh!

    Tracklist
    1. This Lullaby
    2. Medication
    3. Everybody knows that you're Insane
    4. Tangled Up In plaid
    5. Burned the Witch
    6. In My Head
    7. Little Sister
    8. I Never came
    9. Someone's in the Wolf
    10. The Blood is Love
    11. Skin on Skin
    12. Broken box
    13. You've got a killer scene there man
    14. Long Slow Goodbye

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