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SONDRE LERCHE – Roma, 15/03/05

SONDRE LERCHE, precoce gioventù che scrive e canta senza remore di riverenza verso i grandi classici di qualche decennio fa. (Quando nemmeno c’eravamo…)

di The Useless Federico


Roma, Circolo degli Artisti, 15/03/05

Un concerto, volente o nolente, promette. Tra la promessa e il mantenimento delle aspettative che comporta, c’è di mezzo un po’di roba. L’artista, che riesca a mantenere e confermare come maiuscola la sua prima lettera A; il suono, accordi e riff che dovrebbero entrare come onde sonore ed uscire come emozioni attraverso l’umana materia; l’odiens, moltitudine che se e quando diventa corpo unico riflettente come energia la musica che riceve, si può definire “dodicesimo in campo” a tutti gli effetti.
Premessa forse inutile e pretenziosa per dire che il Nostro è stato testimone ed io con lui di una magnifica ora e mezza di note in cui le condizioni di cui sopra sono state soddisfatte al meglio. Merito suo, senza dubbio.

La serata si svolgeva in una location di tutto rispetto: il Circolo Degli Artisti mi è sembrato rendere bene in quanto a sound, unica pecca forse un buon primo terzo della sala adibito a tappeto e cuscini (a mo’ di RedRonnyRoxyBar) da cui i primi arrivati possono trarre giovamento per spazio e comodità a scapito di tutti gli altri (come me, arrivato da Siena in anticipo ma tradito dalla lex dura lex sigaretta-fuori e dal profumo del luppolo di birra) stipati molto più dietro in piedi o su sgabelli e tavolini anch’essi fuori luogo.
Sondre Lerche, 21 anni, norvegese di Berghen, sale jeans e magliettina come se dovesse lui ascoltare e fischiettare con noi e stupisce per le sue doti di performer naturale e grintoso come se il palco lo calcasse da tempo immemore. Effettivamente un po’di pagine già le ha scritte nel suo diario di musicista visto il contratto e primo album (Faces Down, 2001) con una major a soli 17 anni. Lo sguardo furbetto e vispo di chi la sa lunga non gli manca. Per non parlare della insospettabile capacità di scrivere e arrangiarsi i pezzi in maniera orchestrale con tanto di archi e fiati senza risultare stucchevole e pretenzioso. Tutt’altro.
Il songwriter “regazzetto”, come dicono a Roma, segue la discesa dal palco di un gruppo spalla a dir poco inaudibile. Non ricordo il nome e non ve lo direi nemmeno onde evitare di fargli il minimo di pubblicità. Eccolo quindi con le sue due chitarre Gretsch e un’acustica amplificate da un fido Fender. Con enorme sorpresa, questi saranno i suoi unici compagni di palco. Dunque è solo, voce e chitarra, meglio di quanto potesse capitare… col senno di poi. Si comincia con Days that are over e Track you down dell’ultimo album ( Two way monologue, 2004) che richiamano le atmosfere retrò di un tempo chiamato anni 60’. Scanzonato e leggero invita il pubblico a partecipare al tormentone Ooon the toweeeer, ritornello dell’omonimo pezzo, il biondino sa come ammiccare e farsi piacere. E sa intrattenere, mettere chi sta di fronte a proprio agio: spiega di come il titolo della prossima canzone, Dead Passengers, proprio non lo convinca ancora anzi se ne vergogna un po’ ma il pezzo detto tra noi è degno della lezione del miglior Bacharach. Strappa le risate generali scusandosi vivamente con il pubblico per due cose: la barba incolta e la voce più cupa del solito cause un mal di gola -Sorry guys, usually I don’t look like so “macho”…- Wet Ground è un velo di ricordi passati dal sapore invernale e disilluso. It’s over è il tentativo di mantenere una relazione in piedi, nulla è perso, non è ancora finita… ma è una sad song che lascia intravedere un diverso finale e la sua voce a momenti rotta è il miglior modo per intenderlo. Ci racconta con leggera ironia di quando è stato al Festivalbar con Sleep on needles, perfetto singolo che strizza e ristrizza l’occhio e toglie ogni dubbio sulle sue capacità di unire le lezione del passato al presente. L’omaggio ai suoi padri modelli non manca: Moonlight becomes you di Bing Crosby chitarra e voce è una delizia, si dovesse trovare in un suo album questo pezzo, non farebbe una piega. Il clou è raggiunto con la hit Two way monologue, vivacità ska, il ritornello è delirio, vi giuro, è uno psicofarmaco, rende felici. Vi fa il solletico, fa fischiettare, scuotere il capo anche a chi ne fa un primo ascolto, ma nel nostro caso non è così: è qui che tutti cantano con convinzione il ritornello e Sondre si diverte dispettoso ad accelerarne i tempi. Le cose migliori durano poco, si sa.Continua con All luck ran out, spunto di indie rock con distorsione a manetta e scompigliamento di pettinature sul finale. Modern nature riff dolcissimo e ritmica semplice, fresca e primaverile è come del pop se ne può fare un’arte. Nell’album la duetta con la sua amica Leslie Ahern, ma i soldi non bastavano ci spiega e qui la canto solo! Il concerto si chiude con la più malinconica, Maybe you are gone, lui lo sa e prima di tutto ci invita a unirci in abbracci e fusa qualora e per chi fosse possibile. In bilico tra il rosa e il grigio ci lascia con questa lirica agrodolce e la sua chitarra piange alla frase – forse m’aspetterai, forse sei andata via -. Riusciamo a strappargli una promessa di ritorno a Roma e lui dice “ yes, but more rock next time!”. Lo aspettiamo. Norwegian attitude.

The Useless Federico

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