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Audioslave – Out of exile

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Dopo l'esordio di ormai due anni fa, uno dei flop più inaspettati della storia recente del rock, la band nata per tre quarti dalle ceneri dei Rage Against The Machine e per un quarto dalle ceneri dei Soundgarden ci riprova. Forse, certamente, ci si aspettava troppo da loro, ma l'omonimo Audioslave è stato quasi all'unanimità definito un clamoroso fiasco, nonostante il boom di vendite iniziale, abnormi campagne promozionali e gli entusiasmanti bagni di folla del primo tour mondiale. Il secondo tentativo rischierebbe di essere anche l'ultimo, loro lo sanno, la scelta, poi, di ripescare nelle nuove setlist brani storici delle rispettive band madri quali “Black Hole Sun”, “Spoonman” o “Killing In The Name” non può che far accrescere inevitabilmente dubbi e preoccupazioni.
Preamboli a parte, il disco sembra partire col piede giusto, Chris Cornell, nonostante i quarant'anni festeggiati un anno fa, è sempre in vena. “Your time has come” è un incandescente rock a stelle e strisce con immancabile riff zeppeliniano (anche in questo lavoro abbondano) e un copione con assolo prima di bridge e ripresa del chorus finale che, in una visione complessiva, diventa scontato e prevedibile.
Ma, prendiamola così, sono queste le piccole certezze in grado di rassicurare l'ascoltatore che inizia a temere se non proprio la morte, almeno l'agonia del rock del nuovo millennio.
Il disco procede alternando asprezze a promettenti aperture melodiche degne del Cornell solista, dal singolo battistrada “Be yourself” più paraculo che socratico (“sii te stesso”) alla cantilena campagnola di “Doesn't remind me”. C'è anche il piacevole rischio che qualcuno di primo ascolto possa essere abbagliato a tal punto da fugaci psichedelie arrivando a credere di aver messo su i Soundgarden. Ma è una vana illusione pur essendo i riferimenti quanto mai evidenti in “Heaven's dead” o in “The worm” dove Chris torna ad urlare con un'espressività del suo livello. Travolgenti, ma suonano di già sentito la titletrack “Out of exile” e “Drown me slowly”.
La base ritmica è perfetta, anche se, a dirla tutta, non ci sono mai stati dubbi sul fattore-X che aveva reso grandi i Rage Against The Machine, la micidiale accoppiata di Brad Wilk e Timmy C., e sul valore aggiunto che è il vecchio Tom Morello. Solo le sue mani possono salvare il salvabile con numeri d'alta scuola, svariando dalla sperimentazione ai confini del noise agli ammiccanti wah-wah blueseggianti, episodi scadenti, da “Man or animal” a “Dandelion”, dove regna l'indecisione e la confusione più totale.
Arriva per fortuna la scialuppa di salvataggio di “Yesterday to tomorrow”, andatura grunge con arrangiamenti modernisti per un'atmosfera dolente e malinconica. Segue la scia la chiusura della cupa e sofferta cavalcata di “The Curse” con Chris che fende i suoi colpi migliori.
E' difficile dare un parere che prescinda dalle aspettative, solitamente rosee quando si tratta di supergruppi, ma si può dire senza timori di sorta che questo OUT OF EXILE è un album che non aggiunge niente di innovativo all'attuale panorama rock. Un'altra mezza delusione, insomma, in attesa della controprova probabilmente decisiva ed inappellabile del terzo album.
Mi viene provocatoriamente da immaginare cosa riuscirebbero a combinare in un gruppo altrettanto super gli ex compagni Zack De La Rocha, Kim Thayil, Ben Shepherd e Matt Cameron. Solo con un'impresa autolesionista non riuscirebbero a produrre qualcosa di migliore.

Tracklist
1. Your time has come
2. Out of exile
3. Be yourself
4. Doesn't remind me
5. Drown me slowly
6. Heavens dead
7. The worm
8. Man or animal
9. Yesterday to tomorrow
10. Dandelion
11. #1 zero
12. The curse

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