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Coldplay – X&Y

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In Inghilterra, si sa, amano le etichette. A dirla tutta ormai un po’a corto di fantasia e idee, la temutissima stampa inglese ha deciso di appiccicare l’adesivo perfido di “gloom rock” (gloom=depressione) alle band che dai Coldplay in poi hanno dato una sferzata (volutamente?) lamentosa, triste, imbronciata al brit inglese puro e crudo, quello che con l’immancabile ironia britannica strizzava l’occhio ai 60’s più che ai 70’s. Che poi la sferzata l’avevano già data i Radiohead di “Pablo Honey” e di “The Bends”, ma nessuno allora ebbe il coraggio di dare del gloomy a Thom Yorke e ai suoi compagni. E a buon diritto. Perché se il maremoto Radiohead ha avuto il merito di spianare la strada a decine e decine di malinconici, alcuni dei successori son vissuti sulla fortunata scia cavalcandone l’onda, altri, pochi, hanno provato a dare un’interpretazione più originale. Tra i secondi spesso si citano i Muse e i Coldplay, che poi potrebbero tranquillamente chiamarsi Chris Martin.
Gran parte dei meriti (e dei demeriti) della band derivano dalla figura di Martin. L’umile inglese medio con la faccia pulita e rassicurante che piace alle mamme, porta la sua band al successo con belle canzoni, conquista l’amore di una delle attrici inglesi più stimate (quella di “Shakespeare in love” che piace tanto alle mamme), vende milioni di dischi senza cedere alle tentazioni della sregolata vita da rockstar.
Le belle canzoni, comunque, è riuscito sempre ad estrapolarle dal suo cilindro, con un’apprezzabile vena.
Non si smentisce neanche in questo “X&Y”. Titolo enigmatico ed accattivante. Il fascino della differenziazione cromosomica, ma non si pensi nella maniera più assoluta a invettive pro/contro le biotecnologie. Non sarebbe da loro. Meglio pensare meno globalmente e accettare l’interpretazione del dualismo, delle incognite della quotidianità, background privilegiato dei suoi testi. Piccoli drammi esistenziali, fugaci sfoghi, indecisioni, delusioni, tormenti non pretenziosi. “Vuoi soltanto che qualcuno presti ascolto a ciò che dici” canta nella scintillante apertura di “Square One” lirica da lasciare senza fiato. Bono e compagni ricorrenti più che mai, ma il timbro vocale è ormai inconfondibile e fa la differenza. Arrangiamenti molto curati, non è una novità. Arrangiamenti con intuizioni impercettibili che giustificano in parte le dichiarazioni della band quando presentavano questo “X&Y” come un disco con un suono diverso senza correre il rischio allontanarsi dai canoni del fenomeno Coldplay. Sono variazioni che incidono in un copione che dopo un ascolto sommario e distratto potrebbe sembrare il solito. Come l’anomalo basso metallico di Guy Berryman tra le sviolinate romantiche di sfondo nell’incedere molto Lennon di “What if” (“Ogni passo che fai potrebbe essere un errore”). Oppure l’organo gotico e la chitarra acustica che riecheggiano nella sincopata ritmica U2 con fughe Muse di “White shadows” (“Forse troverai ciò che vorrai, forse però inciamperai su di esso”). Finale a cappella con l’organo che si riaggancia alla delicata “Fix you” dove la voce si contorce sempre sommessa e sofferta con uno breve sfogo e il ritorno alla consueta pacatezza. Sorprendente, per una band non nota certamente per la voglia di osare, la scelta di “rubare” nella ballatona “Talk” un riff dai Kraftwerk di “Computer love”.
Gli archi e le orchestrazioni sono molto più presenti. Il tocco in più di quest’opera terza dei Coldplay. Basti ascoltare il risultato nel duetto tormentato voce/archi nella titletrack dove finalmente rispuntano fuori i Pink Floyd. Riguardo il singolo “Speed of sound” con cattiveria si potrebbe semplificare che si innesca dallo stesso piano di “Clocks” rallentato di qualche bpm. Una melodia che sa di già sentito, ma è una canzone indubbiamente bella.
“X&Y” risente non poco di reminiscenze 70’s, decadentismo Bowie/Eno, immancabili Pink Floyd ma anche 80’s tra Psychedelic Furs e My Bloody Valentine. E non è una novità da poco. Basti ascoltare “Low” che è la perfetta simbiosi tra dream pop, anni ottanta e struggenti aperture floydiane (“Tu vedi il mondo in bianco e nero. Nessun colore né vita”). In “The hardest part” Chris si traveste da Michael Stipe. Stucchevole. Dispersivo. Meglio restare inglesi. In “Swallowed in the sea” sembrano essere inghiottiti loro stessi nella melodia che si perde in un vicolo cieco senza gloria. Jon Buckland poi non riesce proprio a sganciare le sue chitarre da giri alla The Edge guastando una “A message” che inizia con un promettente folk chitarra/voce. Da dimenticare. Molto meglio invece la “Til Kingdom come” con il folk che resta folk, un po’ west coast, un po’ Cash, un po’ Springsteen. Il brano più originale se non altro. Ma il gioiello della collezione è “Twisted Logic”. Malinconia particolarmente cupa per un Martin solitamente grigio chiaro. Aria grigio scura come solo in “Trouble” squarciata da un riff simildark e ipnotico che ricorda “A wolf at the door” dei Radiohead fino al crescendo epico e disperato tra i Pearl Jam di “Jeremy” e Jeff Buckley. Ripete fino all’ossessione “Andrai indietro, ma dopo tornerai avanti”. I Coldplay guardano sempre e comunque indietro, ma si intravede una certa propensione, molto lenta, a inquinare con nuovi ingredienti una ricetta amica delle mezze misure che nonostante tutto continua a funzionare. Nell’attesa ci sono cinque o sei canzoni imperdibili da ascoltare e riascoltare.

Tracklist
1. Square One
2. What If
3. White Shadows
4. Fix You
5. Talk
6. X&Y
7. Speed of Sound
8. A Message
9. Low
10. The Hardest Part
11. Swallowed In The Sea
12. Twisted Logic
13. 'Til the Kingdom Come

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